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OPINIONI

Craxi, un anniversario che ricorda la necessità della centralità della persona

Craxi, un anniversario che ricorda la necessità della centralità della persona

di Antonio Foccillo

Il 19 gennaio ricorre  il 26° anniversario della morte di Bettino Craxi. Egli può essere ricordato per tanti meriti: il primo socialista Presidente del Consiglio; l’autonomia del Psi dal Pci e dalla Dc; la proposta di istallare i missili Cruise a Comiso; la difesa della sovranità dell’Italia a Sigonella; la capacità di abbattere l’inflazione con i decreti di San Valentino; la difesa di Moro, sostenendo la tesi che andava liberato, attraverso un negoziato, etc. Purtroppo, invece di ricordarlo e commemorarlo come un grande statista, ancora oggi, spesso è messo in evidenza il suo collegamento nella vicenda di “mani pulite”, che tanti danni ha fatto al nostro Paese.

Egli aveva capito quello che stava avvenendo sul piano economico e sociale e più volte ha denunciato quello che avrebbe prodotto il disegno perverso della finanziarizzazione dell’economia e la deriva europea, tanto da sostenere che l’Unione Europea avrebbe di molto degradato la democrazia e il benessere dei cittadini, dopo la fine della prima Repubblica.

Egli si batte per ridurre il debito dei Paesi dell’America Latina, con proposte molto precise e con aiuti economici a coloro i quali si opponevano ai regimi dittatoriali, a partire dal Cile. Un altro tema che difese fino alla morte fu la liberazione dei Palestinesi e il diritto di quel popolo autodeterminarsi.

Tanti di questi temi sono ancora attuali. Ma non ci sono statisti del suo calibro in grado di fare proposte per uscire dal pantano in cui il mondo è precipitato. 

Possiamo dire, condividendo quelle sue affermazioni, che poche decine di banche e gruppi multinazionali, tutti riconducibili a poche "dinastie", ha controllato e controlla il mercato globale.

Una conseguenza di questi atti è l’eliminazione della Sovranità monetaria degli Stati. Ciò ha consegnato tutte le nazioni occidentali (e quasi tutte le nazioni del mondo) in mano alle banche e gli Stati sono indebitati e quindi si sono dovuti sottomettere nelle loro mani. Anche per questo l'Italia negli anni ha pagato come interessi sul debito pubblico una somma pari al debito pubblico stesso.

L’altro, che prima degli altri aveva capito quello che stava avvenendo nella finanza e quello che sarebbe successo, fu J.F. Kennedy. In uno dei suoi interventi fece notare, che già allora si intravvedevano, in tutto il mondo, i prodromi di una cospirazione monolitica e spietata, che per espandere la propria sfera d'influenza puntava sull'infiltrazione anziché sull'invasione, sulla sovversione anziché sulle elezioni, sull'intimidazione anziché sulla libera scelta.

Era un sistema che aveva reclutato ampie risorse umane e materiali nella costruzione di una macchina affiatata, altamente efficiente, che combinava operazioni militari, diplomatiche, di intelligence, operazioni economiche, scientifiche e politiche. 

Associazioni come Bilderberg, Trilaterale, Agenzie di rating hanno fatto da "trait d'union" tra la politica, le istituzioni sovranazionali e le lobby, che tramite il cosiddetto "mercato finanziario" hanno condizionato e piegato al loro volere i governi e l'opinione pubblica. E continua ancora!

Questa strategia ha determinato una rivoluzione conservatrice che ha legittimato le diseguaglianze sociali e, quindi, ha favorito le rendite che ne stanno alla base, comprese le speculazioni a danno dei risparmiatori.

In questa fase i ruoli politici, amministrativi, imprenditoriali, imposti dalla finanza, spesso si sono mischiati e si sono incrociati. Questo nuovo potere si è ritagliata regole e privilegi a proprio uso e consumo; ha acquisito la facoltà di scaricare sugli altri ceti sociali i costi e le responsabilità dei propri insuccessi; ha ostentato la propria opulenza per legittimare a priori il proprio ruolo e il successo sociale.

