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Youssef Siher indagato per istigazione a delinquere e terrorismo

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Youssef Siher Movimento 17 ottobre

Fermato l’ideatore del Movimento 17 ottobre

Youssef Siher, italo-marocchino, è indagato per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. TERRORISMO.

Nella notte è stato fermato e portato in carcere. E la Procura ha alzato il tiro: gli contesta pure il 270 bis, il reato nato negli anni di piombo contro le Brigate Rosse. La moglie risulta indagata a piede libero.

Trent’anni, liceo a Salò, laurea in comunicazione e magistrale in Scienze politiche alla Statale di Milano, membro del Senato accademico, presidente degli studenti universitari musulmani, uno stage all’ISPI, anni di articoli su Il Fatto Quotidiano.

Secondo gli investigatori è la mente del Movimento 17 ottobre, nato sulle macerie dei saccheggi dei maranza a Milano e diventato in una settimana la cabina di regia della piazza.

Sabato, sotto quella bandiera, dei giovinastri hanno sfondato i tornelli del Colosseo e preso a bottigliate i blindati a due passi dal Quirinale, hanno tirato pietre e bottiglie a Torino, alzato barricate e incendiato cassonetti a Bologna, puntato le vie del lusso a Firenze, costretto Milano a schierare i parà davanti al Duomo.

Di certo Youssef Siher non è il ritratto del disagio sociale, tanto cianciato dalla sinistra per giustificare la delinquenza degli immigrati e dei loro figli.

Lo scrivo da mesi. Da mesi qualche anima bella mi risponde che esagero, che sono solo ragazzi in difficoltà, che semino paura.

Adesso cosa diranno? Che è un ragazzo problematico pure lui?

Crosetto lo ha detto senza giri di parole: non un emarginato, ma uno che ha frequentato il gotha dell’intellighenzia italiana.

Youssef Siher ha tutto della quinta colonna.

Nel 1936 il generale Mola marciava su Madrid con quattro colonne e si vantava di averne una quinta già dentro la città.

È il nemico che non assedia: abita. Parla la tua lingua, studia nelle tue università, scrive sui tuoi giornali. E aspetta.

Stando alle cronache, i servizi lo avevano segnalato già nel 2024. Avrebbe fondato una organizzazione,

“Alba nascente”, per diffondere la propaganda di Hamas e del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e tenere i rapporti con l’antagonismo di estrema sinistra.

Gli islamisti e i marxisti-leninisti nella stessa sigla. La mezzaluna e la falce sotto lo stesso tetto.

E la pista che gli investigatori seguono, a quanto si legge, porta ai Fratelli Musulmani.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha chiesto di valutare se inserire gli enti e le persone legati ai Fratelli Musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche e di mettere sotto la lente le loro reti giovanili e studentesche.

Il PD, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro.
CONTRO.

Due settimane dopo, quella stessa pista spunta dietro la regia della guerriglia nelle città italiane.

PD, Cinque Stelle e AVS devono una spiegazione agli italiani. E stavolta dovrà essere convincente.

Il 7 ottobre 2023, il giorno in cui Hamas massacrava i civili israeliani, sotto un post di solidarietà a Israele Siher avrebbe scritto “Allahu Akbar”.

In un articolo, a quanto si legge, definiva la strage “un atto rivoluzionario di decolonizzazione”. Sui suoi profili compariva “vinceremo o moriremo”.

E su Instagram, come foto profilo, c’è il dipinto di un miliziano con la kefiah e il giubbotto tattico, seduto su una poltrona con un bastone in mano e un drone sopra la testa: gli ultimi istanti di Yahya Sinwar, il capo di Hamas, la mente del 7 ottobre.

Accanto, in arabo, una frase: “Non puoi sconfiggere coloro che credono che la morte non sia la fine”.

Il Fatto ha pubblicato suoi articoli nel 2024 e ancora nel 2025. Bastava aprire i suoi profili social. Nessuno li ha aperti, o a nessuno importava. Oppure, peggio ancora, sembrava tutto normale.

Il manifesto del movimento era un capolavoro di furbizia: niente presidente, niente portavoce, “il nostro nome è una data, non un organigramma”.

Il movimento senza capi aveva un capo.

E il capo, quando durante le perquisizioni sono saltate fuori le indicazioni con le tre piazze di Milano, si è difeso così, stando al Giornale: “Ma io sono un giornalista”.

