
di Vito Sibilio
Sullo sfondo del Processo Andreotti si intravedono alcune “congiure”, intese come interferenze nel corso dello sviluppo dell’istruttoria.
La prima è della mafia. Per rilevarne la presenza, bisogna capire quello che era il rapporto tra Andreotti e certa politica siciliana prima del processo. Il voto mafioso, nel quadro di quello clientelare, era una parte determinante del consenso di Salvo Lima e di altri politici democristiani siciliani che, a partire dalla fine degli anni sessanta, erano entrati nella corrente andreottiana. Il voto congressuale di questi politici accrebbe senz’altro il peso nel partito della corrente Primavera. In conseguenza di ciò, il legame tra quei politici siciliani e il resto della corrente, compreso il suo vertice, si era rafforzato e consolidato.
Questo rapporto politico tra il politico romano e la frangia siciliana della sua corrente – frangia che di per sé è già una corrente regionale autonoma, se non più di una – si sviluppò nei momenti più complessi della relazione tra stato, società civile e mafia nel secolo scorso, quello in cui, completatasi la trasformazione di quest’ultima da società illegale parallela allo stato ad organizzazione internazionale criminale, l’opinione pubblica prese coscienza in modo sempre più consapevole dell’impossibilità di una coesistenza pacifica tra lo stato e la criminalità organizzata, imponendo al primo una reazione via via più decisa verso la seconda. Per ironia della sorte, Andreotti si trovò al potere proprio agli estremi opposti dello spettro cronologico di questo periodo, agli inizi degli anni settanta e a cavallo tra quelli ottanta e novanta, ossia quando quel processo di trasformazione della coscienza civile a cui abbiamo fatto cenno iniziò e giunse a maturazione. In conseguenza di ciò, la sua politica visse la contraddizione della gestione, nel seno di una forza politica nazionale quale la DC, di una forte componente elettorale clientelare legata alla mafia e della necessità di combatterla. In questo lungo periodo, tra Andreotti e la mafia, con la mediazione dei personaggi come Lima, si sviluppa una sorta di gioco delle parti. Il primo è ben lieto dell’appoggio congressuale dei politici siciliani, ma si guarda bene dal concedere loro alcunché che possa compromettere la sua posizione di uomo pubblico, rendendolo quanto meno ricattabile. La seconda, ossia la mafia, spera e crede di poter contare, all’occorrenza, su un appoggio importante, se non di Andreotti in persona, almeno della sua corrente in Sicilia, in tutte quelle questioni che, avendo una ricaduta nazionale, possono implicare l’interesse dell’organizzazione criminale. In quanto alle persone che stanno in mezzo, come Lima, si barcamenano evitando di compromettersi sia con Andreotti che con la mafia stessa. La prova di questo sta nel fatto che tutti i collaboratori di giustizia che hanno deposto al processo Andreotti, se da un lato hanno espresso la convinzione diffusa che nell’organizzazione c’era di poter contare su di lui, dall’altro non hanno potuto indicare nessun caso concreto di un suo intervento nell’interesse illegale della mafia. In poche parole, nella prassi di Andreotti i voti congressuali sono rimasti ben distinti da quelli clientelari.
In questa prospettiva, si possono valutare due informazioni chiave del processo, sia pure interpretandole in un certo modo. La prima è desunta dalle deposizioni della vedova del vicequestore Ninni Cassarà e di altri suoi collaboratori, per le quali egli aveva rinvenuto, nelle agende dei Salvo, il numero di Andreotti, sotto la confidenziale voce “Giulio”. Nonostante le agende stesse siano scomparse nel nulla, potrebbe essere verosimile che gli esattori di Salemi avessero un numero di Andreotti, così come lo avevano, stando ai testi, di altri politici. Del resto i Salvo avevano anche un numero diretto della Presidenza del Consiglio dal 1966, anche se Andreotti, anche quando era stato ministro delle Finanze, non aveva mai interloquito con loro ma solo con la Arnet, l’associazione nazionale degli esattori dei tributi, nel cui Comitato direttivo, fino a quando egli ebbe l’incarico, mai sedette nessuno dei due cugini. Si può quindi credere ad Andreotti non solo quando dice che non vi era ragione che i Salvo lo registrassero per nome e non per cognome, ma anche alla sua asserzione che gli esattori di Salemi non avevano un filo diretto con lui, per cui Cassarà avrebbe sbagliato identificazione, cosa tanto più probabile se consideriamo che nessuno telefonò mai a quel presunto numero del politico romano, per sentire chi avrebbe risposto. A tale proposito, sono rilevanti tre elementi.
