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GEOPOLITICA

Taiwan, la miccia asiatica: Cina e Giappone verso lo scontro

Taiwan, la miccia asiatica: Cina e Giappone verso lo scontro

di Stefano Silvio Dragani*

Premessa – Mentre in Occidente i media sono impegnati, seppur a corrente alternata, a seguire le crisi a noi più vicine — Ucraina, Medio Oriente e, marginalmente, l’Africa — quasi nulla ci viene detto sulle tensioni in Asia, con particolare riferimento a Cina e Giappone. Eppure ci sono, stanno crescendo e hanno al centro, ovviamente, l’isola di Taiwan. Cerchiamo di volgere lo sguardo verso l’Asia, anche perché, qualora tale crisi dovesse crescere ulteriormente, l’intero Occidente ne sarebbe inevitabilmente coinvolto, almeno sul piano economico e finanziario.

Le dichiarazioni del premier giapponese infiammano Pechino

Il 7 novembre 2025 la premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato in Parlamento che un attacco a Taiwan da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese determinerebbe «una situazione tale da minacciare la sopravvivenza stessa del Giappone». In merito, abbiamo chiesto il supporto di esperti, tra cui Atul Singh, caporedattore di Fair Observer ed ex professore di economia politica alla Berkeley University, in California, il quale ha recentemente affermato che, secondo fonti dell’intelligence giapponese, Tokyo potrebbe intervenire militarmente qualora la Cina invadesse Taiwan, esercitando il principio di «autodifesa collettiva». In tale cornice, merita rilevare come Tokyo appaia particolarmente preoccupata dal sensibile aumento del bilancio della Difesa cinese, nonché dalla crescente aggressività di Pechino nei confronti dei Paesi vicini. Il Giappone, tuttavia, secondo Foreign Affairs, negli ultimi quattro anni sembra essersi preparato a contrastare il comportamento coercitivo della Cina, investendo nelle proprie forze armate, proteggendo le catene di approvvigionamento e assumendo una postura più assertiva nei confronti dei suoi vicini.

La Cina, che considera da tempo qualsiasi impegno a sostegno di Taiwan una provocazione, ha reagito immediatamente, chiedendo a Tokyo di «pentirsi pienamente dei suoi crimini di guerra» e di «smettere di giocare con il fuoco sulla questione di Taiwan». Ancora, secondo Pechino, «siamo davanti alla rinascita del militarismo giapponese che, con le sue risorgenti ambizioni nucleari, costituisce una seria minaccia per la pace globale». Merita inoltre evidenziare che Pechino, in realtà, non solo da mesi ha intensificato le esercitazioni militari nei pressi del Giappone, ma ha anche recentemente bloccato le importazioni di prodotti ittici giapponesi, vietato le esportazioni di beni a duplice uso verso Tokyo e, infine, consigliato ai propri cittadini di non recarsi nel «Paese del Sol Levante». Queste aspre schermaglie politico-diplomatiche arrivano, tuttavia, dopo due anni di significativo deterioramento delle relazioni tra questi giganti dell’Asia. Infine, merita ricordare che le dichiarazioni diplomatiche espresse anche recentemente dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il quale ha affermato che gli Stati Uniti troveranno il modo di collaborare con la Cina senza compromettere gli impegni di sicurezza di Washington nei confronti del Giappone, non sembrano aver rassicurato Tokyo.

