di Aldo A. Mola
Tra i fatti mondiali all'inizio del 1946 spiccano la rinuncia agli attributi divini da parte dell'imperatore del Giappone, Hirohito (1° gennaio), la denuncia di Winston Churchill, presente il presidente degli USA Harry Truman, della “cortina di ferro” calata da Stalin da Stettino a Trieste (Fulton, 5 marzo: inizio della guerra fredda est-ovest) e l'elezione di Juan Domingo Perón alla presidenza della Repubblica Argentina il 24 febbraio.
Argentina, seconda patria per gli italiani, vicina...
Ottant’anni dopo l'Italia ha ancora molti motivi per ricordare quel presidente, militare e politico. Mal contati, gli argentini di origine italiana sono circa 30 milioni, cioè due terzi della popolazione attuale di quel Paese. L'emigrazione degli italiani in Argentina iniziò ancor prima che essa divenisse uno Stato indipendente. Secondo le statistiche il movimento migratorio ebbe vari “picchi”. Nel primo decennio della Sinistra al governo del regno d'Italia (1876-1887) sfiorò 400.000 unità. Nella celebrata “età giolittiana” raggiunse circa 750 mila persone. Le loro condizioni furono narrate dal giornalista Ferruccio Macola. Per capirle s'imbarcò con i migranti e in uno scomodo “memoriale” ne descrisse le pessime condizioni. Erano spinti dalla fame e attratti dalle mirabolanti descrizioni del mondo che li attendeva e, s'illudevano, li avrebbe resi nababbi. La seconda cospicua ondata si registrò nel primo decennio del fascismo: circa 550.000. Molti ancora per bisogno, altri per ostilità nei confronti del regime. L'ultima migrazione massiccia avvenne all'indomani della seconda guerra mondiale. Non ha nulla a che fare con quella, alla spicciolata, di militanti della Repubblica sociale italiana o della Germania di Hitler che vi cercarono rifugio, mimetizzandosi per decenni. Ancora una volta l'Argentina fu miraggio di italiani che lasciarono solidi posti di lavoro in patria nella certezza che quella fosse una sponda nostrana, con maggiori prospettive di carriera e di guadagni.
...e lontana
Però quando vi giunsero scoprirono che dovevano esprimersi in “castigliano” con le sue varianti locali. Molti faticarono. Continuarono a parlare tra loro nei dialetti delle regioni di partenza. Non si integrarono e non divennero classe dirigente. La Repubblica non fece molto meglio della Monarchia. Con la differenza che dopo il 1945 la Spagna di Francisco Franco era appena uscita dalla guerra civile e non poteva ambire a influire sull'America meridionale ispanofona. I “bollettini” sull'emigrazione e sull'accoglienza dei migranti dicono che il numero non era affatto potenza. A parte le filiazioni della Società Dante Alighieri, risalenti a inizio Novecento ma presenti solo in alcune città, gli italofoni d'Argentina non sorressero i giornali di lingua italiana né incisero significativamente nella vita “culturale” del Paese: canzoni, letteratura, abbigliamento, cucina.
Sulla crescente distanza tra l'Italia e l'Argentina influirono due fattori. In primo luogo l'Italia repubblicana postbellica, malgrado le rilevanti relazioni commerciali con la Repubblica di Perón, ritenne prudente tenersi lontana da un Paese che per primo si schierò su posizione neutrale tra anglo-americani e sovietici. Inchiodata nella condizione di vinto, confinante con la Jugoslavia e mentre il congresso di pace di Parigi naufragava per la definitiva rottura tra Urss, da un canto, Usa, Gran Bretagna e Francia, dall'altro, l'Italia non poteva lasciare dubbi sul suo schieramento nel mondo ormai bipolare. Era il bastione orientale, soccorso dal piano Marshall (che invece ignorò l'Argentina), impossibilitato a difendersi dalle stesse clausole del trattato di pace che ne ridusse le forze armate a dimensioni poco più che simboliche. Dipendeva dagli Stati Uniti d'America. Lo confermò con l'adesione alla Nato.
Inoltre l'Argentina costituiva una sorta di mostro agli occhi dell'Italia postbellica. In primo luogo Perón conferì un ruolo istituzionale alla moglie Evita Duarte: un “fatto” estraneo sia alla tradizione monarchica (la Regina era la consorte, ma senza alcun potere se non in caso di premorienza del re e di improbabile mancanza di principi reggenti), sia a quella (ancor più) della Repubblica, che del Capo dello Stato parla solo al maschile e non prevede alcun ruolo per la sua eventuale consorte.
