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COME RIPENSARE LA SICUREZZA EUROPEA?

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Solo un approccio realista potrà funzionare. La realtà è un dato di fatto verificabile, concreto, esistente in modo consolidato in un tempo sufficientemente lungo.

Il primo dato di realtà è strategico. Riguarda le linee rosse esistenziali che sono emerse come risultanti delle guerre del XX secolo (Prima, Seconda, e quella così detta Fredda). Le due superpotenze nucleari che hanno caratterizzato il periodo della così detta Guerra Fredda (1953-1991) hanno delineato linee rosse non negoziabili e, di conseguenza, hanno costruito le infrastrutture necessarie alla propria sicurezza. Lo schema delle infrastrutture di sicurezza è sostanzialmente lo stesso ancora oggi.

Con gli accordi intercorsi tra gli Stati Uniti (Amministrazione Bush padre) e l’URSS (Gorbachev) tra il 1989 e il 1991 le rispettive linee rosse furono riconfermate da entrambe le parti con la promessa verbale di non oltrepassarle. Così le due superpotenze accettarono il piano di “riunificazione” della Germania. Per la collassata URSS, Gorbachev ottenne un insulso prestito di 5 miliardi dalla Germania e non esitò a favorire il disfacimento “controllato” dell’impero sovietico (pensando di liberarsi del fardello dell’Europa centro-orientale ricevuto nel ’45) trasferendo gli armamenti del Patto di Varsavia nei grandi depositi in Transnistria (che, non a caso, un anno prima della Polonia aveva dichiarato la propria indipendenza). Il progetto americano di sostegno alla riunificazione tedesca (ispirato da un’insulsa russofobia) implicava la garanzia del cancelliere Kohl di ancoraggio all’ortodossia atlantica e soprattutto garantire la continuità territoriale tra la Polonia e la NATO (in attesa dell’adesione che avvenne nel 1998).

Le rispettive linee rosse strategiche restavano ben delineate sulle mappe:

  1. Per la Russia gli strateghi militari avevano chiaro che ogni movimento occidentale non doveva oltrepassare le linee rette che connettono geograficamente il porto di San Pietroburgo nel Baltico – le basi militari caucasiche al confine con la Georgia – il porto di Sebastopoli nel Mar Nero – il porto dell’exclave di Kaliningrad nel Baltico. Questo era (ed è) il perimetro esistenziale di sicurezza della Russia.
  1. Per gli Stati Uniti gli strateghi militari avevano chiaro che ogni movimento russo non doveva oltrepassare il triangolo di linee rette che connettono geograficamente il porto di Napoli (NATO/US) – la base aerea turca Incirlik (NATO/US) – il porto polacco di Danzica sul Baltico (NATO). Questo triangolo era (ed è) il perimetro esistenziale di sicurezza della NATO, cioè degli Stati Uniti in Europa.

Va ben tenuto a mente che questo quadro strategico era riflesso sia negli accordi per la sicurezza in Europa (Helsinki, OSCE e anche NATO-PfP) sia nei vari Trattati sulle armi strategiche, nucleari e di non proliferazione.

Questa mappa (un po’ artigianale) raffigura il quadro strategico consolidatosi in Europa tra il 1945 e il 2008:

Raffone uno

Il secondo dato di realtà è tattico. Nel 2008, gli Stati Uniti iniziarono a rendersi conto che aver ricreato un magnete al centro d’Europa (la Germania unificata, una potenza anche se solo commerciale) stava dando effetti indesiderati. Primo fra tutti, fu l’avanzamento impresso dal cancelliere Schroeder (1998-2005) al progetto di gasdotto Nord Stream I che collegava la Germania alla Russia bypassando la Polonia. Nord Stream I è stato inaugurato nel 2011 con la cerimonia di Lubmin alla presenza del cancelliere Angela Merkel, del presidente della Federazione Russa Dmitry Medvedev, del primo ministro francese François Fillon, e del primo ministro olandese Mark Rutte. Il raddoppio del gasdotto è stato completato nel 2012.

Non fu quindi un caso che nel Summit NATO di Bucarest 2008, gli Stati Uniti inaugurarono la politica delle “porte aperte”, con l’annuncio che l’Ucraina e la Georgia sarebbero entrate nell’alleanza. Inoltre, a partire dal 2010 gli Stati Uniti hanno rafforzato gli accordi bilaterali (non NATO) di cooperazione militare con la Polonia e la Romania, prendendo il controllo della base area polacca di Lask e di quella rumena di Campia Turzi presso le quali sono dislocate truppe statunitensi e vari velivoli militari inclusi, più di recente, droni d’attacco e di sorveglianza e gli F-35 con capacità di trasporto di missili a testata nucleare. Queste due basi costituiscono la risposta statunitense alle politiche “commerciali” della Germania che costituivano un pericolo tattico per la sicurezza degli Stati Uniti in Europa. Le due basi statunitensi si aggiungono alle altre già operative nell’ambito della NATO.

Non sorprende, quindi, che anche la Federazione Russa abbia dovuto reagire ad un evidente violazione degli accordi strategici del 1991. Infatti, nel 2008 iniziò la guerra russo-georgiana, si incrementarono le tensioni in Ucraina tra aree a dominante presenza di russofoni e di persone etnicamente russe con i gruppi paramilitari ucraini, nel 2014 l’Ucraina subì un cambio di regime (accompagnato dalle note parole “F…k EU” della diplomatica statunitense Viktoria Nuland) e la Federazione Russa condusse l’annessione della Crimea, e dal febbraio 2022 è impegnata in una guerra con le forze armate dell’Ucraina sostenute economicamente e militarmente dagli Stati Uniti e dai paesi dell’UE.

