
di Carlo Di Stanislao
” I politici, qualunque sia il risultato, sostengono di aver vinto”
Indro Montanelli
Non ne va bene una al governo targato Meloni e non solo.per il centro di accoglienza in Albana costato tanto e che resta vuoto, con una nave militare declassata a traghettato e 400 poliziotti a fare la guardia al nulla. Soprattutto va male alla Lega che oltre a a perdere consensi insegue progetti e giudicati incostituzionali per buona pace della Buongiorno e altri legulei di grido.
Il via libera dalla Cassazione al referendum abrogativo sull’Autonomia differenziata è l’ultimo passaggio alla Consulta e poi saranno i cittadini a cancellare questa idea del governo Meloni che avrebbe alla fine spaccato in due la nazione, soprattutto riguardo sanità, istruzione e welfare.
Calderoli ostentata tranquillità ma tutti dicono sia infuriato.Già la Consulta aveva praticamente fatto a pezzi la legge, a dimostrazione che la cosiddetta secessione dei ricchi non stava né in cielo né in terra e che avevamo ragione da vendere quello che la osteggiavano pesantemente.
Non basta e per una volta la sonora pernacchia, che ne “I Vitelloni” Alberto Sordi indirizzava ai lavoratori, si ribalta di destinatario e arriva dritta dritta in faccia a un nemico di lavoratori e lavoratrici, il Vice-Presidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Più che ministro delle Infrastrutture e dei trasporti lo si dovrebbe rinominare «ministro della precettazione». Perché da quando è in carica questo governo, Matteo Salvini – invece di risolvere il problema dei treni in perenne ritardo o dei taxi che mancano – sembra impegnato in una sua battaglia personale: bloccare gli scioperi.
Ma c’è un giudice a Roma. Il Tar del Lazio ha infatti annullato l’ordinanza che riduceva da 24 a 4 ore la mobilitazione del 13 dicembre indetta dai sindacati di base. Esulta l’Usb: «Vincono i lavoratori e vince la democrazia».
Per garantire «il diritto alla vita tranquilla della stragrande maggioranza degli italiani», come ha ribadito solo qualche giorno fa, il leader leghista usa spesso e con disinvoltura un’arma a sua disposizione – la precettazione appunto – pensata come estrema ratio per bilanciare diritti costituzionalmente garantiti.
Lo ha fatto per ben sette volte in poco più di un anno, superando i suoi predecessori, e nel 2023 è stato il primo ministro nella storia italiana a bloccare o limitare uno sciopero generale, cosa che ha replicato anche nel 2024. E spesso in totale autonomia, come nel caso del 13 dicembre, senza alcuna pronuncia da parte della Commissione di garanzia.
Il senso dello sciopero è quello di creare disagi e dare fastidio, altrimenti che agitazione sarebbe? Ma per «non bloccare l’Italia intera a dieci giorni dal Natale», Salvini aveva firmato un’ordinanza per limitare di un sesto la durata dello sciopero del 13 dicembre nel settore di propria competenza. Ma dopo l’intervento del tribunale amministrativo, che ha annullato la precettazione del ministro, l’agitazione durerà un giorno intero anche per i trasporti, dalle 21 del 12 dicembre fino alla stessa ora del 13. E il leader leghista, come da copione, ha attaccato la magistratura: «Grazie al Tar ci sarà il caos. Abbiamo fatto tutto il possibile per difendere il diritto alla mobilità degli italiani. Per l’ennesimo venerdì di caos e disagi, i cittadini potranno ringraziare un giudice».
Il Tar del Lazio sottolinea che non emergono «quelle ragioni che, in assenza della segnalazione della predetta Commissione (di garanzia, ndr) possano sorreggere la disposta precettazione. I richiamati disagi discendenti dallo sciopero – continuano i giudici amministrativi – appaiono riconducibili all’effetto fisiologico proprio di tale forma di astensione dal lavoro, né emergono le motivazioni in base alle quali i disagi eccederebbero tale carattere, tenuto conto della vincolante presenza di fasce orarie di garanzia».
Questa volta vincono i sindacati. Gli stessi che negli scorsi giorni erano stati ricevuti dal ministro e che, anche dopo la firma dell’ordinanza, avevano confermato di voler tirare dritto definendo «illegittima» la precettazione di Salvini. Ora anche i giudici gli danno ragione, così com’era successo lo scorso 28 marzo, quando sempre il Tar del Lazio si era pronunciato contro la misura per limitare lo sciopero nazionale del trasporto pubblico locale indetto per la giornata del 15 dicembre 2023.
Ma a dire il vero è più di una volta che la Lega viene batostata. Dopo le recenti sconfitte elettorali in Emilia-Romagna e Umbria. Salvini, parlando ai giornalisti, ha espresso la volontà di non arrendersi e di trasformare queste delusioni in opportunità di successo per il futuro. Durante un incontro al Senato, il leader ha sottolineato l’importanza di un maggiore impegno e una strategia rinnovata per affrontare le prossime tornate elettorali e ricostruire il consenso perduto.
Il leader del Carroccio ha costruito il partito intorno a sé. A immagine sua e del popolo che dice d’incarnare. Ma sconfitte elettorali e malumori interni rivelano che il capo è all’inizio della fine
Cauto, lento, la voce impastata e vagamente dolente, Matteo Salvini a “Quarta Repubblica” su Rete 4 commenta il tracollo della Lega un po’ovunque. Gli occhi stanchi, un compito mandato a memoria come fosse la punizione di uno scolaro trovato impreparato.
Non c’è niente di cui vantarsi in queste settimane per il segretario del Carroccio, nessun miracolo da annunciare. Da mesi cammina lungo il crinale sottile che separa i malumori ormai plateali del suo stesso partito dai malumori dei suoi alleati di governo. È una questione di tempo, dicono in via Bellerio, la resa dei conti è all’orizzonte. Intanto il malcontento fa un baccano tremendo. Saltano pezzi, si scoperchiano antichi risentimenti. Dimissioni, rimozioni. E si collezionano bocciature.