Gli effetti del “donroeismo” sulle dinamiche asiatiche

Recentemente Hitoshi Tanaka, consulente speciale per l’International Strategy del Japan Research Institute, ha affermato che la strategia statunitense, meglio nota con il termine “donroeismo” — una sorta di dottrina Monroe del XIX secolo rivisitata —, sebbene possa creare un ulteriore spazio strategico per la Cina riducendo, nel breve periodo, la probabilità di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Cina, difficilmente potrebbe innescare, al momento, un’azione militare cinese su Taiwan. In tale cornice, Tanaka ha inoltre dichiarato che in Giappone sussisterebbe un forte scetticismo circa la possibile risposta statunitense a un’eventuale emergenza taiwanese, la cui sorte appare sempre più incerta. Pertanto, il Giappone, pur continuando a dipendere in larga misura dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, potrebbe rafforzare la stabilità regionale perseguendo una strategia diplomatica più autonoma, volta a consolidare le partnership chiave in tutta l’Asia. In Asia orientale, va ricordato, la politica statunitense nei confronti della Cina sembra essersi sensibilmente modificata. Dal 2010 circa, Washington ha individuato in Pechino il proprio principale concorrente globale, cercando di contenerne lo spazio di manovra attraverso la costruzione di alleanze nell’ambito della “Strategia indo-pacifica”. Nell’ottobre 2025, a margine del vertice APEC, Trump e Xi Jinping hanno volutamente evitato discussioni su Taiwan, concordando invece una tregua di un anno nella guerra commerciale e visite di Stato reciproche nel 2026. Trump, facendo più volte riferimento al cosiddetto quadro “G2”, ha inteso elevare lo status globale della Cina per evitare uno scontro diretto con Pechino. Per la leadership cinese, che attraversa una fase di stagnazione economica, mantenere relazioni stabili con gli Stati Uniti appare dunque fondamentale.

In tale contesto, in Giappone diversi analisti sostengono che l’attacco statunitense al Venezuela potrebbe incoraggiare la Cina a intraprendere un’azione militare contro Taiwan. Tale interpretazione si fonda anche sulla considerazione che Xi Jinping, avvicinandosi alla fine del suo terzo mandato, potrebbe individuare nella riunificazione con Taiwan il proprio obiettivo politico primario. Altri esperti dell’area ritengono invece che, a differenza del Venezuela — dove si è assistito a una violazione della sovranità statale —, Pechino consideri Taiwan una questione puramente interna. In ogni caso, afferma Tanaka, Pechino continua a perseguire il progetto della riunificazione secondo una strategia collaudata, esercitando pressioni politiche attraverso il Kuomintang e altri attori locali, conducendo esercitazioni militari nello Stretto di Taiwan e ampliando costantemente le proprie capacità militari. Il Giappone si trova pertanto di fronte a un dilemma che appare, per certi versi, simile a quello europeo. Circondato da Cina e Russia, entrambe potenze nucleari, e dalla Corea del Nord, Tokyo non sembra in grado di affrancarsi dalla dipendenza strategica dagli Stati Uniti in ambito difensivo. Secondo Tanaka, il Giappone non può più contare esclusivamente sull’allineamento con Washington ed è destinato a perseguire una diplomazia più autonoma, incentrata sull’Asia, per affrontare un contesto internazionale sempre più incerto.

Le azioni militari si intensificano

Le attività militari si intensificano da ambo le parti, accrescendo le tensioni. Fair Observer ha recentemente segnalato un incremento delle operazioni militari che hanno coinvolto le forze aeree di Cina e Giappone. In particolare, meritano di essere citati due episodi emblematici, classificabili come «pericolose provocazioni». L’11 dicembre 2025 due bombardieri statunitensi B-52 avrebbero sorvolato il Mar del Giappone insieme a caccia giapponesi. Nello stesso giorno, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth e il ministro della Difesa giapponese Shinjirō Koizumi hanno ribadito telefonicamente l’impegno a scoraggiare le aggressioni nella regione Asia-Pacifico. Pochi giorni prima, alcuni velivoli cinesi J-15 avevano agganciato due volte i radar dei caccia F-15 giapponesi impegnati nel monitoraggio della portaerei CNS Liaoning in acque internazionali vicino alle isole di Okinawa. Nel medesimo periodo, due bombardieri strategici russi Tu-95, con capacità nucleare, avrebbero volato dal Mar del Giappone al Mar Cinese Orientale per incontrarsi con due bombardieri cinesi H-6. Secondo Tokyo, si sarebbe trattato di un «volo congiunto a lungo raggio» nel Pacifico, al quale si sarebbero successivamente uniti quattro caccia cinesi J-16 durante una manovra tra le isole giapponesi di Okinawa e Miyako. Il sorvolo, pur avvenendo in acque internazionali, è stato considerato da Tokyo altamente provocatorio.

