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IL PREVOSTO DEL NUOVO ORDINE

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DI Paolo Zanotto

Il “Prevosto” del Nuovo Ordine: una critica simbolico-dottrinale al pontificato di Leone XIV

Premessa

Nel cuore della Roma eterna, dove un tempo echeggiavano le parole solenni dei Pontefici tridentini e si levava il fumo dell’incenso a custodire il Mistero, si è appena consumata una fumata bianca che disgraziatamente non preannuncia il ritorno dell’Ordine, ma evoca piuttosto la sua dissoluzione sotto le mentite spoglie di una carità travestita da consenso. Con l’elezione al soglio petrino del cardinale Robert Francis Prevost – ora Leone XIV – la Chiesa cattolica ha compiuto un ulteriore passo verso quella forma suprema di ambiguità che i Padri avrebbero definito mysterium iniquitatis. Non vi è nulla in lui che emerga dalla nebbia dei nostri tempi, salvo forse il nome, così evocativo, che sembra gridare da sé tutto il peso di un destino rovesciato.

Il presagio del nome

Nomen omen, solevano dire gli antichi Romani: “il nome è presagio”. E mai come in questo caso l’onomastica sembra rivelare più di quanto non si voglia ammettere. Il suo cognome, “Prevost”, richiama l’antico titolo ecclesiastico di “prevosto”, figura ambigua sospesa fra autorità spirituale e potere temporale. Tale assonanza non è meramente semantica, ma simbolica: incarna un pontefice che, in effetti, pare più amministratore di un’istituzione che pastore di anime.

Il prevosto, nella tradizione cattolica, fu dapprima il praepositus, “colui che presiede”, ma divenne col tempo, nell’immaginario collettivo, la figura di un ecclesiastico più attento alla disciplina che alla dottrina, al decoro della forma più che all’ardore dello spirito. Figura intermedia, talora ambigua, sovente troppo coinvolta nelle questioni terrene per rammentarsi del Regno dei Cieli, il prevosto è il chierico dell’amministrazione, della pastorale convenzionale, del compromesso. Ecco dunque un primo inquietante presagio: l’ascesa di un “Prevosto” al trono di Pietro sancisce il trionfo del clero burocrate, della Chiesa dell’efficienza, della diplomazia e delle agenzie ONU, sulla Chiesa dei martiri, dei contemplativi e dei santi.

Un’autorità priva di trascendenza e l’equivoco dell’immigrazionismo

Emblematico e quasi grottesco, poi, è il modo in cui i media – perlopiù atei o comunque ostili alla visione sacrale della vita – si siano precipitati a salutare con entusiasmo l’elezione di Leone XIV. Come se il sensus fidei dei fedeli potesse coincidere con la lettura ideologica di coloro i quali negano lo stesso fondamento della fede cristiana. Ma ciò che inquieta maggiormente non è tanto l’ipocrisia laica, quanto la sua perfetta sintonia con il nuovo pontefice. I cronisti che nulla sanno della dottrina, ma molto della semantica televisiva, hanno prontamente celebrato le sue parole-chiave: «pace, unità, dialogo». Questa sua enfasi su “pace” e “unità”, nondimeno, solleva plurimi dubbi e interrogativi lancinanti: si tratta di valori autentici o sono soltanto slogan che mascherano una resa culturale e spirituale? Non si è affatto parlato, ad esempio, di Redenzione, né di Grazia, né di Peccato, né di Inferno: nulla che turbi il sonno dell’uomo moderno. Il Papa che piace anche agli atei è un Papa che non annuncia più l’Eterno, ma gestisce il contingente. Non vi è nulla di più pericoloso che un’autorità religiosa senza trascendenza, giacché conserva la forma del sacro dissolvendone al contempo l’intima sostanza.

Sotto il sorriso mansueto e l’accento familiare da teologo ben formato, si cela in Leone XIV una volontà di proseguire, forse con maggior sofisticazione, quel progetto iniziato da Jorge Mario Bergoglio: trasformare la missione della Chiesa in uno sterile attivismo sociale, imbevuto di vacua retorica progressista e totalizzante visione mondialista. Fra i temi prediletti dal nuovo pontefice campeggia l’immigrazionismo, non a caso, inteso non già come carità evangelica bensì come teologia politica dell’indistinto. In ciò, egli si mostra figlio prediletto di un progressismo globale che confonde l’universalismo cristiano con il dissolvimento delle identità, la compassione con l’apertura indiscriminata, l’accoglienza con l’autoannientamento.

Eppure, «nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro» (Lc, 16, 13): non si può pretendere di obbedire a Cristo e sottostare al Mondo. L’ideologia dell’“uomo migrante”, cara tanto a Bergoglio quanto a Prevost, non ha nulla a che fare con la vera dottrina cattolica, che distingue sempre fra giustizia e misericordia, fra carità ordinata e caos sociale. Il livellamento verso il basso delle società ospitanti, l’erosione dell’identità culturale, la delegittimazione della sovranità nazionale sono tutti effetti collaterali che nessuna enciclica potrà mai redimere.

Pace e unità: le parole d’ordine del conformismo spirituale

Molto si è detto dell’uso insistente del termine “pace” da parte del nuovo Vescovo di Roma. Ma di quale pace stiamo parlando? Quella di Cristo – «non come la dà il mondo» (Gv, 14, 27) – o quella delle organizzazioni internazionali, delle agenzie multilaterali, dei manifesti ambientalisti? E “unità” fra chi? Fra la Luce e le Tenebre? Fra l’Ortodossia e le eresie? Tra i fedeli e i miscredenti? Vi è in un’insistenza di tal sorta sulla pacificazione indiscriminata e ad ogni costo una tendenza di tipico stampo post-conciliare a sopprimere ogni tensione dialettica, a obliterare la distinzione fra Verità ed errore, tra bene e male, in nome e per conto di una fratellanza universale senza Padre.