Il primo risale al 1984, quando, il 12 novembre, Nino e Ignazio Salvo vennero arrestati. Giulio Andreotti sentì la notizia al telegiornale e commentò dinanzi ai figli che, dato ciò che stava emergendo sui cugini siciliani, aveva fatto bene Salvo Lima a non volerglieli mai presentare. Questo è stato riferito a me da Stefano Andreotti. Il secondo risale a quando Franco Coppi, assunta la difesa di Ignazio Salvo, gli chiese se conosceva Andreotti, ottenendone una risposta negativa. Il processo del Divo Giulio era ancora da venire. La terza emerge da una testimonianza negletta nel Processo Andreotti, quella di Niccolò Graffagnini, segretario provinciale della DC a Palermo, da cui si evince che i Salvo rinunciarono a diversi inviti di Lima ad entrare nella corrente andreottiana, in quanto in quel di Trapani essi risultavano dorotei, pur senza mancare di appoggiare alcuni esponenti di quell’altra fazione democristiana a Palermo. I due cugini amavano giocare su più tavoli. Al netto di ciò, è difficile credere che Andreotti conoscesse i Salvo così come si è poi preteso, ma che si limitasse a sapere quanto importanti fossero in Sicilia. Si può invece credere fondatamente che i Salvo facessero sapere di poter raggiungere, all’occorrenza, il politico romano e molti altri suoi colleghi, per accrescere prestigio e potere. Magari era anche vero, ma nessuna di questi contatti, leggendo gli atti processuali, è emerso dal dibattimento su Andreotti. E’ invece noto – ed è stato confermato in dibattimento – che i due esattori avevano ottenuto e conservato la loro posizione di potere grazie a tutti i partiti, cominciando da quelli della Giunta Regionale di Silvio Milazzo, ossia DC, PCI e MSI, nel remoto 1958. Va infine ricordato che Ignazio Salvo, al momento dell’arresto, ammise di aver pagato tangenti a tutti i partiti e alla mafia per quieto vivere e stracciò, per protesta, la tessera della DC. Era il 1984, nove anni prima del Processo Andreotti.
Del resto, quando la Procura palermitana volle dimostrare la conoscenza di Andreotti con gli esattori di Salemi, la suffragò con fatti tutto sommato banali: la foto di gruppo del 7 giugno 1979 durante un ricevimento organizzato dalla DC, per centinaia di invitati e con le autorità, all’Hotel Zagarella, con Andreotti, Nino Salvo, il ministro Attilio Ruffini e il presidente Piersanti Mattarella; un’altra foto a margine di un affollatissimo comizio al Cinema Nazionale di Palermo che ritrae, tra gli altri, lo stesso Nino Salvo con Andreotti; presunte chiacchierate cordiali con cui Nino Salvo, padrone dell’Hotel Zagarella, avrebbe illustrato ad Andreotti le caratteristiche di un salone della struttura (ma che l’imputato non rammentava). Tutte cose che, anche quando resistettero all’analisi dibattimentale non erano assolutamente rilevanti da un punto di vista penale. Per non parlare dei fatti rivelatisi falsi, come una seconda trasferta andreottiana all’Hotel Zagarella tra l’8 e il 9 maggio del 1981, mai avvenuta anche perché in quella data nessun evento pubblico si tenne in quella struttura; o come il regalo mai inviato da Andreotti alle nozze Salvo – Sangiorgi per il tramite del notaio Salvatore Albano, che ha seccamente smentito; o come l’uso, nelle trasferte siciliane, da parte del Presidente, di automobili della società Satris, appartenente ai Salvo, quale prova di una reciproca conoscenza; la falsa notizia della partecipazione di Andreotti alle nozze Salvo – Favuzza nel 1981; il fatto che il Presidente e i Salvo fossero entrambi clienti, come tantissime persone, del sarto Litrico a Roma; la falsa crociera di Andreotti con la famiglia Spedale, parente dei Salvo.
La seconda informazione chiave su cui riflettere è quella che si può ricavare da una deposizione americana di Tommaso Buscetta. Quando il pubblico ministero Richard Martin lo interroga sui politici italiani che hanno relazione con la mafia, nella primavera del 1985, egli dice che i nomi sono importanti e che lui non ha intenzione di farli, perché non verrebbe creduto, mentre cita, a titolo esemplificativo, proprio quello di Andreotti. Nonostante questo verbale non sia stato acquisito negli atti del processo Andreotti, l’agente della DEA Anthony Petrucci, addetto alla custodia di Buscetta tra marzo e novembre del 1985, ha confermato questa deposizione. Anche se non è affatto da escludere –proprio per la mancanza del riscontro documentale – che gli inquirenti americani abbiano mentito su Andreotti e Buscetta, a causa del ruolo svolto dal primo nella vicenda di Sigonella proprio nel novembre del 1985, la testimonianza del secondo sarebbe verosimile, anche perché quello andreottiano era solo un nome, uno dei tanti sui quali Cosa Nostra credeva di poter contare, se non per un appoggio attivo, almeno per una benevola neutralità. Non a caso Buscetta, in sede di dibattimento a Palermo, nulla poté indicare di concreto su Andreotti, perché egli non aveva fatto nulla. Andreotti ne era tanto consapevole, da chiedere lui stesso, in quella sede, la contestazione di fatti specifici, che in effetti non ci fu.