L’asse Giappone-Filippine

In tale contesto, merita ricordare che, alcuni mesi dopo l’entrata in vigore dell’Accordo di accesso reciproco tra Giappone e Filippine, stipulato l’11 settembre 2025, Tokyo e Manila hanno firmato un nuovo accordo logistico il 15 gennaio 2026. L’Accordo di acquisizione e servizi incrociati (ACSA), come riportato da The Diplomat, stabilisce un quadro bilaterale per la fornitura reciproca di mezzi e servizi tra le Forze di autodifesa giapponesi e le Forze armate filippine. Secondo l’esperta Mengzhen Liu, le implicazioni di tali accordi si estendono ben oltre le relazioni bilaterali. La rapida espansione della cooperazione in materia di difesa tra i due Paesi, situati alle estremità opposte della Prima catena di isole, si sviluppa nel contesto delle continue controversie marittime e della crescente crisi diplomatica tra Giappone e Cina. In altri termini, i due principali fronti critici per la sicurezza marittima cinese — il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale — vengono ora integrati in un unico teatro operativo interconnesso.

Le “purghe” cinesi ai vertici militari

Mentre l’attenzione degli analisti è concentrata sulle tensioni tra Pechino e Tokyo, sui vertici militari cinesi è improvvisamente calata la scure del presidente Xi Jinping. Il 24 gennaio scorso, il Ministero della Difesa cinese ha annunciato che il generale Zhang Youxia, vicesegretario della Commissione Militare Centrale, e il generale Liu Zhenli, capo dello Stato Maggiore congiunto, erano stati sottoposti a indagine per presunte gravi violazioni della disciplina e della legge. Il 2 febbraio, i media militari ufficiali hanno affermato che l’indagine avrebbe contribuito a eliminare le carenze nella capacità di combattimento delle forze armate. Il PLA Daily ha dichiarato che la punizione dei funzionari corrotti avrebbe rimosso gli ostacoli allo sviluppo dell’Esercito Popolare di Liberazione. Anche il South China Morning Post ha sottolineato come l’indagine stesse rafforzando lo spirito di disciplina e perseveranza. L’estromissione dei due vertici militari ha ridotto di fatto la Commissione Militare Centrale a soli due membri: Xi Jinping e il vicepresidente Zhang Shengmin. Secondo Giuseppe Morabito, esperto di questioni militari, la motivazione della corruzione potrebbe non essere l’unica alla base di tali decisioni, che risponderebbero anche alla volontà di Xi di consolidare il controllo sullo strumento militare.

Conclusione – La strategia statunitense sta rimodellando non solo l’emisfero occidentale, ma anche le fondamenta dell’ordine europeo e dell’Asia orientale. In questo quadro complesso, lo scontro diplomatico tra Cina e Giappone emerge con particolare gravità. Secondo Jimbo Ken, direttore generale dell’International House of Japan, una delle principali incognite riguarda il nuovo concetto di deterrenza statunitense su Taiwan. Lasciando aperta la possibilità di un intervento, Washington costringe Pechino a considerare i costi di un’invasione; al contempo, l’eventualità di un non intervento evita di incoraggiare una dichiarazione di indipendenza da parte di Taipei. Siamo dunque di fronte a una crisi destinata a rientrare o a una trasformazione più profonda dell’ordine geostrategico globale? Secondo Elli-Katharina Pohlkamp dell’European Council on Foreign Relations, il deterioramento delle relazioni tra le due potenze asiatiche avrà conseguenze che andranno ben oltre l’Asia, mettendo alla prova la resilienza delle catene di approvvigionamento globali e la capacità dell’Europa di agire in modo autonomo.

*https://www.triesteallnews.it/2026/02/taiwan-la-miccia-asiatica-cina-e-giappone-verso-lo-scontro/

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

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