L’Islam politico si organizza, noi ci disperiamo
A questo punto, guardando la vicenda di Yusuf Siher, attivista islamico al quale viene attribuito un ruolo di coordinamento delle proteste, viene da osservare che il malcontento senza un piano d’azione, senza una visione, senza una strategia trova sempre qualcuno pronto a cavalcarlo per i propri obiettivi.
Mentre simpatizziamo con i giovani che finalmente si fanno sentire, mentre sosteniamo le loro rivendicazioni, qualcuno può già lavorare per dare a quell’energia una direzione.
E quella direzione potrebbe avere ben poco a che fare con le battaglie che crediamo di sostenere.
Negli ultimi decenni abbiamo visto quanto sia difficile distinguere la spontaneità del malcontento dalla regia di chi cerca di orientarlo.
La protesta può nascere dal basso, per ragioni autentiche, ma attorno a essa si muovono organizzazioni che sanno costruire reti, coordinare persone e individuare obiettivi.
La rabbia può essere diffusa, la capacità di trasformarla in forza politica richiede un lavoro preciso.
L’Islam politico si organizza, noi ci disperiamo.
Da una parte, realtà capaci di coltivare appartenenza, mantenere legami e perseguire una direzione comune.
Dall’altra, società occidentali ricche di diritti, libertà e conquiste civili, ma sempre meno capaci di tradurre questo patrimonio in una volontà collettiva.
Abbiamo imparato a rivendicare i nostri diritti, molto meno a costruire insieme le condizioni per difenderli.
Pensiamo agli autotrasportatori. Persone che cercano di far sentire la propria voce su questioni concrete, che riguardano il lavoro, i costi e la possibilità stessa di mandare avanti un’attività.
Fanno quel che possono, con i mezzi che hanno.
Eppure, l’informazione sembra remare contro, lasciando chi vorrebbe capire con poche notizie frammentarie e senza aggiornamenti precisi.
La protesta continua?
Si è fermata?
Si sta organizzando in altre forme?
Non lo sappiamo nemmeno con chiarezza.
È un fatto significativo. Una mobilitazione può avere ragioni concrete e coinvolgere persone che si assumono dei rischi, ma se manca un’informazione puntuale finisce ai margini dell’attenzione collettiva.
La visibilità si concentra altrove, spesso sulle proteste più spettacolari o più facilmente riconducibili a uno scontro politico.
Chi cerca di far valere le proprie ragioni resta così isolato, mentre il resto del Paese fatica persino a seguire gli sviluppi.
Ecco perché occorre distinguere fra chi protesta con i mezzi che ha a disposizione e chi possiede già una struttura capace di dare continuità alla mobilitazione, orientarne il racconto e perseguire obiettivi definiti.
Le energie sociali non hanno tutte la stessa capacità di farsi ascoltare. E quando una protesta concreta resta senza informazioni, collegamenti e sostegno, rischia di essere ignorata, mentre altri movimenti, più organizzati, riescono a occupare la scena.
Quando parliamo di Islam politico organizzato, dovremmo guardare anche alla capacità di inserirsi nelle fratture delle nostre società e di orientare il malcontento verso una visione precisa.
Non basta osservare chi manifesta. Bisogna capire chi costruisce legami, chi coordina, chi formula le parole d’ordine e quale idea di società intende portare avanti.
Il confronto con l’Occidente è scomodo. Le nostre libertà permettono a gruppi diversi di associarsi, manifestare e perseguire obiettivi politici. Ma il loro valore non ci mette automaticamente al riparo da chi sa utilizzarle con maggiore organizzazione e continuità.
I principi, da soli, non costruiscono una strategia. Servono persone capaci di lavorare insieme, obiettivi riconoscibili e una direzione che sopravviva alla giornata di protesta.
Noi, invece, tendiamo a consumare in fretta l’energia delle mobilitazioni. Ci entusiasmiamo, ci schieriamo, ci dividiamo sulle interpretazioni. Poi l’attenzione passa altrove e spesso non rimane una struttura capace di proseguire il lavoro.
Le categorie che hanno problemi concreti restano alle prese con i loro problemi, i giovani rischiano di vedere la propria protesta assorbita da agende altrui.
Una piazza piena è un fatto politico, ma da sola non determina il risultato. La questione riguarda anche la nostra debolezza organizzativa. Possiamo avere ragioni fondate, valori condivisibili e un diffuso malcontento. Se non riusciamo a dare loro una forma, qualcuno meglio organizzato proverà a farlo al posto nostro.
La rabbia può accendere la miccia. Ma se non sappiamo dove portare il fuoco, qualcun altro sceglierà la direzione. E potremmo ritrovarci a usare le nostre stesse forze per costruire un progetto che non ci appartiene.





