Home Cultura La religione del mezzo cavallo – Parte 1

La religione del mezzo cavallo – Parte 1

0
La religione del mezzo cavallo

Esposizione critica di Remarks on the Southern Religion, in I’ll Take My Stand: The South and the Agrarian Tradition, by Twelve Southerners, New York and London, Harper & Brothers, 1930, pp. 155-175

Premessa

Il saggio di cui qui si rende conto occupa le pagine 155-175 della prima edizione del celebre simposio agrario pubblicato da Harper & Brothers nel 1930; esso è il sesto dei dodici contributi e segue immediatamente A Critique of the Philosophy of Progress di Lyle H. Lanier (pp. 122-154), del quale costituisce – come si vedrà – il compimento teologico.

A questa collazione si aggiunge un secondo ordine di riferimenti, tratti da quell’allucinante storia psicologica narrata nel «poderoso romanzo del critico e poeta americano considerato uno dei massimi esponenti delle lettere contemporanee, e l’unico ch’egli abbia scritto», The Fathers1.

Il romanzo merita il richiamo per ragione più che aneddotica. Composto otto anni dopo il saggio – Tate lo terminò il 21 luglio 1938, esattamente settantasette anni dopo la battaglia di Bull Run che ne chiude l’azione – esso mette in scena, con i mezzi del racconto, la medesima diagnosi che qui si espone in forma argomentativa: la famiglia virginiana dei Buchan, di Pleasant Hill, è la società feudale senza religione feudale resa persona; il genero George Posey, la metà funzionante fattasi uomo.

Il noto critico letterario britannico Sir John Frank Kermode, scriveva nella sua recensione posta poi a prefazione nell’edizione italiana dell’opera: «Il mito di una preziosa e arcaica civiltà del Sud non è privo di fondamento. Crèvecoeur poté definire Charleston la più brillante delle città americane. Il Sud d’anteguerra si riteneva il depositario d’una gran tradizione, l’erede della Grecia e di Roma; e sebbene la spiegazione che forniva della propria ascendenza aristocratica fosse ampiamente spuria, esso restava sempre essenzialmente aristocratico quanto a struttura. Si trattava però di un’aristocrazia perversamente democratica, non foss’altro a motivo degli schiavi, la cui esistenza medesima impediva d’innalzare ardue barriere fra le varie classi dei bianchi. In ogni caso, la popolazione era vincolata per sangue, da una rete complessa di cuginanze che non teneva conto del ceto ed includeva perfino gli schiavi. Il negro non era temuto né odiato nel Sud prebellico, e neppure – perlomeno efficacemente – sfruttato (tutti i partiti, compreso quello Agrario di Tate, paion d’accordo sul fatto che il sistema schiavistico fosse estremamente, e forse disastrosamente dispendioso). […] L’orgoglio civico e quello privato coesistevano con un edonismo centrale, con la passione della caccia, dell’alcool, dell’amore, della conversazione. Era un mondo che nessun estraneo aveva la facoltà di migliorare, e si poté concepire l’attacco yankee allo schiavismo come diretto non soltanto contro il modo di vita, ma contro la stessa civiltà, e addirittura contro Dio»2.

Nel 1960 Kermode descriveva il Sud antebellico nei termini di una civiltà aristocratica, coesa e dotata di una propria forma di vita, giungendo a presentare l’attacco alla schiavitù come un attacco alla civiltà stessa e persino a Dio.

Tale rappresentazione retrospettiva della civiltà meridionale, nondimeno, va considerata anche alla luce del successivo sviluppo della sua riflessione, attraverso il confronto dello stesso con l’eredità della schiavitù e con la persistente subordinazione sociale degli afroamericani; temi che il critico avrebbe affrontato più esplicitamente in un intervento del 19893.

I. Il simposio dei Dodici e la nota di dissenso

I’ll Take My Stand nacque come atto collettivo di dodici meridionali gravitanti attorno alla Vanderbilt University di Nashville, in larga parte reduci dell’esperienza poetica dei Fugitives.

Il titolo – un verso nel ritornello di Dixie4 – non fu scelta di Tate, il quale, insieme a Robert Penn Warren, avrebbe preferito Tracts Against Communism5.

Di quel dissenso resta traccia nel testo stesso, in una nota d’autore posta al titolo del saggio, che è insieme un atto di lealtà e una riserva pubblica6. La chiusa è un’allusione scritturale precisa e volutamente rovesciata.

