Dalla Groenlandia a Teheran il nuovo ordine non cerca consenso, ma controllo
Negli ultimi giorni la geopolitica globale ha mostrato un tratto comune che attraversa continenti diversi, il mondo non sta entrando in una nuova fase di confronto, ma in una fase di chiusura. Non più soltanto conflitti armati o competizione economica, ma una progressiva riduzione degli spazi di apertura, di dialogo e di intermediazione.
Il segnale più evidente arriva dall’Iran, dove regime teocratico, stretto da una crisi interna che non accenna a diminuire, ha scelto la strada più radicale, il controllo totale con la chiusura di internet. L’Iran ha dimostrato che spegnendo Internet non tema assolutamente il mondo esterno, ma teme il suo popolo. Arresti mirati, prelievi notturni dalle abitazioni, non è una misura emergenziale, ma un progetto politico. Quando uno Stato spegne la rete non sta difendendo l’ordine pubblico, sta rinunciando al rapporto con la società. È il passaggio dalla repressione alla separazione definitiva tra potere e popolazione. Questa dinamica non riguarda soltanto Teheran, lo stesso principio di chiusura, declinato in forme diverse, emerge anche nei grandi equilibri strategici occidentali. In Groenlandia, mentre è appena finita l’esercitazione NATO Arctic Endurance 2026, l’Artico torna a essere uno spazio di competizione primaria. Non è un teatro marginale né una frontiera remota e’ il punto in cui si incrociano sicurezza, risorse, rotte marittime e proiezione militare.
La Groenlandia, formalmente parte del Regno di Danimarca ma geograficamente più vicina al continente americano che all’Europa, è diventata un nodo simbolico e operativo. Per Washington rappresenta una piattaforma naturale di sorveglianza e difesa dell’emisfero nord. Per l’Europa è una questione di sovranità, alleanze e tenuta dell’architettura atlantica. Le tensioni degli ultimi giorni mostrano una frattura crescente, non tra alleati e avversari, ma all’interno dello stesso campo occidentale.
Parallelamente, l’Africa occidentale ha dichiarato lo stato di emergenza regionale, dove la crisi non è episodica, ma strutturale. Colpi di Stato, governi militari, fine dell’influenza tradizionale europea e ingresso sempre più visibile di nuovi attori esterni che stanno ridisegnando l’intero equilibrio dell’area. L’ordine postcoloniale si sta sgretolando senza che emerga ancora una nuova stabilità. È una zona del mondo dove la geopolitica non si limita a competere, ma si ricompone.
Nel Medio Oriente allargato prende forma un altro segnale significativo, il tentativo di costruire un’alleanza di difesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Un asse che combina capacità militare, deterrenza nucleare e potenza finanziaria. Non è una sfida diretta all’Occidente, ma un messaggio chiaro, le potenze regionali non attendono più decisioni internazionali e condivise, costruiscono le proprie.
In questo scenario anche l’energia torna a essere linguaggio di potere, il ritorno dell’interesse globale per l’uranio non è casuale, in un mondo attraversato da blackout, l’instabilità delle forniture e della transizione energetica incompleta, riemerge il nucleare come strumento di sicurezza nazionale prima ancora che come scelta industriale. I mercati lo trattano già come asset geopolitico, non come semplice materia prima. Mettendo insieme questi tasselli, il quadro diventa più chiaro. Non stiamo assistendo a crisi isolate, ma a un cambiamento di fase. Gli Stati non cercano più consenso, ma controllo, non costruiscono sistemi aperti, ma architetture difensive. La geopolitica del XXI secolo sta abbandonando l’illusione della globalizzazione stabile per entrare in una stagione di compartimentazione del mondo.
Iran, Artico, Africa occidentale, Medio Oriente ed energia raccontano la stessa storia, la stessa narrazione, il potere non vuole più convincere, vuole delimitare. E quando il potere smette di dialogare, la vera domanda non è dove esploderà il prossimo conflitto, ma quanto spazio resterà tra uno Stato e i suoi cittadini, tra alleati e interessi, tra ordine e paura.
È in questo spazio che oggi si gioca la partita più decisiva della geopolitica contemporanea. Non sui confini tracciati sulle mappe, ma su quelli invisibili che separano controllo e libertà, sicurezza e chiusura, stabilità e isolamento.