Perón: unico capo di Stato scomunicato dal papa
Non bastasse, anno dopo anno il presidente argentino varò riforme che misero in allarme la Santa Sede e le gerarchie ecclesiastiche di Buenos Aires, giacché infransero le basi sulle quali era sorto il suo regime: esercito, classe operaia e chiesa cattolica. Perón promosse l'alfabetizzazione, distribuì gratuitamente manuali scolastici inneggianti alla Tradizione dell'Argentina, ai suoi “padri fondatori” e alla sua “missione” nelle Americhe e nel mondo. La tensione crebbe con la nomina a ministro della Pubblica istruzione di Armando Méndez San Martín: notoriamente massone e anticlericale, sulla scia dei presidenti che si erano susseguiti tra Otto e Novecento. Nulla di strano al di là dell'Atlantico. A tacere del Messico, che approvò leggi dichiaratamente anticattoliche, gli Stati Uniti d'America non avevano ambasciatori presso la Santa Sede né riconoscevano uno speciale privilegio alla chiesa cattolica nei confronti dello Stato e solo durante la seconda guerra mondiale nominarono un incaricato d'affari in Vaticano su impulso degli italo-americani cattolici che desideravano sentirsi rappresentati a quel livello e del cui voto Franklin D. Roosevelt aveva bisogno per la conferma a presidente dopo l'intervento in guerra.
La condotta di Perón verso la chiesa durante la sua seconda presidenza (1951-1956) non aveva nulla a che vedere con l'Italia o la Spagna. S’inquadrava nell'ambito delle radicali riforme, volute da lui e dalla moglie Eva Duarte (Evita), che stavano facendo compiere alla popolazione un balzo dall'immobilismo secolare, fonte di conflitti ingovernabili, alla secolarizzazione. Esse incidevano profondamente sul tessuto sociale e sui costumi. Tra quelle che suscitarono maggiore indignazione nel clero argentino va ricordata la proposta del divorzio, con vent'anni di anticipo rispetto all'Italia, ove il fiasco del referendum abrogativo nel maggio 1974, promosso dalla Democrazia cristiana guidata da Amintore Fanfani, costituì la prima sonora sconfitta dei clerico-reazionari, ratificata l'anno seguente dalla straripante vittoria dei socialcomunisti nelle elezioni regionali e comunali (1975). Perón mirò inoltre alla legalizzazione della prostituzione femminile, aprendo case di tolleranza per renderla meno igienicamente pericolosa: usò gli stessi argomenti di gran parte della sinistra democratica e liberale in Italia, ove si riteneva che, con l'abolizione delle “case chiuse”, un fatto sociale e costumale comunque esistente rischiava di finire fuori controllo, soprattutto nelle città che ospitavano gli affollatissimi “centri addestramento reclute”. Infine, utilizzando la legge n. 1420 del lontano 1884 il presidente argentino escluse il clero dall'insegnamento pubblico e massime nelle Università statali che, grazie e provvedimenti speciali, triplicarono in breve il numero degli studenti e costituirono un acceleratore della laicizzazione.
Perón venne accusato di incentivare il culto della sua personalità e di quello dell’influentissima moglie Evita e di ostacolare l'avvento di un partito cattolico sul modello di quelli democratico-cristiani prevalenti in Europa. La tensione divenne rottura netta quando promosse un emendamento costituzionale mirante a separare completamente lo Stato dalla Chiesa. Durante la festa del Corpus Domini del 14 giugno 1955 i vescovi Manuel Tato e Ramón Novoa pronunciarono discorsi aspramente avversi al presidente, il quale non esitò a esiliarli, come avevano fatto Vittorio Emanuele II e i suoi ministri, Camillo Cavour e Alfonso La Marmora, a metà Ottocento. Quando poi l'estrema laicista peronista dette fuoco a un paio di chiese, echeggiando i fatti della prima repubblica spagnola e del Messico, l'esito fu identico: come già era accaduto al re d'Italia e ai suoi ministri: Pio XII fulminò la scomunica a carico di Perón, precedentemente insignito dell'Ordine di papa Pio IX, il pontefice per il quale le logge massoniche erano “sinagoga di Satana”.
Le conseguenze di quel conflitto ideologico non si fecero attendere. Alle nuove elezioni i cattolici si sommarono ai “poteri forti” anglo-americani, contrari al corporativismo peronista che aveva portato l'economia argentina al sesto posto nel mondo.
