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GEOPOLITICA

Gaza, chi controlla gli accessi controlla il futuro politico

Gaza, chi controlla gli accessi controlla il futuro politico

Chi controlla gli accessi controlla il futuro politico di Gaza

La riapertura parziale del valico di Rafah non è un gesto umanitario, né un segnale di distensione, piuttosto una decisione strategica. Quando, dopo mesi di chiusura, un confine torna a funzionare in modo selettivo, ciò che si sta ridefinendo non è soltanto il flusso delle persone, ma l’architettura del potere che verrà. Gaza sta entrando in una nuova fase, che non è quella della soluzione, ma quella della gestione. Rafah è il punto in cui il conflitto israelo-palestinese smette di essere soltanto una questione militare e torna a essere una questione di amministrazione politica. Chi passa, chi resta, chi osserva, chi certifica. Ogni ingresso autorizzato è una decisione sovrana, anche quando viene presentata come misura tecnica.

Ma è qui che si presenta il nodo, la sovranità non viene proclamata perché viene esercitata attraverso i varchi. La riapertura limitata segnala che la guerra calda lascia spazio a un controllo freddo, più stabile e più duraturo. Israele mantiene il primato securitario, l’Egitto consolida il proprio ruolo di “ guardiano” regionale, gli Stati Uniti presidiano l’equilibrio strategico, l’Unione europea viene chiamata a fornire legittimità procedurale. Nessuno governa Gaza, ma tutti partecipano alla sua gestione. È un assetto che non promette pace, ma riduce l’imprevedibilità. È parte di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale. In Ucraina la guerra prosegue senza prospettive di rapida conclusione, normalizzata come conflitto lungo, destinato a ridefinire la sicurezza europea più che a essere risolto. Nel Pacifico, la pressione cinese su Taiwan aumenta senza sfociare nello scontro diretto, secondo una logica di logoramento e test continuo delle linee rosse. In Medio Oriente, l’Iran avverte contro una guerra regionale mentre tutti gli attori si muovono per evitarla senza rinunciare alla deterrenza. In Africa occidentale, le giunte militari consolidano il potere restringendo gli spazi politici, ridefinendo alleanze e margini di autonomia rispetto all’Occidente.

In questo contesto, Rafah non offre una soluzione, ma mostra come i conflitti contemporanei possano essere  amministrati quando nessuno ha interesse, o capacità di chiuderli. Il controllo degli accessi sostituisce la sovranità piena, la sicurezza prende il posto della politica, la logistica diventa destino. Non si decide chi governerà Gaza, ma chi potrà influenzarne il futuro giorno per giorno. C’è un dato che attraversa tutte queste crisi, ed è la fine dell’illusione che i conflitti possano essere risolti solo attraverso dichiarazioni di principio o architetture istituzionali. La geopolitica è tornata a essere esercizio del potere dentro vincoli reali, spesso brutali. Energia, confini, catene di approvvigionamento, corridoi umanitari, spazio aereo. Tutto ciò che per anni è stato presentato come tecnico oggi è profondamente politico. A Gaza non verrà deciso un accordo complessivo, ci saranno una serie di micro-decisioni cumulative tra chi entra, chi esce, chi controlla e chi garantisce. È una forma di governo senza nome, ma non senza effetti. Una fase che mette in risalto anche l’Occidente, sempre più impegnato a contenere il disordine piuttosto che a immaginare nuovi equilibri.

Chi controlla gli accessi controlla il futuro politico di Gaza, e perché possieda una visione, ma perché detiene la leva che oggi conta di più, la capacità di rendere possibile o impossibile la vita quotidiana. In un mondo in cui i conflitti non finiscono si sta imparando ad amministrarli. 

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