La formula «made with hands» traduce il greco cheiropoiētos e appartiene al lessico tecnico della Seconda ai Corinzi – «domum non manufactam, aeternam in caelis» – nonché di Marco 14,58, Atti 7,48 ed Ebrei 9,117.

Là dove la Scrittura promette una dimora non fatta da mano d’uomo, Tate riconosce che la casa meridionale è invece manufatta e, dunque, contingente: ciò che merita fedeltà non è l’edificio ma lo spirito che vi abitò e che potrebbe abitare altrove.

In sette righe è già esposta la tesi dell’intero saggio e già dichiarata la sua distanza dal patriottismo regionalista degli altri undici: il Sud non vale per essere il Sud in quanto tale, ma per ciò di cui fu, provvisoriamente e imperfettamente, il recipiente.

Ciò detto, è pur vero che la visione poetica del Tate è legata nel modo più spontaneo e profondo al mito e alla realtà del Sud. È stato giustamente scritto, infatti, che «al di là di questo impeccabile, struggente intrecciarsi e rincorrersi di storia e metafisica, di fermezza critica e di sgomento religioso, esiste nei suoi versi un altro strato di risonanza, un terzo o ennesimo ambito di dilatazione: la nostalgia, riccamente e biograficamente motivata, per il paesaggio e il passato della sua terra»8.

II. Il proemio: cominciare in spirito d’irreligione

Il saggio si apre con una mossa che è a un tempo di modestia e di sfida. Tate constata la perdita di autorità del religioso di professione: vi è ancora qualche sacerdote, e persino qualche ministro protestante, che paia parlare dal tripode delfico, ma come individuo, non come esponente di una classe.

Ne trae la conseguenza: «Comincio dunque un saggio sulla “religione” quasi del tutto privo di umiltà; vale a dire, lo comincio in uno spirito d’irreligione»9.

La dichiarazione non è mera civetteria. Essa registra una condizione oggettiva: nessuno, oggi, possiede l’alta qualificazione che consentirebbe di parlare dei misteri e, perciò, ciascuno è costretto a pensare da sé, il che rappresenta “una responsabilità intollerabile per la mente religiosa”, il cui compito consiste precisamente nel predisporre i misteri per altri10.

Si noti che Tate definisce la funzione sacerdotale come preparazione dei misteri per altri: essa è dunque mediazione rituale, non già produzione di dottrina.

Segue la formula che governa l’intera impresa: «La religione non è propriamente discussione di alcunché; sicché ogni discussione della religione è un atto di violenza, un tradimento dell’essenza religiosa compiuto per il bene di essa, o per il bene di coloro che ne vivono»11.

Va osservato che il termine violence compare qui per la prima volta e che esso reggerà, ventun pagine più avanti, la risposta conclusiva del saggio.

Fra la violenza del discorso sulla religione e la violenza della politica reazionaria corre una catena lessicale deliberata, rinforzata a mezza via dalla dichiarazione di dover «fare un po’ di violenza all’ampiezza dell’argomento»12.

Tate confessa poi la “pretesa” che si annida nella sua scortesia: la sua favola privata fu un tempo più pubblica e generale; e da essa il pubblico si è allontanato, cadendo in giorni malvagi.

Poiché non può esporre il mito nella sua condizione nativa – immediato, diretto, travolgente – dovrà rivestirlo di Primi Principi. È l’ammissione decisiva del saggio e, al contempo, la sua condanna: chi deve argomentare il mito ha già perduto il mito.

III. Sezione I: il cavallo intero e la duplice mezza-religione (pp. 156-159)

L’immagine che regge la prima sezione è di una semplicità calcolata. La religione, quando volge l’attenzione al cavallo che bruca sul prato, si occupa del cavallo intero: non della parte che esso ha in comune con gli altri cavalli, né con gli altri quadrupedi o vertebrati; e neppure di quella potenza che esso condivide con la forza motrice in generale, cioè della sua attitudine a spingere o trascinare un oggetto. La religione pretende di porci davanti il cavallo com’è.

Da qui la diagnosi centrale: «Questa mente moderna vede soltanto metà del cavallo: quella metà che può diventare una dinamo, o un’automobile, o qualsiasi altra macchina mossa da cavalli-vapore. Se questa mente avesse avuto molto rispetto per il cavallo intero, erbivoro, in tutte le sue dimensioni, non avrebbe mai inventato il motore che ne rappresenta soltanto la metà. La mente religiosa, al contrario, ha questo rispetto: essa vuole il cavallo intero, e di nulla di meno si accontenterà»13.