Eppure, la vera pace presuppone la giustizia, la quale a sua volta implica il giudizio. Dove sono le parole del nuovo Papa contro l’aborto, l’eutanasia, l’utero in affitto, il culto transumanista della tecnocrazia? Anziché confutare le idolatrie moderne, egli sembra piuttosto volerle benedire con l’incenso di una spiritualità inclusiva e disincarnata.

L’ombra dell’anti-papato

Non si può eludere un’ultima questione, per quanto controversa e spinosa essa sia: la legittimità stessa del conclave. Che l’elezione sia avvenuta in appena due giorni, che ben 108 dei 135 cardinali elettori fossero creature ecclesiastiche di Bergoglio, che il nome di Prevost sia stato fatto filtrare alla stampa prima che ciò potesse avvenire in modo lecito – tutto ciò alimenta il sospetto, per molti già certezza, di un conclave a monte concordato, più simile a una nomina sinodale che a un’ispirazione da parte dello Spirito Santo. L’elezione di Prevost, dunque, appare come la prosecuzione di un percorso già tracciato. Ma se veramente Bergoglio non era in possesso del munus petrinum, come convintamente sostengono quei canonisti che leggono Joseph Ratzinger con maggior attenzione rispetto a certi giornalisti, allora Prevost sarebbe a sua volta un anti-Papa. La successione apostolica si spezza e, con essa, si oscura la luce visibile della Chiesa.

L’elezione di Leone XIV ripropone, sotto una luce apparentemente pacificata, le tensioni irrisolte sin dalla rinuncia sui generis di Benedetto XVI. Il gesto del papa teologo, nel febbraio del 2013, ha aperto un vulnus nella forma del pontificato che non si è mai rimarginato pienamente. La distinzione, introdotta proprio da Ratzinger, tra munus (ufficio spirituale) e ministerium (esercizio pratico), ha lasciato in sospeso un’interpretazione ontologica dell’autorità papale, generando il sospetto – non privo di fondamento teologico – che il papato si sia convertito in una entità, se non formalmente bifronte, quanto meno ambigua nella sua legittimità sacrale.

Il rischio, oggi come oggi, non è soltanto quello di una confusione giuridica, ma di una profonda erosione della dimensione sacramentale del primato petrino. Il vescovo di Roma, da sempre caput et fundamentum unitatis, rischia concretamente di apparire come funzionario di un’istituzione in via di mondializzazione spirituale, più attento ai criteri dell’inclusività globale che non alla custodia del depositum fidei. In simile scenario, la figura del pontefice tende a slittare da vicarius Christi a moderator humanitatis, titolo non canonico ma implicitamente accolto nei discorsi recenti.

L’ombra dell’anti-papato si staglia dunque non tanto come realtà scismatica esterna, quanto piuttosto come possibilità endogena, interna al corpo ecclesiale: un papato svuotato della propria funzione katéchontica – di “colui che trattiene” (2 Ts, 2, 6-7) – potrebbe aprire la via ad una desacralizzazione dell’autorità, preludio all’instaurazione di un potere pseudo-religioso funzionale all’ordine secolare globale. In siffatta prospettiva escatologica, l’anti-Chiesa non si oppone frontalmente alla Chiesa visibile, ma la imita, ne fa una parodia e, infine, la occupa stabilmente.

Così, l’elezione di Leone XIV, all’apparenza sobria e conciliatrice, può essere letta anche come un episodio della lunga crisi del papato moderno, cominciata con l’espulsione del sovrannaturale dalle coordinate del pensiero teologico e culminata in un’ecclesiologia fluida, mobile, più ecclesiastica che ecclesiale, più diplomatica che profetica. Laddove il Successore di Pietro dovrebbe essere “pietra angolare”, c’è oggi il rischio palpabile che egli si converta in “pietra d’inciampo” (Rm, 9, 33), non per colpa personale, ma per la struttura stessa di un sistema che ha progressivamente svuotato la dimensione verticale del potere sacro.

Conclusione: la necessità di una vigilanza spirituale

Non si giudichi questa critica come animata da spirito fazioso o reazionario. Nulla è più necessario oggi di un ritorno alla sobria ebrietas del discernimento cattolico, che sa riconoscere il lupo anche quando indossa il manto dell’agnello. Il problema di Leone XIV non è tanto la sua persona, per quanto non siano mancate rivelazioni scottanti su questioni di corruzione, pedofilia e occultamento di abusi sessuali nel suo passato, bensì la sua funzione in un tempo in cui il trono di Pietro è divenuto cattedra della convergenza mondialista, pulpito dell’umanesimo immanentista e sportello di benessere spirituale.

Un Papa che piace a tutti non è più il Vicario di Cristo, ma un semplice moderatore morale della società secolarizzata. Il vero Pontefice è “segno di contraddizione”, lapis reprobatus, fuoco che arde e illumina. Fino a prova contraria, che attendiamo con ansia, Leone XIV si annuncia come il prevosto delle masse, non come il Pastore delle anime.

Il pontificato di Leone XIV s’inaugura, quindi, sotto il segno dell’ambiguità. Il suo nome evoca una figura di mediazione fra autorità spirituale e potere temporale, mentre il suo approccio pragmatico sembra riflettere questa dualità. Resta da vedere se saprà guidare la Chiesa con fermezza dottrinale o se cederà alle pressioni di un mondo che, in linea coi tempi che attraversiamo, reclama una religione sempre più incline ai suoi desideri.

Autore

  • Redazione

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