La professione usata come scudo da chi, per l’accusa, organizza la guerriglia. Ma nota bene: da una ricerca sul sito dell’Ordine dei giornalisti con il nome Youssef Siher non risulta alcun iscritto.

Come fa un solo uomo, o pochi, a muovere migliaia di ragazzi?

Con tredici post. Tanti ne conta la pagina, che ha superato i 47mila follower.

Non serviva un’ideologia. Bastavano una data, un luogo e un pretesto: il carovita, il riarmo, il fascismo evocato contro un decreto sicurezza.

Il resto lo hanno portato loro: il passamontagna, il branco, il video per TikTok.

L’ho scritto pochi giorni fa: questa è la generazione più stupida, quella che va dove la porta il primo che sa usare Instagram. Sabato lo ha dimostrato in pieno.

Su 371 fermati in tutta Italia, 110 sono minorenni. Uno su tre.

Carne da cannone per il cattivo maestro di turno. Negli anni Settanta i cattivi maestri avevano le cattedre e i ciclostilati, oggi hanno un profilo Instagram.

Il copione non cambia: il maestro teorizza, il sedicenne lancia la bottiglia e finisce schedato.

Persino Vincenzo De Luca, che con il PD ha fatto il governatore per dieci anni, ha proposto una cura per il loro “disagio”: “Se hai una manganellata fra capo e collo, è pure questa una bella lezione che non si dimentica”.

E la sinistra d’ordinanza?

Mentre le città si blindavano, Elly Schlein accusava Giorgia Meloni di criminalizzare un’intera generazione.

Non è certo la Meloni a farlo. Chi rende criminali questi ragazzi è chi li usa. E chi lo fa ha proprio il curriculum che a sinistra apre tutte le porte: l’università, i centri studi, le redazioni amiche.

Al momento non risulta che Siher abbia investito qualcuno o piazzato bombe. Al momento.

Ma non ne ha bisogno. L’istigazione è il mestiere di chi le bottiglie le fa lanciare agli altri.

Il suo profilo, però, è un copione che conosciamo. Seconda generazione, studi, una vita in apparenza riuscita.

Come Salim El Koudri, che a maggio si è lanciato in auto sulla folla di Modena: nato a Seriate, laureato in Economia.

Come gli attentatori della metropolitana di Londra, nel 2005: tre su quattro nati e cresciuti nello Yorkshire, il capo faceva l’assistente in una scuola elementare.

Ben inseriti e integrati sulla carta, fedeli altrove.

È la metastasi dell’Islam politico e ha la caratteristica più insidiosa delle neoplasie: si diffonde attraverso cellule che sembrano sane. Un laureato. Un ricercatore. Una firma.

Lo stesso Siher, in un post sulle proteste dei giovani in Marocco, scriveva che i problemi visibili sono solo “sintomi di una malattia molto più profonda”.

Ha ragione. Solo che la malattia, stavolta, ha nome, cognome e indirizzo.

La rabbia c’è ovunque. La guerriglia solo dove qualcuno la organizza.

Lo Stato, stavolta, ha risposto. La prevenzione ha impedito il bis dei saccheggi di Milano e la mente è stata individuata prima che desse il segnale.

Ma prenderli non basta. Bisogna che non tornino.

In Parlamento c’è una legge che allarga la revoca della cittadinanza a chi viene condannato per terrorismo e altri reati gravissimi.

È la strada giusta, ma lascia fuori chi è diventato italiano da minorenne perché si è naturalizzato il padre. Cioè una parte larga proprio di quella generazione.

Chi tradisce il Paese che lo ha cresciuto non ha diritto di conservarne il passaporto, a qualunque età lo abbia ricevuto.

La condizione per non creare apolidi c’è già: avere un’altra cittadinanza. Quanti, in quella generazione, l’hanno mai lasciata?

E le redazioni, le università, gli istituti di ricerca che gli hanno aperto la porta dovranno rispondere almeno a una domanda: qualcuno ha mai guardato chi stava facendo entrare?

Quanti altri Youssef Siher servono per smettere di chiamarlo disagio giovanile?

Mola, per prendere Madrid, la quinta colonna aveva dovuto infiltrarla. Noi l’abbiamo invitata, con il tesserino dell’università e la firma sul giornale.

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