La strategia globale adottata finora funziona?
Trent’anni di vertici internazionali, foto di gruppo, standing ovation e dichiarazioni “storiche”.
Poi si apre un semplice foglio Excel.
Dal 1990 a oggi le emissioni globali di CO₂ non sono scese: sono aumentate di circa il 60%.
All’inizio degli anni Novanta il mondo emetteva poco più di 22 miliardi di tonnellate l’anno. Oggi siamo oltre i 37 miliardi.
Nel 2015, anno dell’Accordo di Parigi, eravamo già intorno ai 35. La curva non ha cambiato direzione.
L’Unione europea ha ridotto le proprie emissioni di circa il 30% rispetto al 1990. È un dato reale costato sacrifici, però oggi l’Europa pesa meno dell’8% sul totale globale.
La Cina, che negli anni Novanta incideva per poco più del 10%, è ora oltre il 30%. Gli Stati Uniti sono attorno al 14%, l’India al 7% e in crescita. Significa che un’Europa a emissioni zero non riscriverebbe da sola il bilancio atmosferico.
Il carbone copre ancora circa un terzo della produzione elettrica mondiale. Mentre in Europa si discute di auto a combustione vietate e case “green”, in Asia si costruiscono nuove centrali per sostenere industria e sviluppo.
Le rinnovabili crescono, ma cresce anche la domanda globale di energia. È il grande problema della transizione: più pannelli, più turbine, ma anche più consumo.
Per centrare la neutralità climatica al 2050 servirebbero investimenti superiori ai 4.000 miliardi di dollari l’anno. Siamo molto lontani da quella cifra. E mentre si moltiplicano gli annunci, le economie emergenti rivendicano il diritto a crescere come l’Occidente ha fatto per un secolo.
Il clima non perdona: la temperatura media globale è già salita di circa 1,1-1,2°C rispetto all’era preindustriale. Ma trasformare la questione in una liturgia politica europea, fatta di sensi di colpa e auto-flagellazione regolatoria, non cambia la fisica dell’atmosfera. La CO₂ non conosce confini né conferenze stampa.
Se la transizione resta asimmetrica, rischia di diventare un costo competitivo per alcuni e un vantaggio industriale per altri.
La domanda vera non è se il problema esista. È se la strategia globale adottata finora abbia funzionato. E i numeri rispondono con una freddezza che nessun comunicato riesce a scaldare.





