di Lucio Leante
Il rapporto 2026 dell’ISPI, è una lettura molto critica della presidenza Trump, a cui attribuisce, insieme a Israele, la responsabilità della “deregolamentazione quasi brutale della convivenza internazionale” (come indica il suo titolo, “Liberi tutti?”) e la “crisi dell’ordine internazionale” definito “liberale” del dopo guerra fredda a sua volta scaturito da quello a egemonia e guida americana nato dalla alla II guerra mondiale e “simboleggiato dalla Carta delle Nazioni Unite”.
Secondo gli estensori del rapporto ISPI non vi sarebbe stata una sostanziale discontinuità tra il relativo ordine mondiale bipolare USA-URSS della guerra fredda e l’epoca del post-guerra fredda. Dal 1990 ad oggi il mondo avrebbe attraversato un’epoca di relativo e sostanziale “ordine internazionale liberale” con qualche tendenza alla violazione delle regole che Trump avrebbe accelerato e portato alle sue estreme e catastrofiche conseguenze, segnandone una radicale rottura..
L’intero rapporto, costituito 11 saggi settoriali, è basato su una lettura delle relazioni internazionali in termini prevalentemente giuridici ed etici, e cioè in termini di violazione delle regole di un presunto ordine mondiale precedente che sarebbe durato fino a Trump, ma che in realtà non esiste più dalla fine dell’ordine bipolare del periodo della guerra fredda. Una lettura che prescinde da un’analisi più strettamente storico-politica delle ragioni e delle circostanze in cui sono avvenute ed avvengono quelle violazioni. Manca cioè il dato storico politico essenziale e cioè che il trumpismo è una contro-rivoluzione che si propone di smantellare e invertire le dinamiche innescate in Occidente una ultra-trentennale rivoluzione “dem” (globalista, neocon, multiculturalista, woke e green), cominciata con la fine della guerra fredda e caratterizzata da violazioni delle regole internazionali altrettanto violente di quelle rimproverate oggi agli USA di Donald Trump.
Il rapporto non manca di rilevare che la tendenza alla violazione delle regole “non aveva fatto che crescere nell’ultimo decennio”, ma la tesi fondamentale dell’ISPI resta che Trump non solo avrebbe impresso a quella tendenza una brusca accelerazione inferendo, avrebbe inferto il proverbiale colpo di grazia all’ordine internazionale precedente. Un ordine che in realtà, al contrario, fu sconvolto già dal 1990 dall’unilateralismo neo-imperiale degli USA (seguiti dagli europei), ispirato alle teorie della lobby neocon.
In realtà è lo stesso Alessandro Colombo (curatore principale del rapporto insieme a Paolo Magri) a ricordare che una “crescente riabilitazione politica, giuridica e persino etica della guerra” è cominciata già “negli anni novanta del XXI secolo”, caratterizzati – secondo lo stesso Colombo- dal “ricorso ripetuto e quasi continuo all’uso della forza, da parte sia americana sia europea”. È lo stesso Colombo a scandire questa tendenza “dalla guerra del Golfo del 1991 alla missione in Somalia del 1992-93, dallo sbarco americano ad Haiti nel 1994 all’intervento della Nato in Bosnia tra 1994 e 1995, dai massici bombardamenti anglo-americani contro Iraq, Afghanistan e Sudan nel 1998 alla guerra della Nato contro la Jugoslavia nel 1999”. Il primo vero grande “liberi tutti” fu la cosiddetta Guerra Globale al Terrore, proclamata da George Bush jr. dopo l’11 settembre del 2001: “una sorta di ‘guerra giusta per invito’, aperta a tutti i soggetti interessati ad avere finalmente mano libera contro i propri nemici esterni o interni (la Russia contro i ceceni, Israele contro i palestinesi, l’India contro i militanti islamici nel Kashmir e così via)”.
La guerra globale al terrore aprì la strada alla indefinitezza della “guerra preventiva” che avrebbe poi giustificato l’invasione dell’Iraq del 2003 (senza una legittimazione dell’Onu) e diversi altri interventi successivi.