Il gioco di parole su horsepower – la potenza del cavallo che diventa unità di misura della macchina – è intraducibile se non ricorrendo all’italiano “cavallo-vapore”, che quantomeno conserva l’animale nel nome della grandezza fisica.

Da questa immagine Tate ricava una tassonomia a tre termini. La religione del cavallo intero è quella che assume l’oggetto nella sua totalità qualitativa e quantitativa.

Le contraffazioni sono due, e simmetriche. La prima è la religione della metà funzionante, «la religione del come le cose funzionano, e questa è la religione americana».

Essa può dimostrare agevolmente che il cavallo-vapore astratto funziona, idealmente, ovunque, infallibilmente, purché si diano altre condizioni astratte e dimezzate.

Dove la costante di ogni astrazione è che essa produce condizioni altrettanto astratte, la verifica è circolare. La metà che questa religione espunge non funziona affatto: è «una vasta massa di qualità concrete in perpetuo conflitto con la metà utilizzabile». L

a seconda contraffazione è meno attesa; e la sua presenza è ciò che salva il saggio dall’essere un ordinario libello antimoderno. Essa afferma che nulla funziona: che il cavallo è oggetto infinito, irriducibilmente singolare; e che quanto più lo si contempla tanto più appare vano cercarvi regolarità. Tate la liquida con severità pari a quella usata contro la prima: «Ciò è altrettanto grave che affermare di poterlo prevedere completamente. È un’altra mezza religione: è la religione dei poeti simbolisti, e di Monsieur Henri Bergson»14 .

La simmetria è dottrinalmente rilevante. Tate non oppone all’eccesso razionalistico un irrazionalismo di compenso: egli condanna quale eresia tanto la riduzione dell’intero alla sua metà calcolabile quanto l’esaltazione dell’intero come pura irregolarità incalcolabile.

Chi conosca la letteratura tradizionalista europea vi riconoscerà una struttura familiare – la duplice denuncia del materialismo e di uno pseudo-spiritualismo che ne è il complemento e non l’antidoto – senza che vi sia ragione alcuna di postulare una dipendenza15.

Resta da mostrare che il culto della funzionalità sia davvero una religione, giacché esso non ha altari propri – se non quelli che ha usurpato alla tradizione superstite – né rituale formale, né sacerdozio in tonaca o corona di grani. La prova che Tate adduce è formalmente ineccepibile: «Sappiamo che il culto del funzionamento infallibile è una religione perché istituisce un valore irrazionale: è irrazionale credere in un’onnipotente razionalità umana»16.

Il criterio è di notevole potenza analitica: una fede si riconosce non dall’oggetto ma dalla forma dell’atto, cioè dal porsi di un valore che la ragione professante non può fondare. Ne segue che il razionalismo integrale è religione in senso stretto; e per giunta cattiva religione, «perché può predire soltanto il successo».

Con essa i fallimenti si accumulano sotto la soglia di saturazione, finché la società che vi si affida «cavalca verso una caduta rovinosa»; e l’immagine equestre è deliberata, perché la metafora del cavallo governa ancora la frase.

Chi cercasse un’incarnazione narrativa di questa religione della metà funzionante non dovrebbe guardare lontano dalla stessa penna di Tate. Nel romanzo, George Posey – genero del patriarca Major Buchan – la professa quasi alla lettera: del proprio fratellastro Yellow Jim, schiavo dalla pelle chiara che vende per comprarsi la giumenta con cui vincerà il torneo, dice soltanto che è “capitale liquido”17; e Major Buchan, all’opposto, non concepisce mai la proprietà – schiavi compresi – in termini finanziari: non gli passerebbe per la mente di vendere un uomo più di quanto venderebbe la moglie o la figlia. È la medesima frattura che il saggio teorizza fra il cavallo intero e il cavallo-vapore, qui narrata come frattura tra due economie morali18.

Un decennio dopo il saggio, in un contesto del tutto estraneo alla storia americana, la medesima struttura riaffiora quasi intatta. Nel 1940 un aristocratico-agronomo del Kent, Walter Ernest Christopher James, quarto barone Northbourne, pubblicò Look to the Land19, il manifesto che introdusse nella lingua inglese l’espressione stessa organic farming: vi si legge che il podere stesso dev’essere «un’entità vivente, un’unità che possiede in sé una vita organica bilanciata»20; «un tutto vivente», preciserà più oltre21.

