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I licei e gli ignavi ‘non occupanti’

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I licei e gli ignavi 'non occupanti'

I complici per omissione, l’ipostasi del nulla morale e intellettuale

Nel mio liceo credo che non si tornerà a far lezione prima del 4 o del 5 novembre. Saranno saltate, insomma, più di due settimane di scuola. O, meglio, quasi tre.
Non ho, stavolta, alcuna voglia di contestare le «ragioni degli occupanti».

Non le contesto perché non ce ne sono.

La lagna contro il carovita e la lotta contro i CPR tradiscono un’ignoranza così radicale dei fondamenti dell’economia e della geopolitica da rendere superflua qualsiasi confutazione.

Non ho voglia di perdere tempo a smentire simili «ragioni», anche perché, come ammoniva Oscar Wilde, il cretino ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza.

Degli occupanti, dunque, non intendo discutere. Sono una cinquantina su mille. Cinquanta ragazzi che hanno deciso di trasformare un liceo in un bivacco, con la pretesa di chiamare politica il cazzeggio e rivoluzione la sospensione delle lezioni.

È degli altri che voglio parlare.

Quelli che, per dirla con Dante, «mai non fur vivi».

Non hanno contestato l’occupazione, ma neppure l’hanno rifiutata. Non sono lì a presidiare la scuola, ma nemmeno a chiedere ai compagni di liberarla e di restituirgliela, assieme al diritto allo studio. Non hanno aderito, non si sono opposti, non hanno manifestato alcuna volontà.

Sono nel limbo, cioè nella comoda indifferenza, dove si può lasciare che cinquanta decidano per mille e poi lamentarsi, eventualmente, del risultato.
Sono a casa, a dormicchiare nell’ignavia, a cazzeggiare – uso ancora il loro lessico – da un paio di settimane.

Ecco: l’occupazione è un gesto, l’ignavia è una rinuncia.

E, dunque: verso gli occupanti provo pena. Non per le loro «ragioni», che non meritano neppure un minuto del mio tempo, ma per la loro incapacità di distinguere un problema reale da uno slogan, una protesta da una pagliacciata, la politica dalla sua caricatura.

Sono ragazzi che credono di avere qualcosa da dire e non sanno che cosa. Ma, almeno, un gesto lo hanno compiuto. Per quanto cretino, un gesto.
Verso gli altri, invece, provo disgusto.

Perché l’ignavia non è una posizione politica. È la rinuncia a prenderne una. Non è prudenza, non è moderazione, non è saggezza: è la comoda abdicazione di chi lascia che siano gli altri a decidere, purché non gli tocchi muovere un dito.

E se l’occupazione è una prepotenza esercitata da una minoranza, l’indifferenza della maggioranza è ciò che le consente di durare.

Non sono vittime innocenti. Sono complici per omissione.

Sono l’ipostasi del nulla morale e intellettuale: non hanno idee da difendere, né volontà da esercitare, né coraggio da spendere. Hanno soltanto la speranza che qualcuno risolva il problema al posto loro. Con auspicata lentezza.

Se dipendesse da me, il sei in condotta andrebbe anche a loro. Anzi, forse più a loro che ai ragazzi asserragliati nei licei. Perché chi occupa almeno si assume la responsabilità di un atto, per quanto dissennato.

Chi assiste senza protestare, senza reagire, senza neppure chiedere di poter tornare a studiare, si limita a lasciar fare.

Naturalmente, non andrà così.

Agli occupanti sarà comminato un sette: un buffetto disciplinare, una carezza sul polso, la solita indulgenza pedagogica verso chi ha impedito agli altri di fare lezione.

Agli altri, alle «povere vittime» dell’occupazione, si distribuiranno otto e nove in condotta. Premiati per la loro docilità, per la loro pazienza, per la capacità di sopportare senza fiatare che qualcuno decida al posto loro.

E così, ancora una volta, la scuola avrà impartito la sua lezione più efficace: chi fa il prepotente disturba, chi subisce tace, chi dovrebbe giudicare assolve.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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