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CRAXI E IL FINANZIAMENTO DELLA POLITICA IN ITALIA

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di Gianvito Caldararo
Craxi eredita da De Martino, non solo un debole PSI dal punto di vista elettorale, ma anche indebitato. In una lettera inedita, ritrovata molti anni dopo ad Hammamet, risulta che quando De Martino passò il testimone a Craxi, il PSI aveva un debito di circa 18 miliardi di lire. Fabio Martini, nel suo libro “Controvento” – La vera storia di Craxi, racconta che “un politico di lungo corso, estraneo ai superlativi come Alessandro Natta, autorevole esponente del PCI, definisce il PSI – pre Craxi, un partito poverissimo”. A fronte di un PSI “poverissimo”, si è scoperto soltanto a cose fatte: proprio perchè l’Italia era uno strategico Paese di frontiera, i partiti più aiutati in Europa da Usa e Urss sono stati la DC e il PCI.
I socialisti? Ci ricorda Martini, “poco interessanti, poco sovvenzionati” e il buon Craxi, paradossalmente, lo raccontava in modo sfumato per rispetto verso Nenni, nei primi anni del dopoguerra il flusso più costante di soldi era venuto dai comunisti russi”. Come ha ricostruito Zaslavsky, dal 1950 al 1965, il PSI ottenne ogni anno dall’apposito Fondo un discreto gruzzoletto di dollari, bloccati dopo la nascita del centro-sinistra, ma nel 1949 l’ingerenza era stata potente e decisiva per spostare gli equilibri all’interno del partito, in una fase nella quale gli autonomisti di Lombardi e Jacometti avevano conquistato la maggioranza nel PSI.
Il 7 giugno del 1949 Agostino Novella, della direzione del PCI, informa l’ambasciatore dell’escamotage utilizzato per riprendere in mano il partito: Togliatti aveva consentito l’acquisto di migliaia di tessere socialiste, militanti comunisti si erano iscritti al PSI e al congresso di Firenze di poche settimane prima, i filosovietici avevano ripreso in mano il partito, vincendo sul filo di lana: 51 per centro contro il 49 di Lombardi e Jacometti.
Sarà William Colby, mandato in Italia negli anni cinquanta dalla CIA, di cui fu direttore dal 1973 al 1975, a rivelare “che la quantità di dollari dispensati per l’Italia nell’immediato dopoguerra” rappresentavano la somma più alta che l’agenzia avesse mai investita in una singola operazione politica”. Ma in quegli stessi anni anche il PCI diventa il beneficiario del più imponente investimento mai stanziato dall’Urss a favore di un partito fratello.
Secondo le ricerche compiute negli archivi del Cremlino dallo storico russo Victor Zaslavsky, a partite dal 1953, il PCI, diventa e resterà fino agli anni settanta  il più finanziato partito comunista occidentale, raggiungendo nel 1958  il 54 per cento del Fondo internazionale del Pcus a favore dei partiti fratelli. E chi doveva sapere, scrive Martini –  si teneva per mano: Paolo Emilio Taviani, che era stato ministro dell’interni negli anni Cinquanta, più tardi raccontò che i finanziamenti sovietici al PCI erano noti ai governi dell’epoca, ma rivelarli, avrebbe significato “la guerra civile”. E Gianni Cervetti , dirigente milanese del PCI, autore di un fondamentale libro – “L’oro di Mosca” – è riuscito a ricostruire un dettaglio a dir poco strepitoso: gli aiuti sovietici arrivavano in dollari, come quelli degli Usa.
Quindi Craxi ha dovuto affrontare anche la crisi finanziaria del PSI, compiendo ben tre missioni. La prima avviene incontrando Berlinguer e la segreteria del PCI, per chiedere che sarebbe logico che le cooperative e la Cgil dessero una mano anche a noi del PSI. La seconda missione avviene nel novembre del 1976 quando Craxi è a Stoccolma per incontrare Willy Brandt, l’ex cancelliere tedesco, che annuncia un contributo da 120 milioni di lire. La terza missione è nella primavera del 1978, quando a Roma incontra l’ambasciatore americano, Richard Gardner, al quale  durante il colloquio dirà, con la sua nota franchezza: “Caro ambasciatore, il PSI è l’unico partito che non riceve sostegni dagli Stati Uniti, e saremmo interessati a sapere se siete disponibili a invertire la tendenza”.
Craxi capisce che il PSI è considerato un parente da lasciare povero. E quando Craxi, sarà la principale vittima di “Mani pulite”, pur non avendo mai ritirato da qualcuno alcun soldo, sarà destinatario dell’assurdo teorema di “non poteva non sapere”.
Nei momenti di riflessione sulla vicenda di “tangentopoli”, parlando con il suo fidato compagno Umberto Cicconi, diceva: “Mi accusano di avere rubato. Ma io ho speso tanti soldi per aiutare socialisti e antifascisti nostri vicini di casa: i greci, gli spagnoli, i portoghesi, i polacchi, e quelli del Terzo mondo.
Non sono affatto soldi buttati: “così gli italiani vivono in una Europa migliore”. E poi amaramente concludeva: “La storia mi darà ragione, purtroppo,come spesso avviene, nel momento che io non ci sarò più per ricevere le scuse di chi mi ha ingiustamente calunniato”. Ha scritto Marco Damilano nel suo bel libro su Aldo Moro, “Un atomo di verità”, “che Craxi e Moro furono due leader” completamente diversi, opposti, uno incarnava il potere forte e della rapidità, l’altro il potere fragile e della lentezza, eppure si ritrovarono uniti dalla fine cruenta del loro tragitto: la Repubblica ha cominciato la sua agonia il 16 marzo del 1978 e poi il 9 maggio con la morte di Moro. E terminò nel giorno del lancio delle monetine contro Craxi. Dopo è stato impossibile ricostruire un tessuto civile, sociale e politico in cui riconoscersi”.
 
 

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