A questo tutto Northbourne oppone, con termini che paiono tradurre in agronomia il lessico stesso di Tate, la chemical farming, l’agricoltura chimica che tratta il suolo non come organismo ma come mero supporto inerte di elementi quantificabili da reintegrare artificialmente.

La coppia organic/chemical è, punto per punto, la coppia cavallo-intero/cavallo-vapore del saggio: un tutto qualitativo irriducibile contro la sua metà utilizzabile e quantificata22.

Per la medesima diagnosi Northbourne escogita un’immagine non meno drastica di quella tateiana del cavallo smembrato: l’idea di conquistare la natura, scrive, è sensata quanto un uomo che tentasse di tagliarsi la testa per isolare le proprie facoltà superiori23.

Tagliare il cavallo in due per estrarne il cavallo-vapore e mozzarsi la testa nell’intento di isolare la ragione dal resto dell’organismo di cui è parte sono la stessa mutilazione raccontata due volte, a un decennio e a un oceano di distanza, da due uomini che – per quanto consta – non si lessero né si conobbero mai.

Segue l’exemplum tragico: la mezza-religione del lavoro ha compiuto l’uccisione di Laio e sposato Giocasta; ha applicato la propria formula con successo strepitoso fino ad oggi; ma la fine deve ancora arrivare e Tiresia non è ancora giunto.

L’emblema di Edipo è scelto per la massima che lo chiude – non dire felice un uomo prima dìaverne veduto la fine – che Tate attribuisce a Edipo stesso24. La chiamata di Tiresia conduce direttamente a Eliot, che lo aveva introdotto in The Waste Land: il veggente attesta la bancarotta della formula moderna nella scena della seduzione indifferente della dattilografa da parte del «small house-agent’s clerk».

La seduzione “funziona”; funziona perfettamente, anzi troppo bene; e proprio il funzionamento ne attesta il fallimento, perché essa non può che ripetersi meccanicamente.

Note

1  «”Va detto che per questo suo unico romanzo Allen Tate ha scelto un argomento vasto e affascinante. Ma è anche un argomento dal quale egli mai si è tenuto lontano in tutti i suoi quarant’anni di attività letteraria: la natura della civiltà americana, in particolare: americana del sud. È vero che in molti punti, nelle riflessioni sulla tradizione e i suoi limiti, sul rapporto dell’individuo con la società, sull’illusione dell’individuo di poter costruire una sua propria vita avulsa dall’ordine politico, il Tate romanziere rifà il Tate saggista; è vero anche che il meraviglioso simbolismo del romanzo — la giumenta baia, il fucile appeso alla parete — si richiama direttamente ai poemi del Tate (Emblems, Aeneas at Washington, To the Lacedemonian e Ode to the Confederate Dead), ma sta di fatto che nel romanzo egli riesce, ciò che è difficile in un saggio o in un poema, a sbalzare fuori dall’astratto i problemi dell’uomo e della società. Rivive nell’indimenticabile maggiore Buchan la società virginiana con tutte le sue virtú; rivive nell’impetuoso George Posey il dramma dell’uomo vitale, energico, ma succube dei suoi istinti distruttori; ma soprattutto — precisi nei loro contorni, magistralmente raffigurati in un capolavoro di bellezza formale — rivivono in tutto il romanzo uomini plausibilissimi nella loro realtà, uomini spinti dalla propria educazione e dai propri ideali ad agire in un modo preciso in un preciso momento storico.” The Times Literary Supplement»: Allen Tate, The Fathers, New York, G. P. Putnam’s Sons, 1938; riveduto in due tempi: London, Eyre & Spottiswoode, 1960 (con una variazione minima nella sezione “The Abyss”; riedizione, con un’Introduzione di Arthur Mizener, Denver, Alan Swallow, 1960); e Baton Rouge, Louisiana State University Press, 1977 (con un finale nuovo e più esteso); l’unica traduzione italiana disponibile è quella effettuata sull’edizione del 1960 da Marcella Bonsanti per la “collana di grandi autori moderni di tutto il mondo” I Narratori di Feltrinelli: I nostri padri, Prefazione all’edizione italiana di Frank Kermode, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, febbraio 1964 (quarta di copertina).