Tuttavia il rapporto tra politica e mafia, ossia tra Andreotti e la Cupola, si ebbe in due momenti topici, che a un certo punto coincisero cronologicamente, ossia lo svolgimento del maxiprocesso e la legislazione antimafia degli ultimi due governi presieduti dall’immarcescibile politico romano. E’ probabile – e lo stesso Andreotti lo ipotizza nel suo libro “Cosa Loro- mai visti da vicino” che nella sua corrente siciliana, alcuni millantassero la possibilità di intervenire per aggiustare il processo, così da irritare la mafia nel momento in cui non riuscirono a combinare nulla. Questa delusione degli ambienti mafiosi echeggia da un capo all’altro delle testimonianze dei collaboratori di giustizia nel corso del processo, a dimostrazione delle aspettative che la Cupola aveva riposto nelle sue amicizie politiche. Ma è a tal proposito significativo quel che ha testimoniato Giovanni Brusca, che della Cupola faceva parte. Egli ha dichiarato che Salvatore Riina, il quale aveva risparmiato, nella guerra di mafia, i cugini Salvo, nonostante fossero legati al triumvirato Badalamenti Inzerillo Bontate, perché voleva servirsi delle loro entrature politiche, si rivolse a Ignazio Salvo perché, rivolgendosi a Lima e, tramite questi, ad Andreotti, facesse saltare il maxiprocesso. La risposta di Ignazio Salvo fu felpata ma negativa: le cose erano cambiate, i suoi amici erano quasi irraggiungibili e l’istruttoria era già in Cassazione. Questo significa due cose: che prima non era avvenuto nulla – visto il punto dove si trovava il processo – e che allora, sia pure a richiesta, ancora niente poteva essere fatto. Il che significa, decriptato, che nessuno contattò né Lima né Andreotti, esattamente come Andreotti stesso disse. Era il 1991. Di lì a poco Ignazio Salvo venne ucciso e l’anno dopo toccò a Salvo Lima. A proposito di questi, tuttavia, Angelo Siino attesta che Lima sapeva che la mafia voleva ammazzarlo, ma non ne era preoccupato, tanto che prese contatti con gli uomini d’onore per la sua campagna elettorale imminente. Questo significa che Lima non era affatto tenuto ad intervenire nel maxiprocesso in seguito a patti con la mafia, altrimenti non avrebbe preso sottogamba le minacce dei corleonesi. Le considerava uno scatto di ira, non sufficiente ad incrinare la loro relazione politica. Evidentemente essa non aveva mai implicato interventi tanto compromettenti come quelli su un processo, esattamente come Andreotti ha ripetuto in tutta l’istruttoria. Non a caso Lima, stando ai testimoni, fu colto di sorpresa dall’attentato alla sua vita. Girava tranquillo in Palermo, senza particolari misure di sicurezza, nella sua macchina, quando venne aggredito. E fuggì, inutilmente, in uno stato misto di terrore e stupore per l’inaspettata violenza che si stava abbattendo su di lui. Doveva morire, come disse Buscetta, per togliere voti ad Andreotti, anzi per “denigrarlo”. Non avuti i piaceri pretesi, la mafia voleva danneggiare il politico romano.
E però Brusca mette in bocca a Ignazio Salvo una cosa importante, ossia l’affermazione che i tempi erano cambiati. Era il riferimento alla massiccia legislazione antimafia del governo Andreotti, sia pure indiretto. E’ strano che in tutto il dibattimento i collaboratori di giustizia non abbiano fatto nessun riferimento a questa attività andreottiana, che molto più del disimpegno dal maxiprocesso avrebbe attestato il “tradimento” del Presidente, se questi avesse avuto un reale legame con la mafia. Cosa tanto più strana se ripensiamo al termine “denigrare”, usato da Buscetta per motivare l’omicidio Lima. Infatti quella morte poteva bloccare, come bloccò, l’ascesa ulteriore di Andreotti e la prosecuzione della sua politica antimafia, usando come consiglieri uomini come Falcone e Borsellino che, fino ad allora osteggiati dagli altri partiti, avrebbero avuto un ruolo di rilievo nella lotta al crimine se il CAF fosse continuato, col politico romano al Quirinale e Craxi a Palazzo Chigi.
La deduzione che dunque si può fare è che il vero danno andreottiano alla mafia fu la legislazione del suo governo, non il disimpegno dal maxiprocesso. Evidentemente i vari collaboratori di giustizia, che sempre mafiosi restavano, decisero di vendicarsi di Andreotti, minimizzando il suo ruolo nella lotta al crimine ed enfatizzando, se non inventando di sana pianta, il suo mancato intervento nel maxiprocesso. Andreotti ha sempre detto che le accuse dei mafiosi verso di lui erano una vendetta, senza essere preso troppo sul serio, perché anche l’opinione pubblica aveva cominciato a confondere i voti clientelari con quelli congressuali, creando una connessione tra il politico romano e i votanti collusi con Cosa Nostra. In quest’ottica si comprendono tante testimonianze rese al Processo Andreotti, strane, incomplete, che non possono fare altro che infangare, visto che non possono distruggere.