L’estensore del rapporto sorprendentemente sorvola però sulle “rivoluzioni colorate”, tra cui quelle in Ucraina nel 2004 e 2014 e sulle “primavere arabe” incluso l’intervento della Nato in Libia e la fomentazione della guerra in Siria ad opera degli occidentali, che agirono da dietro la scena. Egli le ignora per giungere un po’ troppo frettolosamente agli ultimi anni, citando come esempi di uso bellico della forza le operazioni militari russe in Ucraina, gli attacchi israeliani, oltre che a Gaza, contro cinque paesi (Libano, Siria, Yemen, Iran e Qatar). Critica gli occidentali solo per non avere imposto sanzioni ad Israele, a differenza della Russia, per la loro omertà nei confronti di Israele e biasima in particolare il Cancelliere tedesco Friederich Merz, per avere apprezzato il “lavoro sporco” svolto da Israele.
Ma - secondo Colombo- chi avrebbe fatto precipitare nel caos il mondo delle regole nel caos sarebbe stato Trump. “Gli ultimi mesi hanno spinto all’estremo questo cedimento delle inibizioni alla guerra”- scrive. Trump viene accusato di avere praticato una “diplomazia rafforzata” in violazione delle norme della carta delle Nazioni Unite con frequenti minacce di uso della forza, concedendo una copertura alle violenze israeliane, di avere bombardato nel giugno 2025 l’Iran in nome di una troppo anticipata – e perciò illegale- prevenzione della minaccia nucleare e di avere ordinato nel gennaio 2026 l’arresto extra-territoriale (e perciò illegittimo) del presidente venezuelano Maduro.
A Trump Colombo rimprovera anche una “diplomazia coercitiva”, che sfrutterebbe le “interdipendenze asimmetriche” a vantaggio degli USA, come nel caso dell’imposizione
di sanzioni economiche e dazi usate – dice Colombo- “come forme di pressione o punizione politica – non solo contro gli avversari, ma anche contro alleati”.
Su di Trump, insomma, incombe l’anatema di Colombo e dell’ISPI. Ma ci chiediamo: c’è mai stata nel passato una diplomazia che non fosse sostenuta dalla minaccia dell’uso della forza? Questo pio desiderio utopico non riflette forse la pretesa degli europei e delle altre medie e piccole potenze di supplire alla carenza di vera forza politico-militare con la retorica dei valori e del diritto internazionale? Oltre a quella di imporre così un impossibile e parolaio dominio (e forse anche una tirannia) dei deboli sui forti?
Un’analoga considerazione siamo costretti a fare sul prosieguo dell’analisi di Colombo e dell’Ispi.
Essi deprecano la delegittimazione di tutte le istituzioni internazionali: la Corte Penale Internazionale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le stesse Nazioni Unite. Chiediamoci: non si sono forse negli ultimi decenni delegittimate da sé divenendo tribune e agenzie anti-americane ed anti-israeliane?
Per il professor Colombo “è stato il massacro di Gaza” il vero punto di svolta del “collasso dell’ordine internazionale” e il culmine della violazione delle regole del diritto internazionale e, in particolare, del diritto umanitario da parte degli israeliani. Esso sarebbe stato segnato dal ritorno alla pratica del bombardamento a tappeto, dall’uso della fame, dalla presa di migliaia di ostaggi come strumento per la liberazione di altri ostaggi e dai maltrattamenti ripetuti dei prigionieri. C’è stato – è vero- in passato il caso di altri analoghi conflitti armati, come quello del el Sudan tuttora in corso e ignorato da quasi tutti. Ma quel che sembra a Colombo segnare la differenza è il fatto che, a suo giudizio, le violazioni israeliane sarebbero state “pubblicamente relativizzate o persino giustificate da migliaia di beneducati politici, commentatori e comuni cittadini; mentre, invece di essere puniti o almeno isolati, i loro perpetratori hanno continuato a essere accolti a pieno titolo nella comunità internazionale”. L’estensore principe del rapporto ISPI sorvola sul pogrom del 7 ottobre del 2023 e sulla intensa campagna anti-israeliana andata in scena nelle piazze occidente e sull’anti-semitismo filo-palestinese verificatosi anche nei media di mezzo mondo.