2 «The myth of a valuable and archaic Southern civilisation is not without basis. Crèvecoeur could call Charleston the most brilliant of American cities. The antebellum South thought of itself as in a great tradition, the heir of Greece and Rome; and if its account of its aristocratic provenance was largely spurious, it was for all that essentially aristocratic in its structure. Yet it was a perversely democratic aristocracy, if only because of the slaves, whose very existence made it impossible to set difficult barriers between different classes of whites. In any case, the population was bound together by blood, by a network of cousinships that took no account of status and even included slaves. The Negro was not feared or hated in the antebellum South, and he was not— effectively at any rateexploited (all parties, including Mr. Tate’s Agrarians, seem to be agreed that the slave system was extremely, perhaps disastrously, wasteful). […] Civic and personal pride coexisted with a central hedonism, a passion for gaming, drinking, love-making, talking. It was a world no outsider could improve, and one could represent the Yankee attack on slavery as directed not only against one’s way of life, but against civility itself, even against God»: Frank Kermode, Old Orders Changing, in Id., Puzzles and Epiphanies: Essays and Reviews 1958-1961, London, Routledge & Kegan Paul, 1962, Chap. XV, pp. 131-139 (in particolare: pp. 132-133) [1ª edizione: in “Encounter”, Vol. XV, No. 2 (August 1960), pp. 72-74 (in particolare: pp. 72-73)], trad. it. Prefazione, in Allen Tate, I nostri padri cit., pp. 9-17 (in particolare: pp. 11-12).

3 In un articolo pubblicato il 4 maggio 1989, il noto critico riconosceva il valore della desegregazione, sottolineando al contempo la persistente subordinazione sociale degli afroamericani, ricordando anche il mutamento delle posizioni razziali di Allen Tate nel corso degli anni Sessanta. Si veda Frank Kermode, Southern Virtues, in “London Review of Books”, Vol. 11, No. 9 (4 May 1989).

4 «I wish I was in the land of cotton, old times there are not forgotten, | Look away, look away, look away, Dixie Land. | In Dixie Land where I was born in, early on a frosty mornin’, | Look away, look away, look away, Dixie Land. // Then I wish I was in Dixie, hooray! hooray! | In Dixie Land I’ll take my stand to live and die in Dixie, | Away, away, away down South in Dixie, | Away, away, away down South in Dixie»: Dixie (song), in “Wikipedia” (corsivo aggiunto).

5 Sulla vicenda del titolo e sulla preferenza di Tate e Warren per Tracts Against Communism si veda la documentazione epistolare raccolta negli studi warreniani; la circostanza è concordemente riferita dalla letteratura critica sul gruppo di Nashville.

6  «The writer is constrained to point out (with the permission of the other contributors) that in his opinion the general title of this book is not quite true to its aims. It emphasizes the fact of exclusiveness rather than its benefits; it points to a particular house but omits to say that it was the home of a spirit that may also have lived elsewhere and that this mansion, in short, was incidentally made with hands»: p. 155, nota 1.

7 «[…] scimus enim quoniam si terrestris domus nostra huius habitationis dissolvatur, quod aedificationem ex Deo habemus, domum non manufactam, aeternam in caelis»: 2 Cor, 5,1 (Vulgata). La versione CEI rende «una dimora non costruita da mani di uomo». Tate capovolge l’espressione: la casa meridionale è, appunto, manufacta; e perciò accidentale.

8  Cfr. Allen Tate, Poems: 1922-1947, New York, Charles Scribner’s Sons, 1960 [1ª edizione: 1932], trad. it. Ode ai caduti confederati e altre poesie, Traduzione e introduzione di Alfredo Rizzardi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1970 (seconda di copertina).

9 «So I begin an essay on “religion” with almost no humility at all; that is to say, I begin it in a spirit of irreligion»: p. 155.

10 «[…] for one will have to think for oneself, a responsibility intolerable to the religious mind, whose proper business is to prepare the mysteries for others»: Ibidem.

11  «Religion is not properly a discussion of anything; so any discussion of religion is a piece of violence, a betrayal of the religious essence undertaken for its own good, or for the good of those who live by it»: p. 156.

12 «At this point I must, for brevity, do some violence to the reaches of the argument»: p. 161; e «The answer is, by violence»: p. 174. La catena è di tre anelli e non è casuale: il discorso sulla religione, la compressione dell’argomento e l’azione politica sono tre modi della medesima forzatura che l’uomo moderno deve esercitare su una materia che non gli si offre più spontaneamente.

