
di Vito Schepisi
La Chiesa come esempio di trasparenza non ha mai convinto nessuno, neanche i più devoti, neanche i fondamentalisti e neanche le prefiche e le bizzoche.
Figuriamoci se quella parte del clero che ne ha contezza!
Tutti, però, avvertono la necessità della riservatezza e del mesto ed assoluto silenzio.
In quelle mura ove il potere temporale è più d’un qualcosa che resta nella memoria, in quelle stanze in cui persino l’Unità d’Italia è come una ferita che non s’è mai richiusa, la sensazione dell’obbligo all’obbedienza ed ai principi della gerarchia e dell’osservanza è più d’una regola morale.
Nella Chiesa di Roma, dove tutto è arroccamento per la sopravvivenza, il governo delle cose ha ancora prevalenza su quello delle anime.
Senza neanche il bisogno di doversi soffermare su questioni profane, ad esempio sulle finanze, la cui gestione in molte circostanze è apparsa decisamente opaca, e senza riflettere sul peso specifico d’un Territorio (il Vaticano) tanto piccolo, quanto ricchissimo d’averi.
Non si può, però, negare l’essenza spirituale, ed il beneficio dell’uso della moderazione, nel richiamo etico del mondo ecclesiale alla fede e nell’invito costante alla fratellanza ed alla pace.
La Chiesa, inoltre, in Italia, ha esercitato un costante richiamo per i valori etici ed altresì un grande incentivo per il raggiungimento di traguardi di crescita culturale.
Tutti concreti, testimoniati dai fatti, percorsi di civiltà che, nell’insieme, sono diventati parte tangibile e universalmente riconosciuta del Cristianesimo: si pensi al pensiero del Bene che prevale sul Male che, indifferibilmente, è assunto come principio etico ed assoluto della missione cristiana.
La Civiltà Occidentale deve molto alla Chiesa di Roma: si pensi all’organizzazione delle strutture sociali; si pensi alle missioni nel mondo; si pensi al lascito culturale del patrimonio artistico ed architettonico, si pensi ai principi etici trasmessi; si pensi, ancora, alla centralità dell’individuo, protagonista quotidiano d’un insieme di principi e di valori da rispettare.
E’ in questa coscienza di civiltà cristiana che s’alimenta e si riscalda, perché non si esaurisca e non si raffreddi, il brodo di coltura della tolleranza, del pluralismo, della libertà e della dignità umana.
Il Cristianesimo è stato il giaciglio di nascita della civiltà occidentale, ed è ragione per la quale, sia i credenti che i non credenti, in Occidente, debbano indistintamente continuare a ritenerlo come il collante naturale (e persino strategico) per le scelte future.
Nella Chiesa Romana, in cui, senza clamori di scandalo, e senza spiegazioni, avvengono anche cose raccapriccianti, in cui spariscono persino giovani fanciulle, senza che dopo 40 anni se ne sappiano le circostanze, le modalità e le ragioni; in quegli ambienti vellutati e riservati, lontani dagli sguardi indiscreti, s’esercita ancora, come sempre, la più impenetrabile delle moral suasion, perché tutto passi senza grande clamore.
Nel “villaggio delle lavandaie”, come Monsignor Marcinkus (il più discusso manovratore delle finanze vaticane, presidente dello IOR ai tempi della P2, di Sindona e di Calvi) chiamava la Città del Vaticano, in questi giorni, sottovoce, non si parla d’altro che della inflessibilità di Papa Francesco nel voler infliggere una penalità, senza precedenti, al Cardinale Raymond Leo Burke, privandolo dello stipendio e dell’appartamento cardinalizio a Roma.
Non solo un provvedimento che fa discutere, ma anche un grande segnale d’intolleranza che, nonostante lo spessore di quelle mura che silenziano ogni rumore, non potrà passare sotto silenzio.
Non sono state fornite motivazioni per questo “strano” provvedimento. E questo non è etico, soprattutto se viene da un Papa che predica franchezza.
Burke è un Cardinale “pulito”, con un curriculum intonso. Papa Ratzinger (Benedetto XVI), stimandolo, gli assegnò la guida del Supremo tribunale della Segnatura apostolica.
Papa Francesco, invece, l’ha privato dello stipendio e dell’abitazione.
Non sono in discussione né la Fede e né la coerenza nel sostenerla. Al contrario, come se questa sia una colpa, il Cardinale Burke ha manifestato per anni il suo scetticismo verso le aperture di Papa Francesco per posizioni in contrasto con l’intimo sentimento del clero e dei fedeli.
Un Cardinale che ha colto nella secolarità della tradizione cristiana motivo di fermezza e di convinzione, senza flettere e senza lasciarsi andare verso il tipico opportunismo degli eventi.
Astenersi dalle dietrologie è uso coerente di chi osserva ciò che accade nella politica, nel costume, nel pensiero e nella società, e sarà ancora così, ma ciò non impedisce a chi scrive di ribadire un concetto espresso in un contributo pubblicato sul libro “Un Papa Laico”, per Fondazione Magna Carta, edizione Cantagalli del 2008: “Solo pensare che si possa impedire di parlare a chi rappresenti un indirizzo ben consolidato del pensiero etico e delle radici popolari di una fede, per giunta largamente maggioritaria nel Paese, dovrebbe scuotere le coscienze libere”.





