La logica del dominio diretto lascia spazio alla logica della gestione del rischio
Quello che sta accadendo non è un semplice spostamento navale, ma è un segnale.
E, se lo leggo con la mia sensibilità, è un segnale che parla più di fragilità che di forza.
La portaerei americana USS George H. W. Bush, invece di seguire la rotta naturale Mediterraneo, Canale di Suez, Mar Rosso sta circumnavigando l’Africa, passando dal Capo di Buona Speranza per raggiungere il Golfo Persico.
Una scelta che, sul piano militare, ha una spiegazione chiara: evitare il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb, oggi considerati troppo pericolosi a causa della minaccia degli Houthi yemeniti, capaci di colpire con missili, droni e attacchi navali. Ma fermarsi qui significherebbe non capire.
Il dato strategico ci dice che il mare non è più neutrale. Per decenni abbiamo pensato al mare come a uno spazio “aperto”, neutrale, quasi naturale. Oggi non lo è più.
Gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez non sono più semplici passaggi, sono punti di potere. Chi li controlla, anche senza essere una superpotenza, può condizionare il commercio globale, il prezzo dell’energia e le strategie militari delle grandi potenze.
Il fatto che una portaerei americana simbolo massimo della proiezione di forza scelga di evitare un’area dice una cosa molto precisa: il controllo non è più monopolio degli Stati forti.
La vera novità è l’asimmetria del potere. Qui sta il cuore della questione. Un attore come gli Houthi non è una superpotenza, non ha una marina paragonabile a quella americana e non controlla oceani. Eppure riesce a ridisegnare le rotte strategiche globali.
Perché? Perché il potere contemporaneo non è più solo massa, tecnologia e superiorità militare Ma è sempre più capacità di interdizione, minaccia diffusa e imprevedibilità.
Basta rendere uno spazio “insicuro” per svuotarlo di valore. Non serve dominarlo. Basta negarlo. Il paradosso e che la forza aggira il rischio.
C’è qualcosa di profondamente simbolico in tutto questo. La più grande macchina militare del mondo non affronta direttamente la minaccia, non impone il passaggio, ma lo aggira.
Non è una ritirata, sia chiaro. È una scelta razionale. Ma è anche un segnale: la logica del dominio diretto lascia spazio alla logica della gestione del rischio. E questo cambia tutto.
Siamo di fronte a contesto più ampio nel quale si rileva una guerra diffusa e non dichiarata. Questo episodio si inserisce all’interno di tensione molto più grande: escalation tra Stati Uniti e Iran, blocco o minaccia riguardante lo stretto di Hormuz, uso di attori indiretti (proxy) come gli Houthi e militarizzazione delle rotte commerciali.
Non siamo più davanti a guerre classiche. Siamo dentro una guerra reticolare, ove il conflitto è distribuito, i fronti sono mobili e le responsabilità sono ambigue. E soprattutto non esiste più una linea chiara tra guerra e pace.
La conseguenza economica ci porta verso un mondo rallentato. Deviare una portaerei è un fatto militare. Ma deviare le rotte marittime è un fatto globale. Già oggi centinaia di navi commerciali evitano il Mar Rosso, il che accresce i tempi di percorrenza e i costi, unitamente alle catene logistiche.
Il mondo diventa più lento, più costoso e più instabile, e questo si traduce, inevitabilmente, nella vita quotidiana.
Il potere che si frammenta, se devo dirlo con la mia voce, fino in fondo, allora lo dico così: non stiamo assistendo a un rafforzamento dell’ordine globale, ma alla sua frammentazione.
Non è più il tempo delle grandi egemonie stabili. È il tempo delle interferenze locali che producono effetti globali. Un gruppo armato in Yemen può influenzare le decisioni del Pentagono, le rotte navali mondiali e gli equilibri energetici.
Questo è il nuovo paradigma. Allora c’è da porsi un somanda finale (che è anche la più inquietante). Se basta rendere uno spazio insicuro per cambiarne l’uso, se il potere è sempre più diffuso e asimmetrico, allora la domanda vera non è più: chi controlla il mondo? Ma: il mondo è ancora controllabile?





