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CULTURA

GLI ORACOLI CALDAICI DI L. ALBANESE E C. TARTAGLINI

GLI ORACOLI CALDAICI DI L. ALBANESE E C. TARTAGLINI

di Franco Polito

Oracoli Caldaici”2025 Mondadori L. Albanese e C. Tartaglini

Gli Oracoli caldaici rappresentano uno dei vertici più enigmatici e luminosi della sapienza tardoantica, un testo liminare in cui filosofia, rito e rivelazione si intrecciano secondo modalità che sfuggono alle categorie moderne. Attribuiti a Giuliano il Teurgo e a Giuliano il Caldeo, attivi nel II secolo d.C., essi si collocano in un momento cruciale della storia spirituale dell’Occidente: l’epoca in cui il mondo ellenico, sentendo avvicinarsi il tramonto, tenta di raccogliere e trasfigurare la propria eredità in una forma iniziatica capace di resistere alla nuova religione cristiana¹.

Non è un caso che i responsi non siano più chiamati chresmoi, come gli oracoli tradizionali, ma logia: un termine che richiama la parola rivelata, i detti sacri, la voce stessa del divino. Gli autori intendono mostrare come la filosofia platonico-pitagorica non sia un semplice esercizio speculativo, ma una vera e propria teologia ispirata, una via di conoscenza che partecipa della stessa luce che illumina i testi sacri².

Al centro di questa visione si colloca la teurgia, l’“opera degli dèi”, intesa non come magia inferiore, ma come arte sacerdotale capace di rendere presente il divino attraverso simboli, statue, sostanze affini alla materia celeste e, soprattutto, attraverso l’uomo predisposto. La teurgia non studia gli dèi: li evoca. Non parla del divino: lo fa discendere. È la controparte operativa della teologia, la sua dimensione vivente³.

Eppure, nonostante la fama di tali pratiche, i frammenti superstiti — circa quattrocento — dedicano poco spazio alla descrizione rituale. Il cuore dell’opera è altrove: nella cosmologia, nella metafisica, nella dottrina dell’anima e del suo destino. Il Timeo di Platone costituisce la matrice principale, ma vi si innestano elementi neopitagorici e suggestioni di origine persiana, soprattutto la metafisica del fuoco e della luce, che spinsero Pletone ad attribuire gli Oracoli a Zoroastro⁴.

Questa duplice natura — filosofica e rituale — ha generato nei secoli interpretazioni divergenti. Plotino e Porfirio privilegiavano la via filosofica; Giamblico, Siriano e Proclo riconoscevano invece nella teurgia la chiave dell’ascesi. Damascio, con finezza, osservava che Platone stesso aveva unito le due vie, presentando il filosofo come un “baccante” che entra in contatto diretto con il divino⁵. È la stessa intuizione che ritroviamo nella Tradizione perenne: la conoscenza autentica è sempre un atto trasformativo.

Il volume curato da Luciano Albanese e Claudio Tartaglini si inserisce con autorevolezza nel rinnovato interesse per il platonismo tardoantico e per il rapporto tra filosofia e rito. L’autore affronta con equilibrio un corpus frammentario e complesso, la cui trasmissione indiretta — mediata soprattutto da Proclo e Damascio — richiede un lavoro filologico attento e prudente⁶.

Merito dell’autore è l’aver riportato il contesto in cui il frammento è citato.

Albanese evita sia la tentazione di ridurre gli Oracoli a un sistema filosofico coerente, sia quella di leggerli come un semplice prodotto esoterico. L’oscurità del testo è assunta come un tratto strutturale, funzionale alla sua natura iniziatica: non un difetto, ma un velo. In questa prospettiva, gli Oracoli emergono come una proposta teoretica autonoma, che si pone in dialogo — e talvolta in tensione — con la tradizione platonica classica⁷.

Particolare attenzione è dedicata alle grandi categorie cosmologiche: il Fuoco intellegibile, l’Intelletto paterno, le Iadi, l’Anima del mondo. Albanese ne mostra la funzione speculativa e il ruolo anticipatore rispetto al neoplatonismo post-plotiniano⁸. Ma soprattutto mette in luce come la teurgia, lungi dall’essere un elemento marginale, costituisca negli Oracoli una vera via di conoscenza: un’ascesi fondata sul simbolo, sul linguaggio sacro, sulla partecipazione⁹.

Sul piano metodologico, il volume si distingue per rigore e misura. L’analisi dei frammenti è sostenuta da un apparato critico aggiornato, che dialoga con la bibliografia scientifica senza appesantire la lettura. L’uso comparato delle edizioni moderne consente ad Albanese di proporre interpretazioni plausibili anche nei punti più oscuri della tradizione¹⁰.

Il lavoro di Albanese restituisce agli Oracoli caldaici la loro piena dignità di testo sapienziale, sottraendoli tanto alla marginalizzazione storiografica quanto alle letture superficiali. Il volume si rivela uno strumento prezioso non solo per gli studiosi del platonismo e della filosofia antica, ma anche per coloro che, nel solco della Tradizione, cercano di comprendere la continuità profonda tra metafisica, rito e conoscenza iniziatica¹¹.

In un’epoca che tende a separare ciò che per gli antichi era unito — pensiero e rito, simbolo e verità — questo libro ricorda che la sapienza autentica è sempre un ponte tra cielo e terra.

  1. Proclo, In Platonis Timaeum Commentaria, a cura di E. Diehl, Leipzig, Teubner, 1903–1906, I, pp. 93–95.
  2. Majercik, R., The Chaldean Oracles, Leiden–New York–Köln, Brill, 1989, 3–7;
  3. Shaw, G., Theurgy and the Soul. The Neoplatonism of Iamblichus, University Park, Pennsylvania State University Press, 1995, 1–12; 65–72;
  4. Pletone, Zoroaster, edizioni rinascimentali varie, 2–4.
  5. Damascio, De principiis, a cura di Westerink–Combès, Paris, Les Belles Lettres, 1986–1991, I, pp. 150–155.
  6. Des Places, É., Oracles chaldaïques, Paris, Les Belles Lettres, 1971, VII–XXI.
  7. Albanese, L., Oracoli caldaici, Mondadori, 2025, 25–33.
  8. Lewy, H., Chaldaean Oracles and Theurgy, Paris, Études Augustiniennes, 1978, 97–140.
  9. Shaw, G., Theurgy and the Soul. The Neoplatonism of Iamblichus, University Park, Pennsylvania State University Press, 1995, 120–145
  10. Majercik, R., The Chaldean Oracles, Leiden–New York–Köln, Brill, 1989, 15–22;
  11. Lewy, H., Chaldaean Oracles and Theurgy, Paris, Études Augustiniennes, 1978, 1–10-

 

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