Home Politica estera Dal fabianesimo al populismo territoriale

Dal fabianesimo al populismo territoriale

0
Dal fabianesimo al populismo territoriale

Perché Starmer ha perso la sua scommessa

Keir Starmer era arrivato a Downing Street come l’uomo della restaurazione britannica.

Dopo gli anni turbolenti della Brexit, delle crisi conservatrici e delle leadership consumate in pochi mesi, il leader laburista si era presentato agli elettori come il garante della competenza, della stabilità istituzionale e del ritorno a una gestione pragmatica dello Stato.

La sua formazione politica non era casuale, infatti Starmer appartiene alla tradizione del socialismo fabiano, quella corrente riformista con il simbolo dell’agnello travestito da lupo, che dalla fine dell’Ottocento ha influenzato profondamente il Labour Party e che ha sempre privilegiato il cambiamento graduale delle istituzioni con una manipolazione dall’interno delle élite e non con rotture rivoluzionarie.

Un approccio tecnocratico, orientato alla governance e alla costruzione di consenso attraverso l’apparato dello Stato più che attraverso il conflitto politico. Quando nel luglio 2024 conquistò Downing Street con una larga maggioranza parlamentare, molti osservatori videro nella sua vittoria l’inizio di una nuova fase per il Regno Unito.

L’obiettivo era ricostruire un Paese provato da anni di polarizzazione politica, rilanciare l’economia e restituire credibilità internazionale a Londra.

A distanza di meno di due anni, la situazione appare radicalmente diversa. Se le indiscrezioni che circolano a Westminster dovessero trovare conferma, Starmer potrebbe essere ricordato come il primo premier britannico del dopoguerra incapace di trasformare una vittoria elettorale schiacciante in una leadership politica duratura. Le ragioni del suo indebolimento vanno oltre i normali cicli dell’impopolarità.

Sul piano interno il governo è stato accusato di non aver fornito risposte convincenti sui temi che più preoccupano l’elettorato britannico, crescita economica, pressione migratoria, costo dell’energia, sostenibilità del welfare e sicurezza nazionale.

Sul piano politico Starmer non è mai riuscito a costruire un rapporto emotivo con una parte significativa dell’opinione pubblica, apparendo spesso come un amministratore competente ma freddo e distante.

La dimensione più interessante della sua parabola riguarda la politica estera, pur senza rompere formalmente la storica relazione speciale con Washington, Starmer ha progressivamente cercato di riavvicinare il Regno Unito alle dinamiche continentali europee.

La scelta nasceva dalla convinzione che l’era successiva alla Brexit richiedesse una cooperazione più stretta con l’Europa in materia economica, industriale, energetica e di sicurezza. Questa impostazione si è scontrata con un contesto geopolitico in rapido cambiamento.

Gli Stati Uniti stanno concentrando sempre più attenzione e risorse sull’Indo-Pacifico e sulla competizione strategica con la Cina. Parallelamente la politica di Donald Trump ha riportato la visione della politica internazionale sulla sovranità nazionale e sui rapporti bilaterali più che sulle architetture multilaterali tradizionali.

Starmer ha finito per trovarsi in una posizione scomoda, troppo europeista per una parte dell’elettorato britannico ancora legato allo spirito della Brexit, ma al tempo stesso incapace di trasformare il riavvicinamento all’Europa in un vantaggio politico tangibile per il Regno Unito. Una collocazione intermedia che rischia oggi di diventare il simbolo stesso del suo fallimento politico.

Se la stagione di Keir Starmer dovesse davvero avviarsi alla conclusione, il significato politico del passaggio sarebbe ben più profondo di una semplice sostituzione al vertice del governo.

Rappresenterebbe, infatti, il fallimento di un modello di leadership fondato sulla tecnocrazia, sulla gestione amministrativa e sulla convinzione che competenza e pragmatismo siano sufficienti a garantire consenso in una società attraversata da profonde trasformazioni economiche, culturali e identitarie.

La storia insegna che ogni vuoto di leadership genera inevitabilmente una forza destinata a colmarlo. Nel Labour britannico quella forza sembra oggi avere il volto di Andy Burnham, ex ministro, più volte candidato alla leadership laburista e per anni sindaco della Grande Manchester, Burnham ha costruito la propria immagine politica lontano dai palazzi di Westminster, mantenendo un rapporto diretto con i territori e con le comunità locali del Nord dell’Inghilterra.

Non a caso è stato spesso definito “il Re del Nord”, simbolo di una politica meno centralizzata e più attenta alle esigenze concrete delle aree industriali e post-industriali britanniche.

La sua eventuale ascesa potrebbe segnalare una trasformazione più ampia del Labour Party. Non necessariamente uno spostamento ideologico radicale verso sinistra, ma il tentativo di recuperare un rapporto con quell’elettorato popolare che negli ultimi anni si è progressivamente allontanato dai partiti tradizionali, trovando spesso rappresentanza nelle forze populiste e sovraniste.

Burnham comprende probabilmente meglio di Starmer una realtà che sta emergendo in molte democrazie occidentali, gli elettori chiedono ancora competenza, ma pretendono anche identità, appartenenza e visione. La politica non è soltanto amministrazione dello Stato; è anche capacità di interpretare paure, aspettative e cambiamenti sociali.

L’eventuale passaggio da Starmer a Burnham assumerebbe una valenza che supera i confini britannici. Sarebbe un ulteriore segnale della crisi delle élite tecnocratiche che hanno dominato gran parte dell’Occidente negli ultimi decenni e della ricerca di nuove leadership capaci di coniugare governo, consenso popolare e radicamento territoriale.

Per Londra si aprirebbe così una nuova fase politica. Per l’Europa, invece, sarebbe un ulteriore avvertimento, nell’Occidente del XXI secolo la sola competenza non basta più a garantire la leadership.

Senza una visione capace di parlare alle identità, ai territori e alle aspirazioni profonde delle società, anche le maggioranze più solide possono dissolversi con sorprendente rapidità.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui