Riabituiamoci a pensare con la nostra intelligenza naturale e umana
Dobbiamo chiederci, senza falsi moralismi e senza sembrare dei “vecchi bacucchi”, se l’introduzione nella nostra vita dell’Intelligenza Artificiale, come definita, può cambiare la nostra esistenza e in quale modo.
Prima di affrontare il tema dobbiamo riflettere su cosa sia il pensiero dalla antichità ad oggi.
Sotto il profilo etimologico il pensiero è un termine che deriva dal latino pensum (participio del verbo pendere: pesare) e stava a indicare la lana che veniva pesata.
Il pensiero è un’attività della mente tipica dell’individuo, ma esso non ha un’esclusività in ciò. Anche gli animali pensano e arrivano a pensieri alti, ma solo l’uomo perviene a idee astratte che portano il pensiero non al dato fenomenico, ma a quello ideale.
La teorizzazione e l’idea sono funzioni tipiche solo dell’essere umano. Il pensiero, inoltre, distingue la persona dagli altri esseri che, comunque, hanno modo di pensare, ma come detto, non in astratto.
Il pensare è un’attività che differenzia l’essere umano da un altro essere umano.
Il pensare è l’essere in sé.
Cogito ergo sum.
Penso quindi sono.
È l’essenza dell’essere umano e la sua pienezza. Senza il pensare egli non sarebbe capace di ideare e di teorizzare nulla, quindi, non sarebbe capace di ragionare su schemi teorici.
Ma il pensare come attività della mente differenzia non solo l’essere umano dagli altri esseri viventi, ma anche tra esseri umani. È un atto individuale e un atto d’imperio individuale, che non è mai e in nessun caso uguale a se stesso.
E qui, si arriva alla individualità, all’individuo come unicità.
Colui che pensa è un individuo singolo e identitario. Ogni individuo è una monade ed è unico. Quindi, alla base dell’attività di pensare vi è l’attività di essere unico nel pensiero. La mente, dunque, come strumento di rappresentazione dell’unico.
L’essere umano ha la capacità di pensare per astrazioni e di esprimere il proprio pensiero in modo lineare e in maniera contraddittoria. La capacità di pensare porta con sé quella di analisi, sintesi, critica ed espressione.
Pensare è analizzare un tema o una questione o un problema.
Pensare è sintetizzare un argomento o una questione o un problema per affrontarlo.
Pensare è criticare un tema, un’impostazione, un’altra persona, una soluzione.
Criticare è unito, in modo, inscindibile all’esprimersi.
Fare di una critica un’espressione di se stessa e, quindi, manifestare un’idea propria,
che caratterizza l’unicità e l’individualità.
Pensare è l’assetto portante della nostra capacità di renderci unici.
L’individualità e l’unicità sono i punti di forza delle attività del pensiero.
Se il pensare è lo strumento di individuazione del singolo deve essere rappresentato che alla base di tale atto e quale fonte del pensiero ci sono il sapere, l’erudizione, la conoscenza e, in una parola, la pluralità della cultura.
La cultura è plurale e pluralista, la cultura è pluralità e porta con sé la libertà e la capacità di formare soggetti pensanti in grado di farsi idee proprie.
È vero che noi viaggiamo come i pigmei sulle spalle dei giganti, ma è pur vero che quei giganti, prima di essere tali, erano a loro volta dei pigmei.
La cultura – ovvero il complesso delle conoscenze – è infinita e in continuo mutamento e ampliamento.
Lo studio e la cultura sono elementi inscindibili della capacità di pensare e di avere idee proprie e soggettive.
La cultura è il bagaglio di conoscenza e di esperienza che si possono fare lungo la propria vita.
Attraverso di essa, nel senso sopra detto, un essere umano forma il proprio pensare.
Il pensiero non è frutto solo di una formazione di carattere celebrale, ma si rappresenta in forza della cultura che un individuo nutre e alimenta nel proprio vivere.
La cultura è la benzina e il pensiero, come ragionamento della mente, è la macchina.
L’amore per la conoscenza e l’amore per il sapere portano a un pensiero fatto di approfondimenti ed erudizioni.