E così i collaboratori Vincenzo Sinacori e Salvatore Cucuzza nulla sanno su Andreotti, se non che aveva relazione coi Salvo, cosa riferita loro da altri. Sinacori deduce, ma nessuno gliel’ha detto, che i Salvo misero la loro conoscenza di Andreotti al servizio dei Corleonesi. Il collaborante Francesco Di Carlo parlò dei contatti della mafia non solo con Lima e i Salvo – che a suo dire conoscevano e frequentavano Andreotti – ma anche coi dorotei Attilio Ruffini e Salvatore Grillo. Sul Presidente non sa indicare nulla di concreto che egli avesse fatto per la mafia. Lo spessore di questa testimonianza si vede nel fatto che Di Carlo spreca dettagli sulla sua conoscenza del comico Franco Franchi, la cui rilevanza per la mafia tutti possono valutare. Quando poi il collaborante fa riferimenti a Bontate come fonte e parla di presunti incontri di Andreotti coi Salvo, l’avvocato Franco Coppi, difensore di Andreotti, riesce a smontare la sua testimonianza facilmente. Dal canto suo, Angelo Siino dice che Andreotti nulla sapeva del sistema degli appalti in Sicilia, ma che si vendicò dei voti mafiosi del 1987 al PSI – che, dati alla mano, non c’erano stati, visto l’incremento della DC – con la proroga della decorrenza dei termini del maxiprocesso, nonostante questo sia in contrasto con la mancanza di paura che lui stesso attribuisce a Lima quando si diffonde la voce della sua condanna a morte da parte di Riina. Altre testimonianze, poi rivelatesi infondate, su Andreotti possono essere comprese nella loro genesi solo se partiamo dal presupposto che furono dettate dal desiderio di vendicarsi della mafia, indipendentemente dall’appartenenza o meno ai corleonesi. Gaspare Mutolo parlò dell’aggiustamento del Processo Cappiello, ma non riuscì a dimostrare che tale nome venisse fatto all’imputato, mentre quel procedimento si concluse, a dimostrazione che nessuno intervenne, con la condanna dei mafiosi. Leonardo Messina confidò l’inverosimile circostanza in cui Andreotti versasse trecento milioni di lire per la campagna elettorale al Consiglio regionale dell’avvocato Raffaele Bevilacqua, sospettato di collusione con la mafia, cosa che contraddice qualsiasi logica correntizia – in cui la base sostiene il vertice e non viceversa – e non corrisponde alle disponibilità finanziarie del Presidente. Salvatore Cancemi non teme di coprirsi di ridicolo dicendo che Andreotti era un uomo di Lima, e non il contrario, salvo poi aggiungere che si controllavano a vicenda. Brusca affermò che, durante la guerra di mafia, Andreotti minacciò di dover fare leggi contro Cosa Nostra, sebbene egli nel 1981 non fosse al governo. Sempre lui parla di favori della mafia agli andreottiani, ma non ne sa citare neppure uno. Aggiunge che la mafia ammazzava gli avversari politici degli andreottiani, dimenticando che anche Michele Reina, uomo politico di quella corrente, era stato ucciso da Cosa Nostra, mentre precisava che il vero signore della Sicilia era Andreotti, senza però indicare nessun suo intervento in interna corporis dell’Isola.
Michele Vullo asserì di una telefonata fatta da Andreotti ai Salvo nel settembre del 1983 che poi risultò essere una deduzione del teste. Allo stesso Andreotti si attribuisce di essersi interessato alla mafia tramite Giuseppe Gianmarinaro, un politico locale legato a Lima, senza che però, ancora una volta, si adducesse alcun elemento anche solo ipotetico. L’unica cosa nota è che nel 1991 il Presidente si spese per la campagna elettorale dello stesso Gianmarinaro. Anche i contatti politici, peraltro modesti, tra Vito Ciancimino e Giulio Andreotti, data la militanza del primo nella corrente del secondo, non configuravano alcun reato, sebbene scandagliati minuziosamente. Risultarono poi inventate di sana pianta le circostanze dell’incontro tra Andreotti e il boss Frank Coppola, raccontate da Federico Coniglio e posto tra il settembre e l’ottobre del 1970 presso il barbiere “Torquato” a Roma, dove il Presidente si serviva e dove, mentendo, anche il collaborante disse di recarsi frequentemente, millantando una conoscenza impossibile col titolare eponimo, in quanto questi era deceduto nel 1964. Lo stesso può dirsi dell’incontro del 1979 tra Andreotti e Badalamenti raccontato da Tommaso Buscetta. Sono anche fasulli i racconti degli incontri di Michele Greco con Andreotti a Roma, riferiti da Benedetto d’Agostino, collocati vagamente tra il 1976 e il 1980, in quanto il Presidente era fuori città nella sola data possibile faticosamente individuata dagli inquirenti. Le dichiarazioni di Vito Di Maggio sull’incontro di Andreotti e Nitto Santapaola a Catania nel 1979 risultarono del tutto false. Gaetano Costa attestò che Andreotti e Lima fecero trasferire nel 1984 alcuni detenuti da Pianosa a Novara, ma senza riscontri. Vincenzo ed Emanuele Brusca risultarono poi inattendibili sul famoso incontro tra Andreotti e Riina. Gioacchino La Barbera, Antonio Calvaruso e Tullio Cannella non colmano le lacune su questo tema. Dal canto suo Buscetta dovette ammettere che mai Lima, con cui si sarebbe incontrato stando a quanto lo stesso Lima avrebbe confidato a Franco Evangelisti, gli aveva parlato degli interventi suoi e di Andreotti a favore della mafia.
