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Europa: tante parole, pochi fatti

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UE - Unione Europea

L’Europa crei le condizioni perché possa realmente contare di più

“Le parole sono come foglie; dove sono più abbondanti, raramente si trovano molti frutti”.
John Locke

La parola “Europa” è stata ancora una volta pronunciata come promessa di forza, autonomia, sovranità e capacità di incidere nel mondo.

Il discorso sullo Stato dell’Unione è stato pronunciato da Ursula von der Leyen nell’aula plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo, davanti agli eurodeputati e alla presenza del primo ministro canadese Mark Carney.

Un luogo solenne, dunque, e un’occasione altrettanto solenne: quella nella quale la presidente della Commissione è chiamata a delineare la direzione politica dell’Unione e a raccontare ai cittadini europei quale Europa si intenda costruire.

Ed è proprio dalla solennità del luogo e dalla quantità delle parole pronunciate che nasce la domanda più semplice: quanto di tutto ciò è già realtà e quanto, invece, rimane ancora un progetto, un auspicio, una promessa?

Il discorso ha toccato moltissimi temi: sicurezza, difesa, Ucraina, migrazione, intelligenza artificiale, ambiente, competitività, energia, commercio, rapporti con la Cina e nuove forme di cooperazione internazionale.

Sono state indicate direzioni, avanzate proposte, evocate nuove alleanze e costruita l’immagine di un’Europa più forte, più autonoma e più capace di agire nel mondo.

Tutto molto ambizioso.

Ma proprio per questo occorre distinguere la politica delle intenzioni dalla politica dei risultati.

Perché una cosa è dire che l’Europa deve essere più forte. Un’altra è renderla più forte.

Una cosa è parlare di autonomia strategica. Un’altra è possedere energia, industria, materie prime, tecnologia, capacità militare e infrastrutture sufficienti a sostenerla.

Una cosa è parlare di nuove alleanze. Un’altra è trasformare un rapporto diplomatico in un sistema stabile di interessi comuni.

Una cosa è proporre al Canada una nuova forma di associazione. Un’altra è costruire concretamente quella relazione.

Ed è qui che il discorso rischia di mostrare il suo limite principale: la sproporzione fra la vastità degli obiettivi annunciati e la concretezza degli strumenti immediatamente visibili.

Non significa che non siano state avanzate misure concrete.

Il problema è un altro: il linguaggio della politica europea tende spesso a trasformare una proposta in una quasi realizzazione, un’intenzione in una conquista, un progetto in un risultato.

E gli applausi fanno il resto.

L’aula applaude, la frase viene ripresa, il titolo dei giornali arriva, il messaggio politico è consegnato. Ma l’applauso non costruisce una fabbrica, non abbassa il costo dell’energia, non produce semiconduttori, non crea una capacità militare, non rende operativo un accordo commerciale e non restituisce competitività alle imprese.

L’applauso dura qualche secondo.

La realtà dura anni.

E, forse, è proprio questo uno degli equivoci della politica contemporanea: confondere la forza della narrazione con la forza effettiva.

Si può parlare per un’ora di autonomia strategica, ma l’autonomia strategica si misura nelle cose concrete: nella capacità di produrre ciò di cui si ha bisogno, di procurarsi energia a costi sostenibili, di controllare almeno una parte delle tecnologie fondamentali, di disporre di una base industriale adeguata e di poter negoziare con gli altri grandi attori internazionali senza trovarsi in una posizione di dipendenza.

È una questione che diventa ancora più evidente quando si parla di ecologia.

Si continua a parlare di elettrico, decarbonizzazione ed ecologia come se l’Europa potesse affrontare da sola il problema climatico, mentre, contemporaneamente, il peso economico e industriale di Paesi come Cina e India continua a crescere.

Il problema non consiste nel negare la necessità della transizione energetica. La tutela dell’ambiente è una questione reale e la riduzione delle emissioni riguarda l’intero pianeta. Ma proprio perché riguarda l’intero pianeta, non può essere affrontata come se l’Europa fosse un sistema isolato.

Cina e India rappresentano una parte enorme della popolazione mondiale e sono diventate protagoniste decisive della crescita economica, industriale ed energetica globale.

La Cina è una potenza industriale di dimensioni enormi e contemporaneamente un partner commerciale, un concorrente industriale e un interlocutore geopolitico.

L’India sta attraversando una fase di forte espansione economica e industriale e sarà sempre più centrale negli equilibri mondiali.

Di fronte a questo scenario, l’Europa deve evitare di confondere la riduzione delle proprie emissioni con la soluzione del problema globale.

Se una parte della produzione industriale europea diminuisce, ma quella stessa produzione viene semplicemente trasferita altrove, il problema non è automaticamente risolto.

Se un prodotto non viene più fabbricato in Europa e viene importato da un Paese nel quale l’energia utilizzata per produrlo proviene in larga misura da fonti fossili, bisogna guardare al bilancio complessivo e non soltanto al dato registrato dentro i confini europei.

Il clima, del resto, non conosce i confini politici.

L’anidride carbonica emessa in Asia non rimane in Asia, così come quella emessa in Europa non rimane in Europa.

Per questo una politica ecologica realmente efficace deve essere contemporaneamente ambientale e industriale, tecnologica e diplomatica.

Altrimenti esiste il rischio di costruire una situazione paradossale: l’Europa si impone regole sempre più severe, riduce alcune produzioni interne e aumenta la propria dipendenza dall’importazione di prodotti, tecnologie, componenti e materie prime provenienti da Paesi che seguono strategie differenti.

Non si tratta di scegliere tra ambiente e industria.

Si tratta di capire come tenere insieme le due cose.

L’ecologia senza industria rischia di diventare dipendenza. L’industria senza ecologia rischia, invece, di diventare insostenibile.

La vera sfida è costruire una transizione nella quale l’Europa riesca contemporaneamente a ridurre l’impatto ambientale e a conservare la propria capacità produttiva.

Perché anche l’automobile elettrica, spesso presentata come simbolo assoluto della transizione, non nasce dal nulla.

Richiede batterie.

Le batterie richiedono materie prime.

Le materie prime richiedono miniere, raffinazione, trasporto e trasformazione.

Servono semiconduttori, elettronica, software, reti elettriche e infrastrutture di ricarica.

Ogni passaggio della catena produttiva ha una dimensione economica e geopolitica.

La domanda diventa allora molto più complessa di quella, apparentemente semplice, relativa al tipo di automobile che vogliamo guidare.

Chi produce la tecnologia?

Chi controlla le materie prime?

Chi possiede le fabbriche?

Chi controlla le catene logistiche?

Chi determina i prezzi?

Chi possiede i brevetti?

Chi dispone dell’energia necessaria per alimentare l’intero sistema?

Queste sono le domande che definiscono la vera autonomia strategica.

Perché non basta dichiarare di voler essere indipendenti.

Bisogna possedere le condizioni materiali dell’indipendenza.

E qui il discorso europeo torna inevitabilmente al tema dell’industria.

Per decenni l’Europa ha costruito una parte della propria prosperità attraverso un modello fondato su tecnologia, manifattura, commercio internazionale e specializzazione.

Oggi quel modello è sottoposto a una pressione enorme.

Stati Uniti, Cina e altre grandi economie stanno investendo massicciamente in tecnologie strategiche, infrastrutture, energia, intelligenza artificiale, semiconduttori, difesa e produzione industriale.

L’Europa può certamente scegliere una strada diversa. Ma deve essere consapevole che ogni scelta economica produce anche conseguenze geopolitiche.

Se l’energia costa troppo, l’industria perde competitività.

Se l’industria perde competitività, diminuiscono gli investimenti.

Se diminuiscono gli investimenti, diminuisce la capacità di innovare.

Se diminuisce la capacità di innovare, aumenta la dipendenza tecnologica.

E quando aumenta la dipendenza tecnologica, diminuisce anche quella autonomia strategica che la politica proclama di voler rafforzare.

È una catena che non può essere ignorata.

Per questo l’Europa avrebbe bisogno non soltanto di grandi discorsi sulla propria autonomia, ma di una politica concreta dell’energia, dell’industria, della ricerca, della formazione e della produzione.

L’ambiente non può essere separato dall’economia.

La sicurezza non può essere separata dall’industria.

La politica estera non può essere separata dalla capacità produttiva.

La competitività non può essere separata dal costo dell’energia.

Tutto è collegato.

E, forse, la vera maturità politica consiste proprio nel riconoscere queste connessioni invece di affrontare ogni problema come se fosse separato dagli altri.

L’Europa parla di difesa, ma la difesa richiede industria.

Parla di autonomia, ma l’autonomia richiede energia.

Parla di transizione ecologica, ma la transizione richiede tecnologia.

Parla di competitività, ma la competitività richiede condizioni produttive favorevoli.

Parla di alleanze, ma le alleanze sono più solide quando entrambe le parti hanno qualcosa di concreto da offrire.

Non basta dire che l’Europa vuole contare di più.

Deve creare le condizioni perché possa realmente contare di più.