Su cosa oggi si esercita un enorme potere? Sulla formazione di un pensiero libero, consapevole e, soprattutto, strutturato.
Quindi, si agisce sulla “benzina”, che, in relazione alla qualità incide sul motore, il pensare e il pensiero.
Non è da adesso che si incide sulla cultura.
Il disegno è ampio e parte da lontano.
Vi è un brocardo che è vero in sé: la cultura rende liberi pensatori, in grado di analizzare, criticare, sintetizzare e fare propria un’idea e anche il suo contrario.
Quindi, così facendo, se si incide sulla cultura si incide sulla capacità di formare generazioni di persone libere e autodeterminate.
L’omologazione è la tomba del pluralismo culturale, è la sua negazione, è la posizione di stasi che prelude alla morte del pensiero unico, individuale e libero.
Ed è proprio qui che la globalizzazione ha portato: all’omologazione delle idee, delle esperienze e delle formazioni.
La soluzione di fronte a tale sfascio che parte dalla scuola e continua nell’università, coinvolgendo gran parte della società civile, è una e una soltanto: studiare da plurime fonti e principalmente da quelle non informatiche.
Le fonti informatiche hanno un doppio elemento di negatività: a) non rendono note le conoscenze da cui attingono; b) si arriva a una massificazione e a un livellamento delle informazioni.
Può apparire un controsenso, ma quello che si deve fare è riaprire i libri di carta, accendere una luce, se è sera, e, travata una poltrona, sedersi e leggere.
In una parola tornare alle fonti classiche e verificate.
Senza fonti verificate si può arrivare al paradosso che l’informazione culturale non ha niente di culturale, ma è massificata e, quindi, o inutile o, addirittura, dannosa.
Tale orientamento è ideale per non consegnare più alle prossime generazioni il piacere della scoperta, ma dare tutto preconfezionato.
Ecco, di qui la pigrizia dovuta alla scarsa abitudine a leggere e ad acculturarsi può fare da detonatore rispetto a una situazione che può avere dell’assurdo.
Se il soggetto è pigro e si abitua a usufruire solo di quanto gli viene propinato via Internet si può arrivare a quello che chiamerei “pensiero debole” e privo di individualità.
Avremo la massificazione e standardizzazione della conoscenza e della cultura, dunque, non avremo più una capacità di pensiero individuale.
La pigrizia proviene essenzialmente dalla perdita di interessi delle giovani generazioni minacciate a loro volta dalla “gabbia” tra informazioni e tempo.
Così tutto può essere più facile e preconfezionato.
L’apoteosi della totale massificazione della cultura può avvenire con l’intelligenza artificiale, che per essere veramente utile, dovrebbe avere accanto ben solida un’intelligenza naturale e umana.
Si deve stare molto attenti a questo fenomeno e non serve regolarlo come l’UE ha provveduto a fare a tempo di record.
Le norme non garantiscono nulla se non l’apparenza.
Il vero problema è il tema di Orwell in “1984”, ovvero, se sulla base di una studiata sub-cultura si può arrivare a una schiavitù del pensiero.
L’ignoranza partorisce mostri; è una mela avvelenata e ha come cavallo di Troia la pigrizia e la sub-cultura della massa.
Una massa alla quale si propina un canale conoscitivo unico è altamente controllabile e, così facendo, si può assistere alla dittatura della massa felice, quella che crede di essere in una situazione di naturale benessere e, magari, anche molto disorientata da altri fattori.
Non intendiamo passare come chi ostacola il progresso tecnico-scientifico, ma il pericolo di un’omologazione e massificazione della conoscenza verso il basso non è un’idea teorica, e se ne vede da anni il precipitato tecnico.
L’IA potrebbe dare il cosiddetto colpo di grazia al pensiero critico, analitico, sintetico e problematico.
Noi non sappiamo come evolverà il nostro mondo, ma una cosa è certa, continueremo a leggere libri di carta e prendere appunti con la matita o con la stilografica e avere con noi un quaderno su cui appuntare pensieri, emozioni e idee.
Siamo retrò?
No, siamo umani e vogliamo restarci.