Mi sembra evidente che tutti i mafiosi che passarono davanti ai giudici erano animati da una volontà, spontanea o indotta, di infangare Andreotti, anche in mancanza di menzogne ben costruite, per uno scopo palese di vendetta. Se Andreotti fosse stato davvero “punciuto”, come qualcuno arrivò a dire, Cosa Nostra, capace di sventrare un condominio per ammazzare qualcuno, non si sarebbe limitata a questo e, soprattutto, avrebbe colpito il Presidente, oramai senza scorta, anche molti anni dopo la fine del processo. Anche le minacce ai figli, a lungo millantate nel processo, avrebbero avuto facile compimento.
Il problema principale, in questo contesto processuale, fu che Andreotti, non potendo negare i rapporti con Salvo Lima, fece della difesa della sua memoria uno dei pilastri anche della propria, per cui qualsiasi accusa a Lima, anche insufficientemente fondata, diventava anche un’accusa a lui, che lo difendeva tanto. Sull’altro fronte, l’asserita mancanza di ogni contatto coi Salvo fece sì che anche quelli casuali si trasformassero in tentativi di formulare capi di accusa. In questo modo l’imputato aveva non uno, ma entrambi i fianchi scoperti.
D’altro canto, questa congiura mafiosa non avrebbe avuto tanto successo se non si fosse incontrata, in una convergenza non sappiamo se parallela o perpendicolare, con una analoga volontà denigratoria che attraversava tutto il mondo delle toghe rosse. Quella del partito dei giudici è la seconda “congiura” che ha perturbato il processo Andreotti nel suo svolgimento. Andreotti, il 6 novembre del 2003, disse in Senato che Luciano Violante aveva istruito, nel suo ruolo di capo del partito dei giudici, i magistrati palermitani contro di lui. In effetti la relazione conclusiva della Commissione Antimafia del 1993, scritta sobriamente da Violante e datata 6 aprile 1993 – la richiesta di autorizzazione a procedere era stata presentata da Palermo il 27 marzo e non era stata ancora discussa né in Giunta né in aula – ha una ricostruzione dei fatti, in relazione al maxiprocesso, che riprendeva in tutto le rivelazioni, che poi si riveleranno infondate, dei collaboranti di giustizia, con pesanti illazioni su Andreotti e una esplicita condanna del defunto Salvo Lima. Violante scriveva che sulla responsabilità dei referenti di Lima doveva esprimersi il Parlamento, auspicando evidentemente una autorizzazione a procedere. Il giorno prima sempre Violante, ricevuta una telefonata anonima in accento torinese, che lo informava che Pecorelli stava per stampare un numero di OP esplosivo contro Andreotti prima di essere ammazzato e che rimandava ad uno dei suoi collaboratori per il rinvenimento della copertina, credette bene di informarne seduta stante Roberto Scarpinato a Palermo, dando a vedere di essere a conoscenza delle indagini su Andreotti della Procura e mettendolo addirittura per iscritto nel fax di trasmissione. Violante si sarebbe poi giustificato dicendo di aver ricevuto dal capo della direzione distrettuale antimafia di Roma, Michele Coiro, la notizia che a Palermo la soffiata ricevuta poteva essere utile. Ma Coiro era già morto per confermare.
In ogni caso i magistrati militanti di sinistra, che Andreotti sembra aver finalmente valutato nella loro duplice natura di uomini di partito e di esponenti delle istituzioni solo dopo aver letto “La Toga Rossa” di Francesco Misiani, che donò al presidente Oscar Luigi Scalfaro per averne la solidarietà, erano in un sentire tanto profondo con Violante e i loro omologhi in Parlamento, da condividerne i medesimi pregiudizi, quei pregiudizi che li portarono al fallimento processuale, appena appena attutito dal giudizio di secondo grado che prescrisse Andreotti per i reati anteriori al 1980, così da far salvare la faccia ai colleghi senza danneggiare davvero l’imputato. Singolare motivazione fu quella per cui Andreotti avrebbe fatto credere alla mafia di essere disponibile ad aiutarla, anche se si riservava di non farlo. E’, credo, l’unica sentenza al mondo che ha letto nel pensiero dell’imputato. Mentre è inverosimile che dal 1969, quando sarebbe iniziato il collateralismo andreottiano a Cosa Nostra, fino al 1980, essa nulla abbia mai chiesto al Presidente, perché altrimenti la relazione, stando a quanto sentenziato, sarebbe finita prima, per il diniego andreottiano a collaborare. Un diniego che la mafia non avrebbe certo lasciato impunito. Una impostazione che mise in imbarazzo anche la Cassazione, quando confermò la sentenza di secondo grado solo per mancanza di difetti di forma.
Certo, non si può escludere che, ad un certo livello sommerso, alcuni politici, magistrati, uomini dei servizi e persino mafiosi si accordassero specificamente contro Andreotti per prepararne e svilupparne il processo. Come ha documentato Pierre de Villemarest, i partiti comunisti europei, compreso il PCI, si trasformarono in forze socialiste per garantirsi la sopravvivenza e ottemperando all’Operazione Andropov, predisposta dal KGB sotto Gorbacev e intitolata a colui che per prima l’aveva concepita. In questo quadro, in molti paesi, come la DDR o la Romania, la delegittimazione dell’avversario politico era stata parte integrante del progetto per la conservazione del potere. Un tale piano in Italia era iniziato verosimilmente con la riemersione dal nulla delle carte morotee in Via Monte Nevoso e le sue rivelazioni su Gladio. Tali carte erano senz’altro in esclusiva disponibilità dei vecchi servizi dell’Est più vicini all’ala oltranzista del PCI, ossia quelli cecoslovacchi, l’STB, che a sua volta gestiva la Gladio Rossa. Come Markus Wollf abbia lavorato contro Herik Honecker o come la Securitate lo abbia fatto contro Nicolae Ceausescu o il ruolo del DS bulgaro nella caduta di Teodor Zhivkov o dell’STB contro Gustav Husak per impulso del KGB, sono oggi un dato noto. La forte presenza di magistrati esplicitamente comunisti o filocomunisti tra i grandi inquisitori italiani antimafia di quegli anni, anche nelle inchieste su Andreotti, permette di avere più di un sospetto su quei processi che, ad oggi, sembrano molto più politici che giudiziari. Una constatazione che si può fare anche per le inchieste di Tangentopoli. Dopo tutto entrambi i filoni di indagine si reggevano su due principi inquisitori di tipo stalinista, ossia che l’imputato di turno non potesse non sapere e dovesse dimostrare di non aver conosciuto determinate persone. La concomitanza con altri procedimenti giudiziari sulla mafia, condotti con gli stessi metodi intimidatori e con la stessa evanescenza probatoria, anche dai medesimi inquisitori andreottiani, come quelli di Bruno Contrada, Salvo Andò, Calogero Mannino, Giacomo Mancini e Corrado Carnevale, dà consistenza ulteriore a questa tesi. Come del resto non erano nuovi gli scambi di cortesia tra il mondo dei servizi dell’Est e la mafia siciliana, dalla morte di Ambrosoli a quella di Calvi, dall’omicidio Mattarella alle stragi di Capaci e Via d’Amelio.
E così anche nel Processo Andreotti abbiamo alcuni elementi inquietanti. Vi è Balduccio Di Maggio che, nel corso dell’istruttoria, telefona più volte a misteriosi “dottori” che lo incoraggiano a testimoniare anche il falso contro l’imputato, per avere maggior privilegi nello stato di collaboratore di giustizia, senza che nessuno si sia preso la briga di approfondire questo inquietante retroscena, nemmeno dopo che il collaborante venne arrestato da Giancarlo Caselli per la ricostituzione della famiglia di San Giuseppe Jato e la ripresa dell’attività criminosa. Vi è Giovanni Brusca che, prima di iniziare a collaborare testimoniando contro Andreotti a fine luglio del 1997, tenta di screditare, per sua esplicita ammissione, Balduccio Di Maggio, in quanto questi era teste contro di lui in altri processi. Vi è sempre Brusca che, prima di deporre contro Andreotti, dichiara di essere stato avvicinato in aereo da Luciano Violante che gli aveva chiesto di asserire la verità dell’incontro tra il Senatore a vita e Totò Riina, in cambio di benefici. Di tale fatto Brusca aveva informato il suo avvocato, Vito Ganci, che a dire del teste aveva contatti con uno dei figli e dei generi di Andreotti, fatto del tutto smentito dagli interessati. Per questa testimonianza, Brusca fu subito incriminato. Evidentemente la Procura di Palermo sapeva riconoscere l’inverosimiglianza dei fatti, quando essi non riguardavano Andreotti. Quando poi Brusca cominciò a parlare del Senatore a vita e dei suoi baci con Riina, improvvisamente l’inverosimile diventava verosimile e il teste inattendibile divenne attendibile. La Procura screditava così se stessa e la sua inchiesta. La mafia del pentitismo invece dimostrava di essere capace di modulare le accuse in modo tale da poter imbarazzare i suoi interlocutori togati e, quindi, evidentemente di condizionarne scelte e concessioni.
