di Cosimo Risi
La prossima campagna elettorale in Israele si giocherà sugli eventi del 7 ottobre 2023 e sui seguiti. Di questo è convinto il Primo Ministro nell’accingersi alla nuova competizione, ora che la procedura del perdono presso il Capo dello Stato appare ben avviata. Avere un avvocato difensore della taglia del Presidente americano aiuta. Nessun leader israeliano direbbe di no al migliore amico dello Stato dall’epoca della fondazione. Donald Trump l’ha detto chiaro a Isaac Herzog: Netanyahu è un eroe di guerra, non può essere processato come un imputato qualunque. Peccato che la Corte Penale Internazionale si accanisca, e con il Tribunale i paesi che ne hanno sottoscritto lo statuto. Noi ne ignoriamo il verdetto, produciamo il nuovo diritto internazionale in funzione delle nuove esigenze.
Il Primo Ministro segue una linea coerente: valersi del diritto a reagire per combattere ovunque i nemici dello Stato. Non solo Hamas a Gaza, ma anche Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen, il regime islamico in Iran, il regime di Assad in Siria.
Non tutti i nemici sono caduti per mano israeliana. Hamas resta a Gaza con una buona riserva di armi, il suo futuro è incerto. La popolazione sopravvive in estrema indigenza, per non contare le vittime dei raid nella misura di decine di migliaia.
La Siria ha modificato il regime per spinta interna e influenza esterna, specie della Turchia. Ankara si profila come il rivale potenzialmente più serio di Gerusalemme. Da tenere a bada. Netanyahu ha provato ad escludere i Turchi dal futuro assetto di Gaza. Senza riuscirci. Nella complicata governance della Striscia quale enunciata da Trump c’è un posto per il Ministro degli Esteri Hakan Fidan. Nonché per un diplomatico del Qatar, altro paese inviso al Primo Ministro. Sullo scandalo Qatargate si gioca una partita interna a Israele: riguarda i finanziamenti dell’Emirato a Hamas ed il coinvolgimento di alcuni personaggi dell’establishment israeliano.
L’Autorità Palestinese esce depotenziata dalla crisi di Gaza: più per il protagonismo di Hamas che per propria inefficienza. Trova spazio nel Comitato per il governo di Gaza: l’organismo è presieduto dall’ex Viceministro dell’AP Ali Sha’at e composto di tecnocrati palestinesi. Il Comitato è sottoposto ad un organo politico di indirizzo in cui si ritrovano personaggi in parte cari a Netanyahu (Steve Witkoff, Jared Kushner, Tony Blair), in parte invisi (il Ministro turco, il diplomatico qatarino).
L’Ufficio del Primo Ministro dirama un insolito comunicato in disaccordo con la decisione americana. Il Primo Ministro incarica il Ministro degli Esteri di protestare al Dipartimento di Stato. Il comunicato è in ebraico, Gideon Sa’ar è stato escluso dalle trattative, gestite direttamente da Netanyahu. Un espediente più a fini interni, calmare le riserve dei Ministri decisionisti, che per prendere effettivamente le distanze dagli Americani. Vale il principio di cui sopra: tutto fuorché indispettire l’amico più stretto dello Stato.
Le proteste in Iran sembrano sedate nel sangue. Almeno cinquemila le vittime della repressione. La reazione americana a loro difesa è stata annunciata e non attuata. Sarebbe bastata la promessa del regime islamico di non eseguire le condanne capitali per 800 persone a dissuadere il Presidente amaricano. Il quale però sta dispiegando una armata nel Golfo Persico per essere pronto a qualsiasi opzione.
Netanyahu ha fama di interventista, nella circostanza predica prudenza. Israele non avrebbe le difese adeguate da un attacco massiccio dall’Iran. Lungo i canali della diplomazia segreta, probabilmente tramite l’Oman, Israele e Iran avrebbero una sorta di patto di non aggressione. Israele sarebbe così allineato alle potenze sunnite del Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar propendono per una soluzione politica, la via militare destabilizzerebbe la regione più di quanto non lo sia già.
L’Iran è un paese troppo grande e complesso per praticare il gioco politico-istituzionale di successo in Venezuela. Il regime è in caduta di consenso popolare, ma resta coeso. L’alternativa non sarebbe migliore dell’attuale. Una soluzione “bonapartista” porterebbe ad una dirigenza più assertiva sul piano militare, e dunque più minacciosa.
La debolezza della Repubblica Islamica si misura anche sul piano esterno, nel minore sostegno agli alleati a Gaza, Yemen, Libano. Nelle tre aree Netanyahu può perseguire la linea di sempre. Occorre il benestare americano. Questo verrebbe se le varie manovre diplomatiche stancassero il Presidente per la loro inanità e lo inducessero a dare il via libera al Primo Ministro. Una campagna elettorale in clima di tensione aiuta la continuità governativa.







