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OPINIONI

I "POVERI PALESTINESI", KURDISTAN E SOMALILAND

I "POVERI PALESTINESI", KURDISTAN E SOMALILAND

Eccola, l’ipocrisia piramidale: solida alla base, vertiginosa in cima, rifinita con l’intonaco del piagnisteo professionale. Il cosiddetto governo palestinese — gran maestro del “popolo senza terra” a targhe alterne — ha deciso che l’autodeterminazione è un diritto sacro… purché resti un monopolio esclusivo. Come certi documenti del mio povero Comune di Napoli: validi solo se timbrati dal impiegato giusto. Che è però in aspettativa sine die.

 Prendiamo il Somaliland. Da trentacinque anni fuori dal mondo, non per vocazione ascetica ma per scomunica diplomatica. Ha fatto ciò che nessun manuale terzomondista prevede: ha costruito istituzioni, garantito un minimo di legalità, tenuto a bada jihadisti e clan, mentre la Somalia ufficiale affondava tra terrorismo, corruzione e retorica ONU. Un’anomalia imperdonabile: funziona senza permesso.

Quando Israele lo riconosce, il presidente del Somaliland parla — con ingenuità africana e dignità sconosciuta ai salotti arabi — del giorno più felice della sua vita. Il popolo festeggia. Scende in strada. Ringrazia. Un comportamento inaudito: nessuna bandiera bruciata, nessun pogrom mediatico, nessun appello all’annientamento dell’altro. Solo gioia. Dunque sospetto.
Ed ecco entrare in scena lo “Stato di Palestina”, entità metafisica a sovranità variabile, che si affretta a spiegare al mondo che tutto questo è illegale, coloniale, destabilizzante. Naturalmente per colpa di Israele. Israele è il jolly universale: lo si cala sul tavolo e ogni mano diventa vincente. Carestie, colpi di Stato, separazioni etniche, perfino il mal di testa del mattino: colpa di Israele.
Il copione è rodato. Lo stesso già visto con i curdi. Stesso lessico imbalsamato, stessi anatemi, stessi fantasmi imperiali evocati come spiriti durante una seduta medianica. Quando milioni di curdi votarono pacificamente per l’indipendenza, il mondo arabo-islamico — palestinesi in testa — scoprì d’un tratto l’inviolabilità dei confini, la sacralità degli Stati unitari, l’orrore del “separatismo”. Una conversione fulminea al diritto internazionale, durata lo spazio di un referendum.
Allora come oggi, Israele fu l’unico a dire una cosa semplice e perciò scandalosa: se un popolo dimostra maturità politica, forse merita uno Stato. Apriti cielo. “Secondo Israele”, “spada avvelenata”, “complotto sionista”. Il vocabolario del boia, riciclato da decenni per giustificare massacri, repressioni, deportazioni. Cambiano i bersagli — curdi ieri, somalilandesi oggi — ma la musica è sempre quella, stonata e ossessiva.
La cosa più grottesca è che a predicare contro l’autodeterminazione altrui sia proprio chi pretende che il mondo intero marci, digiuni e si inginocchi per la propria. Il piagnisteo diventa così un’arte scenica: lacrime a comando, indignazione selettiva, principi a intermittenza. Un popolo ha diritto allo Stato solo se non disturba Ankara, Teheran o Doha. Se invece dimostra di voler vivere senza padrini, allora è “separatista”, “agente”, “strumento”.
Il Somaliland, come il Kurdistan, ha commesso il peccato capitale: non chiedere il permesso ai professionisti della vittimologia. Ha osato esistere. E per questo va delegittimato, diffamato, ridotto a pedina di un complotto cosmico che — guarda caso — finisce sempre con la stella di David.
Così funziona l’ipocrisia piramidale: alla base il dolore autentico, in cima il cinismo più puro. E nel mezzo una classe dirigente che ha trasformato la causa nazionale in rendita perpetua, pronta a negare agli altri ciò che rivendica per sé. Non è politica estera. È teatro dell’assurdo. Con la differenza che, qui, le vittime non applaudono.
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