Le divisioni interne al Partito Democratico
In un’epoca avara di maestri di vita e di modelli di comportamento, rifulge l’esempio del Partito Democratico, luce nella notte, bussola che ci indica le modalità e le posture per superare le difficoltà della vita.
Ci fanno un baffo le rimostranze dei criticoni pronti a saltarci addosso prima ancora di aver letto il nostro argomentare, “come si può pensare di assimilare la condotta di un individuo singolo a quella di un ente collettivo?”.
Beh, innanzi tutto cominciamo col dire che il PD è sotto sotto uno dei partiti più slavofobi, russofobi e guerrafondai d’Europa, e tale postura è diventata elettoralmente molto dannosa: i sondaggi attestano il rischio che addirittura lo zoccolo elettorale inscalfibile e tetragono di questo aggregato postmoderno di vincoli esterni e interessi privati (ridicolmente chiamato partito) possa finire intaccato dal gorgo della guerra e della crisi economica, milioni di stomaci di ferro stanno ribollendo come mai in passato.
E il PD che fa?
Manda una ragazzina della sua sezione giovanile a dire che costruirà, in seno al partito, un sottogruppo di “disertori” che rifiuteranno “le guerre volute dalle destre”, creando un caso mediatico onde occupare le bacheche e far esplodere la novità assoluta di un’insperata dialettica interna.
Il partito è vivo, discute, si interroga si arrovella, ma soprattutto, quei milioni di elettori che volevano sentire tali parole sono stati accontentati e possono tornare tranquillamente a sostituire la realtà con la propria personale idealistica proiezione, “com’è possibile che a noialtri, che siamo sempre stati di sinistra, ci chiamano ‘il partito del riarmo’? Noialtri che siamo sempre stati pacifisti e disertori”.
È una questione di target, basta la spoken word di una giovane comparsa per coprire una categoria merceologica e sistemare alla bell’e meglio un settore di mercato, per allargare l’offerta culturale e lanciare un nuovo testimonial nell’agone mediatico ed elettorale.
Del resto, i maestri pubblicitari insegnano che alla gente bisogna dirle quello che vuole sentirsi dire, la differenziazione del target è infinitamente più importante dell’appianamento di quelle fratture logiche e cognitive grazie alle quali la dissimmetria assoluta tra le parole della virgulta e la condotta del suo partito salterebbe all’occhio di chiunque avesse compiuto dodici anni.
Il PD non è solo il partito del riarmo, ma anche e soprattutto il partito delle guerre umanitarie, del sostegno alla disfatta di Libia, alle rivoluzioni colorate degli anni Dieci che hanno devastato l’area mediterranea procurando 600 mila morti e quattro milioni di profughi, della devastazione di Belgrado (la prima condotta senza il beneplacito dell’ONU), del sostegno incondizionato all'”abbaiare dei cani ai confini della Russia” (cit. Bergoglio) con cui è stato condotto l’allargamento della NATO e che costituisce la scaturigine primaria del nostro terribile presente.
Tutte guerre non propriamente di destra, a meno di non considerare ‘di destra’ il Partito Democratico americano, di cui il PD è una gemmazione fedelissima e coerente.
A riguardo, vedasi il percorso parlamentare del funesto DDL Antisemitismo, che vede il PD da entrambe le parti della barricata.
Questo meraviglioso partito è impegnato in una duplice ossimorica battaglia: da una parte, bisogna recepire e riprodurre il vincolo feudale col sionismo internazionale e con la sua orribile inqualificabile demoniaca cellula italiana, dall’altra parte, bisogna assecondare il rifiuto popolare del genocidio palestinese adesso che sembra incarnarsi nella linea politica del progressismo internazionale a cavallo dell’Atlantico.
E il PD che ti fa?
Si divide, ovviamente, lasciando libera la sua piccola ma influentissima corrente filo-genicidaria – la “sinistra per Israele” dei vari Fassino, Fiano, Delrio, etc. – di maramaldeggiare in sede parlamentare insieme alla “destra dei fascisti” (che ieri hanno calorosamente ringraziato per la sponda), mentre la maggioranza si schiera – correttamente, ma senza grossi strepiti – nel rifiuto di una delle leggi più incredibili, infami e liberticide della storia repubblicana.
Ma, quindi, a conti fatti, quale lezione morale dovremmo trarre dal PD?
Che la coerenza interiore è incompatibile col vivere moderno, che in nessun modo ci è permesso di far combaciare le parole coi pensieri e con le azioni, e ciò sia valido a ogni livello e in ogni ambito – sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella vita associata, e financo, irrimediabilmente, nei rapporti amicali e personali.
Che per campare bisogna importare la logica aziendale anche nella dimensione privata, accettare le umiliazioni dei superiori e poi rifarsi sui sottoposti e perpetrare la subordinazione gerarchica lungo tutta la catena, che la cultura e il libero pensiero sono orpelli retorici buoni a legittimarsi in società, e come tali devono rimanere, perché in un ambiente psicotico e schizofrenico la schizofrenia è una virtù, una pratica di vita, i pazzi sono sani e i sani sono pazzi, e l’unica morale possibile è quella di non avere una morale.
Che la postura adatta al successo è il narcisismo amorale di questa pletora di influencer.