La caduta, l'esilio...
Il 19 settembre 1955 scattò la “Revolución Libertadora” orchestrata da settori reazionari delle forze armate contro il presidente, con il sostegno di interessi stranieri. Perón, appena proclamato “Libertador de la Républica”, evocatrice di Simon Bolívar e José di San Martín, venne affrontato con le armi. Il 16 giugno 1955 l'aviazione bombardò la Plaza de Mayo, causando centinaia di morti e feriti tra quanti attendevano un comizio del presidente. Per scongiurare la guerra civile, Perón prese la via dell'esilio e venne sostituito da una giunta militare capeggiata dal generale Eduardo Lonardi, che mise fuori legge sia il Partito comunista sia quello peronista, reintrodusse la pena di morte (abolita dal 1916), riaprì il famigerato carcere di Ushuaia, che divenne luogo di privazioni e torture ovviamente illegali, abolì la costituzione del 1949 e fronteggiò militarmente la riscossa dei peronisti schiacciati come nemici della Patria.
Di Paese in Paese, Perón passò dal Paraguay a Panama, dalla Repubblica Dominicana sino alla Spagna di Franco, ove dal 1960 ottenne asilo politico e abitò prima in Siviglia poi alla Porta de Hierro, il quartiere più sicuro ed esclusivo di Madrid.
A chi gli domandava che cosa avrebbe fatto per tornare in Patria, rispose serenamente: «Nulla. Faranno tutto i miei nemici.»
...e il ritorno, col “grembiulino”
Il regime franchista era diverso da come veniva dipinto al di fuori della Spagna. Ai tecnocratici dell'Opus Dei si affiancavano militari che ordinariamente completavano la formazione con viaggi all'estero e corsi in accademie militari degli Stati Uniti. Non avevano verso l'Occidente laico le prevenzioni dei franchisti degli Anni Quaranta. In Perón vedevano un militare prestigioso, forte di un seguito popolare, certificato dal voto, capace di governare all'insegna dell'unità e del progresso e di una sia pure vaga richiesta di giustizia: il “giustizialismo” divenne l'ultima incarnazione del peronismo.
Ad assicurargli il successo fu una “catena d’unione” massonica, i cui anelli egli conosceva dalla sua iniziazione in una loggia militare nel 1940. Un suo primo tentativo di rientro “individuale” in Argentina fallì perché il terreno non era stato preparato adeguatamente. A farlo provvide Licio Gelli, all'epoca segretario della Loggia Propaganda massonica n. 2: una “officina” del Grande Oriente d'Italia, nel settembre 1972 riconosciuto legittimo e regolare dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra, depositaria della Tradizione liberomuratoria. Senza uno specifico mandato del Gran Maestro d'allora, il fiorentino Lino Salvini, sicuramente informato, al pari del suo predecessore, Giordano Gamberini, da tempo in eccellenti rapporti con grandi logge degli Stati Uniti e con l'argentino Alcibiades Lappas, massone, storico, esoterista, influente in ambienti accademici e in buone relazioni con ecclesiastici aperti al dialogo con le logge, Gelli avviò l'“operazione rientro” garantendo a Perón l'appoggio unitario dei massoni argentini da lui radunati dinnanzi alla statua di Garibaldi in Buenos Aires per solennizzare un patto di fraterna amicizia e di sostegno di alti esponenti del governo e delle forze armate già affiliati alla loggia.
La trafila: Francisco Franco e Licio Gelli
La preparazione avvenne tra Roma e Madrid ed è documentata da messaggi corsi tra Perón e José López Rega, suo segretario politico. Il 5 febbraio 1973 quest’ultimo raccomandò a sua figlia, Maria Beatrice, di prestare speciale attenzione al «dottor Lichio [sic] Gelli, persona importante y profundamente allegada a nosotros. Lleva una importante misión de tipo “Gianolio” y por encargo del sr General [Perón], la señora Isabel y mi propio debe entregarse urgentemente con el dr. Cámpora», membro del governo argentino e futuro presidente. La consegna era: «Silencio». Gelli contattò a Buenos Aires César de la Vega, gran Maestro della Gran Loggia argentina. Giancarlo Elia Valori, all'epoca affiliato alla P2, gli aveva affidato una lettera per l'ex presidente argentino Arturo Frondizi.