Ma – secondo lui- la differenza, starebbe nel fatto che perché una norma sia spazzata via “non è sufficiente che venga violata da qualcuno, ma occorre anche che smetta di essere presa sul serio da tutti gli altri”.
Colombo rileva poi “la paurosa volatilità della nuova Amministrazione Trump” nei rapporti con gli alleati europei della Nato. “Essa sembra destinata a erodere…. la fiducia che gli Stati Uniti, nel bene e nel male, avrebbero continuato a guidare con un certo grado di prevedibilità la comunità internazionale”.
Col risultato che Europa e America, “tendono sempre di più a divergere” per il “sospetto che gli Stati Uniti si preparino a ritirare o, più realisticamente, a ridimensionare in modo significativo il proprio impegno” alimentando “la rincorsa all’alleato americano attraverso l’aumento delle spese militari fino al 5% del Pil; in alternativa, il perseguimento di qualche progetto o velleità di autonomia strategica”.
L’incertezza della garanzia americana rende “sempre più difficile rispondere alla domanda “chi sarà alleato con chi” tra dieci o persino cinque anni”. Ciò spinge, oltre che gli europei, anche gli altri alleati tradizionali degli USA (per esempio in Medio Oriente, nel golfo Persico, nell’Indopacifico o in Asia centrale). ad una spasmodica ricerca di alternative e di contrassicurazioni” cercando accordi anche con la Russia e la Cina. Le alleanze e gli allineamenti diventano fluidi e meno vincolanti alimentando l’incertezza globale.
“L’assenza o l’indebolimento della garanzia di un sostegno automatico da parte degli alleati incrina
la capacità dissuasiva delle alleanze ma, in compenso, frena il meccanismo di propagazione dei conflitti”- scrive ancora Colombo.
Inoltre – secondo Colombo- contrariamente a quanto molti pensano, nel contesto internazionale attuale non ci sarebbe traccia di una tendenza verso un ordine multipolare. E questo perché non vi sarebbe stata alcuna consultazione nella gestione dei due conflitti politicamente più salienti degli ultimi tre anni, quello ucraino e quello mediorientale. Una tesi ben difficile dal sostenere data la segretezza di consultazioni ai massimi livelli tra le super-potenze.
Le aperture e le chiusure a una soluzione diplomatica sono dipese – secpndo Colombo- in entrambi i casi solo dalle iniziative unilaterali degli Stati Uniti, con la marginalizzazione non di rado umiliante di tutti gli altri” e, in particolare, i paesi europei e l’ONU.
La conclusione di Colombo e dell’ISPI è che “non c’è ancora traccia né su scala globale né, quasi ovunque, su scala regionale di alternative praticabili”, tampoco di tendenze multipolari, a quel (presunto) ordine internazionale liberale a guida americana sorto all’indomani della fine del bipolarismo della guerra fredda. Si starebbe profilando solo un peggioramento dello stesso ordine internazionale di quarant’anni fa, indebolito in termini di potere e quasi perfettamente svuotato in termini di legittimità da cui bisogna “aspettarsi il sorgere di sempre nuove contestazioni e sempre nuovi conflitti”.
Insomma – secondo Colombo e l’ISPI sarebbe auspicabile un ritorno al presunto ordine internazionale neocon e dem che ha caratterizzato la fase del dopo guerra fredda, nonostante le guerre e le violazioni delle regole che la hanno caratterizzata. Rispetto al trumpismo sarebbe tutto sommato un male minore. Forse perché significherebbe tra l’altro un ritorno della sinistra dem alla Casa Bianca e una ripresa della loro rivoluzione neocon, globalista, woke e green.
(SEGUE)