Ha acquisito il diritto a rivendicare la irresponsabilità del proprio operato perché è il mercato che fa franare la borsa, il mercato che attacca la moneta, il mercato che impone i licenziamenti.

L’irresponsabilità politica ha poi collaborato offrendo poi periodicamente all’opinione pubblica bersagli strumentali, come avviene spesso nel nostro Paese: una volta i dipendenti pubblici (tutti fannulloni), poi i commercianti e gli artigiani (tutti evasori), poi gli extracomunitari (tutti delinquenti) infine i pensionati (ladri del futuro dei figli).

Per invertire la rotta occorrerebbe una drastica riforma regolamentatrice della finanza, che nessuno politico, anche autorevole, non è in grado neanche di tentarla, perché il potere economico ha sempre contato in politica, mirando a condizionarne le decisioni.

E poi, non ultimo, oltre alla crisi dell’economia produttiva che rende il lavoro umano un’attività sempre meno indispensabile, vi è il ritorno della guerra che sta distruggendo intere economie e sta imponendo morte, povertà, devastazione, sfiducia, incertezza e paura.

Vi è bisogno di contrastare questa dottrina economico finanziaria immateriale e lontana dai bisogni delle persone, come pure l’obbrobrio della guerra come aggressione di popoli e il ritorno di un “neo imperialismo”. Per questo vi è necessità di tornare a far ragionare le persone, ancora di più oggi.

Nessuno si può chiamare fuori di fronte alla barbarie, ci vogliono responsabilità e valori verso cui indirizzare le società, la democrazia, oltre che la politica. Valori che si devono riscoprire nelle nostre radici democratiche e solidali e non, in quelli che definisco, “disvalori” come l’arricchimento, la competizione e la concorrenza, che non fanno altro che risolversi in una frammentazione delle comunità.

La società che ci hanno imposto demolisce non costruisce, separa non include, impaurisce non rassicura. Ognuno ha paura di essere solo, lasciato al proprio destino. Questo ha portato le persone a chiudersi in sé stessi, e ha reso, chiunque sia minimamente diverso, un nemico, non vedendo la diversità un valore di crescita e arricchimento di quel bagaglio che ci portiamo dietro.

In questa società in cui sempre di più langue la capacità di analisi e di proposta politica che possa sfociare in un dibattito, per costruire fra i diversi interlocutori le scelte, chi si trova più in difficoltà sono i giovani.

Essi, in particolar modo, non si trovano più a proprio agio nel confronto, che è il sale della democrazia, perché hanno perso l’abitudine al dialogo e questo non ha fatto altro che far avanzare diffidenza, paura nei confronti dell’altro, sempre più spesso e per i più disparati motivi classificato come diverso. Così si sta creando una società di diversi, il ché, paradossalmente, sarebbe l’ottimo da raggiungere in una società accogliente e plurale, ma che in questo contesto, invece, isola tutti gli individui indebolendoli.

L’obiettivo che dobbiamo porci, infatti, è quello di “rieducare” e “riabituare” i giovani a stare insieme, a farsi forza l’un l’altro e non a prevalere sull’altro, a camminare fianco a fianco e non a sgomitare. La forza della comunità sta nella pluralità e nella convergenza degli interessi che insieme riescono a imporsi.

L’interesse individuale da solo è debole costringe ad accettare qualsiasi condizione, anche quella di lavorare gratis. La sfiducia e l’apatia non sono utili e abili a risollevare una situazione di difficoltà, nella loro natura, infatti, vi è l’abbandono alla contingenza.

Allora bisogna ricreare una cultura nuova, pedagogicamente, per ripristinare un modello laico, tollerante, pluralista e del rispetto di tutti e dei ruoli di tutti. Ma soprattutto abbattere con la partecipazione la volontà di soffocare le persone, per imporre le logiche della finanza, dell’arroganza e della sopraffazione e determinare un novo modo di vedere la centralità della persona come essenziale nel ricostruire un nuovo modello di società.

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