Come illustra questa mappa di Limes (2024), le linee rosse delle due superpotenze sono rimaste sostanzialmente inalterate dal 1991, ma la presenza di basi NATO e statunitensi costituiscono un consolidato avanzamento che minaccia la linea rossa della Russia.

Raffone due

La mappa illustra anche ciò che vorrebbero gli strateghi russi: a) un congelamento tramite accordo (non proprio un Trattato) della situazione di fatto; b) la creazione di due aree cuscinetto semi-smilitarizzate in Polonia e in Moldova.

Si può anche notare che dal lato occidentale, è stata realizzata la connessione intermodale ferroviaria tra il porto rumeno di Costanza nel Mar Nero e quello polacco di Danzica nel Mar Baltico. La ferrovia è stata realizzata in base all’accordo che ricade nell’ambito della Three Seas Initiative (noto come Trimarium), progetto avviato nel 2017 dalla Polonia e dalla Croazia con lo scopo potenziare i collegamenti infrastrutturali, gli scambi e la cooperazione fra le nazioni affacciate sui tre mari Baltico, Adriatico e Nero, iniziativa alla quale, oltre alle promotrici Polonia e Croazia, prendono parte Austria, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Più che ragioni commerciali (che avrebbero piuttosto visto come più efficiente un collegamento con il porto italiano di Trieste), la ferrovia è parte dell’infrastruttura militare di difesa. Infatti, tramite questa ferrovia è possibile spostare velocemente e in sicurezza gli armamenti pesanti tra Nord e Sud lungo la linea di contatto.

Come ripensare la sicurezza europea?

Questi sono i dati di realismo su cui ripensare la sicurezza europea.

Al di là delle allucinazioni narrative è piuttosto chiaro che le due superpotenze non hanno alcuna intenzione di entrare in un conflitto diretto, men che meno nucleare (salvo incidenti involontari provocati non da un qualche Stranamore ma da decisioni e follie algoritmiche). È altresì chiaro che il consolidamento delle rispettive linee rosse è una realtà stabile con la quale si devono fare i conti. Duole molto che l’imponente resistenza dell’Ucraina rischi di finire come un vaso di coccio. Sono molto deludenti l’Unione europea e i suoi Stati membri che non hanno saputo e voluto evitare la guerra in Ucraina mentre si nascondono dietro cataratte di retoriche belliciste pro-Ucraina e promuovono sentimenti primari di anti-russismo (un autogoal strategico!). Gli Stati Uniti hanno realizzato quanto basta per garantire la difesa della loro linea rossa (il limes dell’impero d’Europa) ed è molto probabile che non abbiano intenzione (e la possibilità) di spendersi ulteriormente. D’altra parte, gli effetti della guerra in Ucraina hanno smontato la forza di quel “magnete” ricreatosi al centro dell’Europa.

Le conseguenze europee di questo stato delle cose sono gravi. L’economia europea è in recessione tecnica (cioè, non dichiarata), la politica è morta lasciando il suo spazio connettivo/propositivo a movimenti populisti di destra e di sinistra e alle chimere nazional sovraniste, e, purtroppo, anche al ritorno della violenza politica (com’è avvenuto con l’attentato al premier slovacco Fico). I valori promossi dall’Unione europea – libertà, diritti, stato di diritto – sono opacizzati dalla mediocrità della sua leadership, dal fallimento delle sue politiche, e dai maldestri tentativi di autoritarismo tecnocratico incarnati dall’uscente e neocandidata Ursula von der Leyen. Brutta aria!

L’Europa si trova oggi circondata da instabilità crescenti ad Est, a Sud Est e a Sud. Raccontarsi e credere che è colpa di Putin è una conveniente fesseria! La pressione migratoria non potrà che accrescersi, con le conseguenze umorali di elettorati smarriti e impauriti (non dai migranti ma dal consistente tracollo della qualità della vita e del welfare). Infine, le prospettive demografiche sono molto preoccupanti per i prossimi decenni. C’è da chiedersi con quali forze umane (soldati) l’Europa possa concretamente pensare di combattere per difendersi. Non esiste neppure una convergente visione su chi sia il nemico. Una condizione gassosa e onirica che non può durare!

Un piccolo contributo alla pars costruens. L’Europa è la piccola penisola occidentale del blocco continentale eurasiatico. Nella sua storia millenaria ha vissuto un momento di qualche secolo di espansionismo marittimo, anche transoceanico. Dal suicidio delle potenze europee nel ’14, l’Europa non è più una potenza commerciale/militare. In queste condizioni non c’è alternativa che comportarsi di conseguenza. Cambiare modo di rivolgersi al mondo è la precondizione per la propria sopravvivenza. I cannoni e le cannoniere sono un arsenale (mentale) del passato!

Ritrovare le ragioni e lo spirito della propria identità è il prerequisito per qualsiasi soluzione. Come ci direbbero i filosofi cinesi non abbiamo dei problemi ma molte cose da fare.

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  • Redazione

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