Del resto, un collateralismo tra il partito dei giudici e certi politici professionisti dell’antimafia si vide nel caso del maresciallo Antonino Lombardo, un caso in cui si vide anche che la posta in gioco nel Processo Andreotti valeva più della vita di qualcuno e che il confine tra antimafia e mafia era diventato molto evanescente. Il 23 febbraio del 1995, durante “Tempo Reale” di Michele Santoro, andò in onda la faida politica di Terrasini, in cui il sindaco Manlio Mele, aderente alla Rete di Leoluca Orlando Cascio, si contrapponeva al suo Consiglio comunale. Le due parti, specie la prima, abbondavano nel concedere patenti di mafiosità agli avversari. In TV Orlando, con l’avallo di Mele, accennò alle presunte ambiguità dell’ex comandante dei Carabinieri di Terrasini, il maresciallo Antonino Lombardo, da poco trasferito a Palermo. Dieci giorni dopo Lombardi si suicidò con un colpo di pistola nell’auto parcheggiata nel cortile della caserma e lasciando una lettera in cui esprimeva la sua disperazione per le calunnie ricevute a causa dei contatti da lui avuti, su ordini superiori, con Tano Badalamenti che, sebbene detenuto negli USA e non collaborante, sembra volesse venire in Italia a dire la sua, anche sui processi Andreotti, sia per mafia che per l’omicidio Pecorelli. Lombardo, che stava per recarsi nuovamente da Badalamenti negli USA, per avere conferma di quanto Buscetta e Mannoia andavano propalando su di lui e Andreotti, si era ritrovato senza missione per lo scandalo di Tempo Reale. Le benemerenze di Lombardo, che aveva contribuito alla cattura di Totò Riina e il cui cognato Carmelo Canale aveva collaborato da vicino con Paolo Borsellino, non erano servite a salvarlo dal piccolo Robespierre che albergava in Orlando ma che ogni tanto traslocava in Santoro. Canale disse che Orlando lo aveva istigato al suicidio e l’eterno Sindaco si difese dicendo che aveva chiesto solo accertamenti, anche se in modo palesemente irrituale. In questo modo, però, Badalamenti fu escluso dal dibattimento su Andreotti. Se poi, come da tanto dice la famiglia, Lombardo non si uccise ma fu ucciso, come dimostrerebbe una perizia sulla lettera d’addio, risultata falsa, e sul colpo fatale di pistola, esploso da una pistola non sua, dovremmo arguire che c’era un potere disposto ad uccidere direttamente per evitare che sul caso Andreotti uscisse fuori una verità alternativa. La domanda a questo punto sarebbe: questo potere era italiano o straniero? E questo ci porta all’ultima “congiura” che interferì nel processo del Senatore a vita, una congiura che forse si servì di Orlando come paravento involontario per portare in scena il finto suicidio di Lombardo e che sembra rimandare ai potentati d’Oltreoceano, negli USA, dove Don Tano aspettava di poter parlare di Andreotti. Una congiura che appare nella storia del processo in modo nitido anche senza supporre un suo ruolo nella morte di Lombardo.
Andreotti, ad un certo punto del suo procedimento, cercò un avvocato americano e si rivolse al collaboratore legale di George Schultz al Dipartimento di Stato, Abraham Sofer, assai valido anche nei giorni del sequestro dell’Achille Lauro. Egli esaminò le carte e rilevò alcune criticità: l’interrogatorio di testimoni, da parte della Procura palermitana, senza la presenza della controparte; un rapporto tra USA e Italia che, nell’ambito dell’istruttoria, teneva del tutto escluso l’imputato; la tendenza a tutelare quei collaboratori di giustizia che, in Italia e in America, avevano contribuito ad importanti processi e la cui mendacità avrebbe fatto correre il rischio della loro riapertura; l’origine politica del Procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, rivelata da Giuliano Ferrara. Impressionati da questa manovra di Andreotti, che poi dovette lasciar perdere l’avvocato americano perché troppo costoso, i magistrati e certa stampa alimentarono la voce che l’imputato gridasse al complotto a stelle e strisce, cosa che, anche se fosse stata vera, avrebbe richiesto toni sommessi. Fu così che Sofer, il 2 febbraio del 1995, dovette puntualizzare che Andreotti non aveva mai accusato gli USA di congiurare contro di lui, nonostante essi non gli avessero dato accesso ai due collaboratori di giustizia – Mannoia e Buscetta – che lo avevano accusato. Scrisse anche che era probabile che i Pm del Dipartimento di Giustizia USA ce l’avessero ancora con Andreotti per la sua politica filopalestinese e per l’autorizzazione italiana alla partenza di Abu Abbas dopo la faccenda dell’Achille Lauro. Espresse sorpresa sul riferimento di Buscetta ad Andreotti nel 1984, attestata dal Pm Martin, in quanto il Boss dei Due Mondi aveva dichiarato di non aver mai parlato della politica italiana in America prima degli anni novanta. Rilevò che tutte le deposizioni di Buscetta, compreso l’accenno del 1984, si basavano su quanto da lui udito da Badalamenti (che, come abbiamo visto, non venne messo in condizione di poter dire la sua al momento opportuno). Rammentò che Buscetta in alcuni casi, relativi a processi aggiustati, era stato smentito e in altri contraddetto da Badalamenti. Grazie alle precisazioni di Sofer, Andreotti non corse più il rischio di sembrare di aver accusato gli USA della sua rovina, inimicandoseli pubblicamente. Rimase però convinto che l’Amministrazione Clinton, non conoscendo il suo impegno antimafia, non lo aiutasse abbastanza, come avrebbe fatto quella di Bush sr. E qui si sbagliava e di grosso.