13 «This modern mind sees only half of the horse—that half which may become a dynamo, or an automobile, or any other horsepowered machine. If this mind had much respect for the full-dimensioned, grass-eating horse, it would never have invented the engine which represents only half of him. The religious mind, on the other hand, has this respect; it wants the whole horse, and it will be satisfied with nothing less»: p. 157.

14 «This is as bad as saying that you can predict it completely. It is another half-religion: it is the religion of the Symbolist poets, and of M. Henri Bergson»: p. 158. L’abbreviazione M. sta per il francese Monsieur, e va conservata in quanto essa colloca Bergson, con lieve ironia, fra le mode continentali.

15 La convergenza con l’impianto dottrinale di René Guénon è strutturale e non genetica: nessun elemento documentario autorizza a supporre che Tate nel 1930 conoscesse Guénon; e le opere in cui quest’ultimo articola la doppia denuncia – Le Théosophisme (1921), L’Erreur spirite (1923) – non erano allora tradotte. Si veda oltre, sez. XII. Al riguardo si consultino, in particolare, i volumi di René Guénon, Articoli (1909-1916), Edizione bilingue originale-italiano, Milano, A. C. Logos, 2023, Tomo II; Id., Articoli (1917-1927), Edizione bilingue originale-italiano, Milano, A. C. Logos, 2023; nonché Id., L’Errore spiritistico, Edizione bilingue originale-italiano, Milano, A. C. Logos, 2023 [Cfr. Collana “L’Anello d’Oro”].

16 «We know that the cult of infallible working is a religion because it sets up an irrational value; it is irrational to believe in omnipotent human rationality»: p. 158. È il passo più citato del saggio, e a ragione: esso fornisce un criterio formale di riconoscimento del religioso — l’istituzione di un valore non derivabile dalla ragione che lo professa — applicabile al di là del suo oggetto immediato.

17 «You’re liquid capital, I got to have the money»: Allen Tate, The Fathers (dall’edizione Alan Swallow), p. 54; «Sei capitale liquido, ho bisogno di soldi»: trad. it. p. 76.

18  Un elemento biografico significativo al fine di valutare l’evoluzione del pensiero di Tate è il suo successivo ripensamento delle posizioni razziali sostenute negli anni Trenta. Nel 1966, Tate scrisse a Malcolm Cowley: «Non sono nato virtuoso in queste cose. Ho dovuto acquisire questa virtù» (I wasn’t born with virtue in these matters. I have had to acquire it). In quegli anni, inoltre, il Tate era giunto ad appoggiare il movimento per i diritti civili. Si veda in proposito Adam Kirsch, The Country of the Damned, in “The New Republic”, June 25, 2008. Pur senza voler stabilire un nesso causale diretto fra la sua conversione cattolica del 1950 e questo successivo mutamento, la testimonianza suggerisce una possibile chiave di lettura: la ricerca di un fondamento spirituale dell’esistenza potrebbe aver contribuito a rendere progressivamente insostenibile, per lui, la patente contraddizione fra la dignità integrale della persona e le gerarchie razziali della società meridionale che aveva idealizzato.

19 Cfr. Lord Northbourne, Look to the Land, Second, revised special edition, Hillsdale (NY), Sophia Perennis, 2003 [1ª edizione: London, J. M. Dent & Sons, 1940], trad. it. Considera la terra. Il valore dell’agricoltura biologica, A cura di Eduardo e Gianluca Ciampi, Roma, Castelvecchi Editore, 2020 [1ª edizione: Roma, LIT Edizioni, 2015].

20  «[…] the farm itself must have a biological completeness; it must be a living entity, it must be a unit which has within itself a balanced organic life»: Ivi, p. 96; «[…] la fattoria stessa deve avere una completezza biologica; deve essere un’entità vivente, deve essere un’unità che ha in sé una vita organica bilanciata»: trad. it. p. 76.

21  «imported fertility […] cannot be self-sufficient nor an organic whole»: Ivi, p. 97; «una fertilità importata, non può essere autosufficiente, né un tutt’uno organico»: trad. it. p. 77.

22 Cfr. John Paull, Lord Northbourne, the man who invented organic farming, a biography, in “Journal of Organic Systems”, 9 (1), 2014, pp. 31-53.

Fine prima parte di quattro

Par gentile concessione della rivista “Italia Stato-Civiltà”, su cui il saggio di Paolo Zanotto è stato pubblicato: La religione del mezzo cavallo: Allen Tate e l’aporia di una tradizione senza fede – Italia Stato-Civiltà

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui