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OPINIONI

Dall'arazzo dell'Onu alla fine dell'illusione globale

Dall'arazzo dell'Onu alla fine dell'illusione globale

Dall’arazzo dell’ONU alla Board of Peace la fine dell’illusione globale

All’ingresso del Palazzo delle Nazioni Unite a New York, tra i simboli meno conosciuti ma più potenti dell’ordine internazionale, è appeso un arazzo donato all’Onu dall’Iran negli anni Ottanta. Riporta alcuni versi del poeta persiano del XIII secolo Sa’di di Shiraz, tratti dal Gulistan. Le parole sono semplici, ma radicali:

“Tutti i figli di Adamo formano un solo corpo, della stessa essenza.

Quando una parte soffre, le altre non possono restare indifferenti.

Se non senti il dolore degli altri, non meriti di essere chiamato uomo.”

Adamo non è un individuo, Adamo vuol dire genere umano nella sua interezza. È il fondamento morale su cui le Nazioni Unite hanno costruito la propria legittimità, l’idea che la pace non sia equilibrio di forza, ma responsabilità condivisa. Che la sicurezza non sia selettiva. Che il dolore di uno riguardi tutti.

Negli ultimi mesi, e con particolare evidenza emersa durante il Forum di Davos, è diventato chiaro che l’ordine internazionale nato nel secondo dopoguerra si sta esaurendo. Il primo ministro canadese Mark Carney lo ha detto senza formule diplomatiche, non siamo in una transizione, ma in una frattura, l’ordine basato sulle regole non funziona più come viene raccontato, continuare a invocarlo significa partecipare a una finzione collettiva.

In questo scenario, Donald Trump appare come il fattore che ha costretto il sistema a smettere di fingere. Non perché abbia costruito un’alternativa, ma perché ha rifiutato il linguaggio che mascherava il potere. Ha agito secondo rapporti di forza, senza ricoprirli di retorica multilaterale. Non ha difeso le regole, le ha ignorate. E così facendo ha mostrato ciò che molti praticavano già, ma senza dirlo. Non è solo la guerra a metterlo in discussione, ma la perdita di fiducia nella sua capacità di funzionare. Le regole esistono, ma non proteggono più allo stesso modo. Le istituzioni restano in piedi, ma sempre più spesso vengono aggirate.

È in questo contesto che prende forma l’idea di una possibile Board of Peace.

Non un organismo universale, né una nuova ONU, al contrario, un’architettura ristretta, selettiva, costruita attorno a un gruppo limitato di Paesi considerati “affidabili” sul piano politico, militare ed economico. Un organismo pensato non per rappresentare il mondo, ma per gestire le crisi più pericolose senza passare attraverso i meccanismi ormai lenti, burocratici  e spesso paralizzanti dell’ONU.

Secondo le indiscrezioni diplomatiche, a farne parte sarebbero alcune democrazie occidentali e potenze medie con forte capacità strategica: Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, probabilmente Australia e alcuni Paesi nordici. Una struttura pensata per coordinare sicurezza, deterrenza, stabilità regionale e gestione dei conflitti ad alta intensità. Resterebbero fuori, gli attori considerati sistemici ma non allineati, Russia, Cina, Iran, e gran parte del Sud globale. Non per mancanza di peso, ma per mancanza di fiducia reciproca. Il principio non sarebbe più l’universalità, ma la compatibilità strategica.

Ed è proprio qui che la Board of Peace diventa geopoliticamente dirompente.

La sua eventuale nascita indebolirebbe direttamente le Nazioni Unite, non sul piano simbolico, ma su quello operativo. Sposterebbe il centro decisionale fuori dal Consiglio di Sicurezza, già paralizzato dai veti incrociati, verso un formato informale ma efficace. Una pace non fondata sul consenso globale, ma sulla capacità di alcuni di imporre stabilità.

In altre parole, non più pace come valore universale, ma pace come funzione di equilibrio.

Il legame con ciò che è emerso a Davos è evidente. Lì non si è celebrata una nuova globalizzazione, ma si è preso atto della fine della vecchia. È emersa apertamente l’idea che l’ordine basato sulle regole abbia smesso di essere credibile come narrazione condivisa. Che continuare a invocarlo equivalga a mantenere solo una finzione. Donald Trump non appare come l’architetto di un nuovo sistema, ma come colui che ha reso visibile la rottura. Non ha difeso le regole, né ha finto che funzionassero. Le ha ignorate, costringendo tutti gli altri a confrontarsi con una verità scomoda, quando le regole non valgono per tutti, diventano strumenti di potere, non principi.

La Board of Peace nascerebbe esattamente da questa consapevolezza. Non per idealismo, ma per disincanto, non per costruire un mondo migliore, ma per evitare che quello attuale collassi del tutto.

E così, mentre all’ingresso dell’ONU resta l’arazzo di Sa’di a ricordare che l’umanità è un solo corpo, la geopolitica contemporanea sembra rispondere con un’altra logica, non tutti soffrono insieme, non tutti decidono insieme, non tutti contano allo stesso modo.

È forse il segno più chiaro della fine di un’epoca. Quando i simboli restano, ma il mondo che li aveva resi possibili non esiste più.

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