Se Andreotti avesse conosciuto quei documenti desecretati dalla CIA che noi abbiamo citato ne “La Trimurti di Mannheim”, non sarebbe caduto in questo madornale errore. Era stato proprio Bush padre a ordinare di far cadere i rapporti vischiosi con Andreotti e a favorire Tangentopoli. Ora, invece, l’ambasciatore Reginald Bartholomew, nominato da Clinton, aveva allentato i vincoli tra gli USA e le Procure italiche. In ogni caso, nel 1994, un qualificato esponente dei servizi italiani riferì ad Andreotti le ragioni della freddezza, se non dell’ostilità, USA nei suoi confronti, tutte riferite a fatti accaduti sotto Amministrazioni repubblicane: la presunta amicizia tra il Presidente e Arafat, Menghistu e altri rivali degli americani e la rivelazione in Parlamento dell’esistenza di Gladio senza preavvisarli. Questa cosa aveva irritato molto anche gli Inglesi. Aggiungerei anche la freddezza italiana nel conflitto con l’Irak nel 1990-1991, quando Andreotti fu più vicino alle posizioni di Giovanni Paolo II che a quelle di George Bush.
Assai significativo il rapporto del Console generale USA a Palermo, Jones, il 9 ottobre 1984, diretto all’Ambasciata di Roma. In quel fatidico anno di Sigonella, Jones evidenziava che la lotta alla mafia poteva essere fatta anche senza l’apporto del PCI, che certa magistratura era troppo timida con Ciancimino per ordine di alcuni politici e – attenzione – che l’accusa di mafiosità poteva essere usata all’occorrenza contro Andreotti per la contaminazione criminale della sua corrente in Sicilia. Il rapporto evidenziava, paradossalmente, che l’apertura al PCI di Salvo Lima lo aveva tutelato da certe indagini nel 1975-1979 e poteva ancora aiutarlo. Concludeva dicendo che, se la magistratura italiana avesse trovato altri talentuosi collaboratori di giustizia da affiancare a Buscetta, la classe politica del paese e Andreotti stesso – definito “assediato” – avrebbe avuto molte sorprese negative, il tutto senza l’aiuto o persino senza il gradimento del PCI. Un rapporto che sembra essere la road map per la distruzione politica di Andreotti, magari introducendo la variante di una collaborazione con certi apparati collaterali al PCI, specie quando questi, inopinatamente, divenne PDS.
Considerando infine quel che ho ricostruito da queste colonne ne “La pista rossa di Capaci e Via d’Amelio”, ossia che Andreotti e Cossiga, tra il 1991 e il 1992, richiesti da Boris Eltsin, misero Giovanni Falcone ad indagare sul traffico di droga che dall’Asia centrale ex sovietica il KGB aveva favorito verso le mafie occidentali, siciliana in primis, per intascare regalie da redistribuire tra i partiti comunisti al di qua del confine sovietico e sull’esportazione clandestina di capitali dall’URSS verso quegli stessi partiti in concomitanza della loro trasformazione in formazioni socialiste e in concomitanza del crollo del bolscevismo, e aggiungendo che per questo persero la vita Falcone stesso e Borsellino in un modo ammonitorio perché plateale – almeno il primo poteva essere ammazzato tranquillamente a Roma in quanto si muoveva senza scorta – possiamo affermare che il sette volte Presidente del Consiglio, in quei fatidici anni novanta, si trovò ad essere al centro di congiure concentriche: quella vendicativa della mafia; quella golpista di certa sinistra; quella depistatrice e terroristica di schegge impazzite e potenti dei servizi dell’Est e quella “normalizzatrice” di certi apparati USA, desiderosi di allontanare dal potere in Italia quei politici troppo autonomi di giudizio. Il che fa leggere l’inverosimile processo Andreotti in un modo molto molto differente. E anche quelli sull’omicidio Lima, sulla trattativa stato mafia e sulle stragi di Capaci e Via d’Amelio.