E qui torna il tema delle nuove alleanze.

Il Canada è certamente un interlocutore importante. Ma proporre una forma di associazione più stretta è, innanzitutto, una proposta politica. È un’apertura, non la conclusione automatica di un nuovo assetto europeo-canadese.

Con l’India il rapporto è altrettanto importante, ma anche qui bisogna distinguere ciò che è stato discusso, ciò che è stato negoziato, ciò che è stato firmato, ciò che deve essere ratificato e ciò che produrrà effettivamente conseguenze economiche.

Un accordo non è un risultato semplicemente perché viene annunciato. Diventa un risultato quando modifica concretamente la realtà.

E poi c’è una questione che appare particolarmente significativa: Trump.

In un’Europa che negli ultimi anni ha dovuto confrontarsi con le politiche commerciali americane, con i dazi, con il nuovo atteggiamento di Washington verso gli alleati e con una ridefinizione complessiva dei rapporti transatlantici, il rapporto con l’amministrazione Trump avrebbe potuto occupare uno spazio molto più centrale.

Il tema americano rimane sullo sfondo del quadro commerciale e geopolitico, ma Trump non diventa il vero centro del discorso, nonostante le sue politiche abbiano conseguenze dirette sugli interessi europei.

E questo lascia una domanda aperta.

Come può l’Europa parlare seriamente di autonomia strategica senza affrontare in maniera altrettanto chiara il rapporto con gli Stati Uniti?

Non basta dire che l’Europa deve stare in piedi da sola.

Bisogna spiegare come.

Gli Stati Uniti restano un interlocutore fondamentale per la sicurezza europea, per la difesa, per la tecnologia, per la finanza e per l’equilibrio geopolitico occidentale.

L’amministrazione Trump ha modificato il quadro nel quale l’Europa deve muoversi. Questo è un dato politico, indipendentemente dalle valutazioni che ciascuno può darne.

Per questo il rapporto transatlantico avrebbe meritato una riflessione più esplicita e approfondita.

Perché l’autonomia non significa necessariamente isolamento.

Essere autonomi significa avere la capacità di scegliere, anche quando si decide di cooperare con un alleato.

È una differenza essenziale.

E così, alla fine, rimane una sensazione difficile da ignorare.

Molte parole. Molte intenzioni. Molti grandi scenari. Molti applausi.

Canada, India, Cina, difesa, ambiente, energia, intelligenza artificiale, migrazione, competitività, sicurezza: tutto entra nel grande quadro dell’Europa che vuole contare di più.

Ma la domanda resta sempre la stessa.

Dove sono i fatti?

Dove sono le decisioni capaci di cambiare davvero la struttura industriale europea?

Dove sono le grandi infrastrutture energetiche?

Dove sono le condizioni che consentono alle imprese europee di competere con quelle cinesi, americane e asiatiche?

Dove sono le tecnologie strategiche prodotte in Europa?

Dove sono le materie prime?

Dove sono le capacità concrete che permettono di parlare seriamente di autonomia?

E soprattutto: dove viene definito con chiarezza il nuovo rapporto con Trump e con gli Stati Uniti?

Perché non è sufficiente costruire un’Europa immaginata come nuova grande potenza globale attraverso un lungo elenco di propositi.

La potenza non si proclama.

Si costruisce.

Si costruisce con fabbriche, università, ricerca, energia, infrastrutture, capitali, tecnologia, commercio e diplomazia.

Il resto è comunicazione.

Ed è forse questo il punto più evidente del discorso di Strasburgo: non l’assenza assoluta di proposte, perché proposte ce ne sono state, ma la distanza ancora enorme tra la dimensione delle parole e quella dei risultati.

Il Canada viene invitato a una relazione più stretta. L’India viene indicata come partner strategico. La Cina viene richiamata sullo squilibrio commerciale. L’Europa viene descritta come una potenza che deve ritrovare la propria forza.

Ma tutto questo appartiene ancora, in parte, al territorio del programma.

E un programma non è ancora una realtà.

Alla fine resta dunque una conclusione molto semplice.

Tanta retorica, molte parole, molti propositi, molti applausi e ancora troppa poca sostanza immediatamente verificabile.

L’Europa continua a raccontare ciò che vorrebbe essere.

Il vero problema è cominciare finalmente a mostrare ciò che è diventata.

Perché, una volta terminato l’applauso nell’aula di Strasburgo, quando le telecamere si spengono e i discorsi finiscono, rimangono soltanto le cose che sono state realmente fatte.

E lì, inevitabilmente, le parole devono lasciare spazio ai fatti.

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