Andare oltre i luoghi comuni dell’Islam ma non a scapito del cristianesimo
Il recente documento della Conferenza Episcopale Italiana sull’Islam nelle scuole appare come atto di resa spirituale e civile del cattolicesimo italiano.
Non siamo forse dalle parti dell’eresia conclamata, ma siamo certamente molto oltre l’ignoranza.
E quando si tratta di un cardinale che presiede la CEI, l’ignoranza sarebbe già un’accusa sufficientemente grave.
Il sospetto è che il problema sia un altro.
Non è ragionevole supporre che Matteo Zuppi ignori il Corano, gli Hadith, la Sunna, la Sharia; che non conosca la galassia dei Fratelli Musulmani, Hamas, Hezbollah, le contraddizioni dell’Islam politico e la lunga storia delle persecuzioni anticristiane.
Né si può immaginare che gli siano ignoti gli episodi, anche recentissimi, di violenza contro i cristiani in diverse parti del mondo.
Il problema non è ciò che sa.
È ciò che sceglie di mettere in evidenza, ciò che lascia sullo sfondo e ciò che, nella sua rappresentazione pubblica, rischia di scomparire.
Conoscere l’Islam non significa accontentarsi della versione da salotto che ne offrono i suoi interlocutori più presentabili, opportunamente depurata da tutto ciò che potrebbe turbare il rassicurante idillio del dialogo interreligioso.
Una religione non si giudica soltanto dalle dichiarazioni dei suoi diplomatici cresciuti alla scuola della Taqiyya, ma dai suoi testi, dalla sua storia e dalle conseguenze che produce quando diventa legge, potere e ordinamento sociale.
Il cristianesimo e l’Islam non sono due varianti della medesima fede.
La divinità di Cristo, la Trinità, la Croce e la Risurrezione segnano una distanza teologica irriducibile.
Riconoscerla non significa odiare i Musulmani. Significa sapere che cosa si crede e che cosa si sta discutendo.
Il rispetto delle persone non impone di occultare le differenze fra le dottrine; la carità cristiana non richiede di mentire sulla realtà.
E la realtà comprende anche la persecuzione dei cristiani, le discriminazioni religiose, le violenze compiute in nome dell’Islam e le manifestazioni di antisemitismo che si saldano, in determinati ambienti europei, con settori dell’attivismo radicale di sinistra e con l’islamismo politico.
Non tutti i musulmani sono islamisti, non tutta la sinistra è complice dell’islamismo.
Ma queste distinzioni, necessarie per non fare di ogni generalizzazione un pregiudizio, non possono diventare il pretesto per negare le convergenze che esistono e i fatti che le documentano.
Una Chiesa vigile dovrebbe distinguere, denunciare, chiarire.
Dovrebbe ricordare che la libertà religiosa vale per tutti e che i cristiani perseguitati non diventano meno perseguitati perché la loro sofferenza disturba il clima di un incontro interreligioso.
Dovrebbe soprattutto insegnare ai cattolici a conoscere l’Islam senza smettere di conoscere il cattolicesimo.
Qui, invece, si rischia di assistere a un paradosso: mentre si raccomanda ai fedeli di superare i pregiudizi, si finisce per suggerire che chi solleva questioni scomode sia necessariamente ignorante, prevenuto o incapace di comprendere le raffinatezze teologico-diplomatiche del dialogo.
È un espediente piuttosto comodo.
Chi dissente viene dichiarato incapace di capire; e, così, non occorre più rispondere alle sue obiezioni.
Ma l’ignoranza non è l’unica spiegazione possibile.
Se si conoscono le contraddizioni e le si rimuove, se si dispone degli elementi necessari per comprendere un problema e si preferisce presentare soltanto quelli compatibili con una tesi prestabilita, non siamo più davanti a un semplice errore di valutazione.
Siamo davanti a una rappresentazione selettiva della realtà. E quando questa selezione è consapevole, il suo nome forzatura intellettuale.
È qui che torna alla mente una parola terribile di Cristo, rivolta ai farisei nel Vangelo di Giovanni: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane» (Gv 9,41).
La cecità involontaria è una condizione. La cecità di chi pretende di vedere meglio degli altri, mentre rifiuta di riconoscere ciò che ha davanti, è una responsabilità morale. E diventa persino più grave quando si impartiscono lezioni di conoscenza a quanti non accettano di chiudere gli occhi.
Non chiedo al cardinale Zuppi di rinunciare al dialogo.
Gli chiedo di non confonderlo con la resa.
Non gli chiedo di condannare in blocco una religione o di identificare ogni musulmano con un fondamentalista.
Gli chiedo di non sacrificare la verità sull’altare della concordia diplomatica, di non scambiare la prudenza con l’omissione e di non presentare come conoscenza ciò che rischia di essere soltanto una versione addomesticata della realtà.
La Chiesa non è – non dovrebbe essere – il ministero degli Esteri del Paese dei Balocchi, roba da operetta.
Il suo compito non è affatto garantire che nessuno si senta offeso, ma annunciare – per intero – la verità di Cristo senza timidezze.
Se, per non offendere l’interlocutore, finisce per attenuare ciò che dovrebbe testimoniare, non diventa più aperta: rinuncia alla propria missione.
La carità non esige la menzogna.
Se davvero si vuole combattere l’ignoranza – Zuppi ha dato degli ignoranti a quelli che, come me, non hanno per nulla apprezzato la sua azione di “dialogo” – si cominci col non nascondere la realtà.
Se si vuole educare al rispetto, si insegni anche a distinguere. Se si vuole costruire la pace, non si chieda alla verità di accomodarsi fuori dalla porta.
Il cristianesimo non ha bisogno di denigrare l’Islam. Gli basta conoscerlo. E, più ancora, ha bisogno di cristiani e di pastori che non si vergognino di essere cristiani.
Giacché una Chiesa che, per dialogare con tutti, finisce per tacere ciò che soltanto essa può e deve annunciare – Cristo incarnato, morto e risorto per i nostri peccati – avrebbe già cominciato a rinunciare alla ragione stessa della propria esistenza.