Nel 1973 l'ennesimo colpo di Stato portò alla presidenza il generale Alejandro Lanusse che, dopo decenni, fece celebrare regolari elezioni. Queste segnarono il trionfo del partito giustizialista, reincarnazione del peronismo, con il programma: “Cámpora alla presidenza, Perón al potere”. Mentre il Paese rimaneva diviso in fazioni che si combattevano con armi e tecniche d'importazione straniera e l'America meridionale era lacerata tra il modello di Fidel Castro, la repressione di Salvador Allende in Cile e l'azione terroristica dei “tupamaros” in Uruguay, anche per Washington il ritorno di Perón in patria venne considerato l’unica via per coniugare ordine e consenso popolare.
Il 17 giugno Cámpora e de la Vega raggiunsero l'intesa con la mediazione suasoria di Gelli. Il 25 maggio Cámpora passò la mano a Lastiri, genero di López Rega, che partì per Madrid con il compito di accompagnare Perón e rassicurarlo sull'accoglienza che gli sarebbe stata riservata.
Prima che i passeggeri salissero a bordo dell’aereo alle sei del mattino del 20 giugno 1973, vigilia del Solstizio d'Estate celebrato dai massoni di tutto il mondo, ai piedi della scaletta si presentò Francisco Franco per recare il saluto augurale. Vi rivide Gelli, l'antico legionario che in “Fuoco” (1939) aveva narrato la propria partecipazione alla guerra di Spagna ove aveva perduto il fratello maggiore, Raffaello. “Gelly Lichio”, come il segretario della P2 risultò nella carta di imbarco, era atteso a Buenos Aires da ampi articoli che lo citavano col nome di “Licjio Gelly”.
L'arrivo in Argentina fu drammatico, perché “montoneros” (di sinistra) e peronisti (moderati) si affrontarono con le armi mentre l'aereo stava atterrando, atteso da circa tre milioni di argentini. Il “massacro di Ezeiza” causò 13 morti e circa 300 feriti. Non era un buon segno ma non impedì il decollo del governo.
Il nuovo esecutivo, presieduto da Perón, mise d'accordo gli uomini e le correnti più influenti nel Paese e avviò la ricostruzione con il sostegno degli USA e, una tantum esplicito, del governo italiano, presieduto dal democristiano Giulio Andreotti, affiancato dal liberale Giovanni Malagodi.
Da tempo sofferente di cardiopatia ischemica e insufficienza cardiaca, Perón morì per infarto miocardico acuto il 1° luglio 1974 nella residenza Quinta de Olivos, ove soleva ricevere Gelli e i maggiorenti argentini e stranieri. Eletta vicepresidente, la sua terza moglie, Isabel Martínez Cartas, nota come Isabelita, già cantante e ballerina di night club, sposata nel 1960, assunse il potere, vegliata da López Rega, “el brujo”, dedito all'esoterismo e fondatore della Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina), tristemente nota per delitti politici che tornarono a precipitare il Paese nel caos sino all'avvento del generale Videla e quanto ne seguì, fino alla guerra con la Gran Bretagna per la sovranità sulle Malvine (o Falkland).
Tra le peculiarità del peronismo vi fu l'enorme spazio e il ruolo ufficiale conferito alle mogli del Presidente: Evita prima, Isabelita poi. È un aspetto che merita attenzione particolare.
DIDASCALIA Perón conferisce a Gelli le insegne di Gran Croce di San Martin Libertador.
Il luogo e la data di nascita di Juan Domingo Perón (Lobos, 8 ottobre 1895?) furono a lungo oggetto di dispute storiografiche. Altrettanto vale per le sue origini. La madre aveva sangue “tehuelche”, gli antichi “giganti della Patagonia”. Cadetto alla Scuola militare a 16 anni, nel 1917 Perón raggiunse il grado di capitano. Venne promosso colonnello nel 1941, al rientro da una lunga missione in Europa. Partecipò alla cospirazione del Gruppo Ufficiali Uniti e venne arrestato. Il 17 ottobre 1945 una folla che per il gran caldo si levò la camicia (“descamisados”) ne ottenne l'immediata liberazione. Alle elezioni del 24 febbraio 1946 venne eletto presidente della Repubblica. Si insediò il 4 giugno e impresse una profonda svolta politica.
Vedovo dal 1938 di Aurelia Gabriela Tizón, sposata nel 1929, nel 1945 maritò Eva Duarte (Evita), morta di cancro all'utero nel 1952. Nel 1960 sposò a Madrid Isabel Martinez Cartas (Isabelita).







