Lo scontro riguarda la fine della Global Britain per un nuovo assetto dell’Occidente – Il dossier Russia – Chi comanda nel Vecchio Continente
Donald Trump in visita il 12 settembre al suo campo da golf a Doonbeg, nell’Irlanda occidentale, ha dichiarato che “un’Irlanda unita sarebbe fantastica”, che si tratta di una soluzione naturale e ha definito il primo ministro irlandese Micheál Martin come l’uomo giusto per realizzare questa unificazione.
Trump non è un pazzo. Dice cose che stanno all’interno di una strategia, sempre più evidente, di distruzione di quel che resta della Global Britain, ossia di un continuo tentativo degli inglesi di riaffermarsi come dominus come ai bei tempi dell’Impero.
Se le coincidenze hanno un senso, guarda caso, il 13 settembre alcuni consulenti europei per la sicurezza e diverse personalità occidentali, tra cui l’ex primo ministro britannico Boris Johnson e l’ex direttore della CIA David Petraeus (con Barack Obama dal 20011 al 2013), si trovavano in una stazione dell’Ucraina occidentale «poco prima» che la Russia colpisse un treno nella zona; lo ha reso noto oggi l’operatore ferroviario ucraino.
La mossa russa pare essere un avvertimento, in quanto l’ex leader inglese, durante le trattative di pace a Istambul nel 2022, espresse forte scetticismo sulla buona fede di Putin, rassicurando Zelensky sul fatto che l’Occidente avrebbe sostenuto militarmente l’Ucraina se avesse deciso di resistere, invece di accettare le condizioni di Mosca.
«Poco prima che la locomotiva venisse colpita al confine tra Ucraina e Polonia, un treno diplomatico si trovava nella stazione di Yagodyn», ha affermato Ukrzaliznytsia in un comunicato. «A bordo vi erano, tra gli altri, consulenti per la sicurezza di diversi Stati membri dell’UE ed ex leader europei, tra cui l’ex primo ministro britannico Boris Johnson.
Mentre su un altro treno, sempre presente alla stazione di Yagodyn proprio nel momento dell’attacco, si trovava l’ex direttore della CIA David Petraeus», ha aggiunto la società dei trasporti ucraini.
Il treno con a bordo i diplomatici europei, che viaggiava dall’Ucraina verso la Polonia, era partito appena prima di quello colpito da un drone russo al confine polacco, ed è stato fermato ma non evacuato, spiegano invece fonti italiane interpellate al riguardo.
C’è stato un iniziale allarme evacuazione ma i passeggeri, compresi i consiglieri NSA, hanno potuto rimanere bordo e il convoglio è ripartito una volta cessato l’allarme droni.
Il tema all’ordine del giorno è sempre più chiaro. Gli inglesi vogliono continuare la guerra in Ucraina, mentre gli USA vogliono chiuderla.
Gli inglesi, con i francesi e l’UE a conduzione tedesca vogliono tenere aperto il conflitto per sfiancare la Russia, nella speranza di far saltare Putin, mettendo a rischio la tenuta del Vecchio Continente (vedi il fallimento ormai evidente della Germania), mentre gli USA vogliono trattare con la Russia, anche per toglierla dall’abbraccio troppo stretto con la Cina.
Gli inglesi non demordono e Trump li colpisce nel loro punto più debole.
Nel numero 7 di Domino, Dario Fabbri scrive: “Gemmazione diretta della protervia anglosassone e dello spavento causato dal precedente referendum scozzese, la Brexit intendeva riportare sotto il calcagno inglese le provincie celtiche (home countries) che (forse) anelano l’indipendenza. Estinto l’impero, si voleva salvare il regno privando Edimburgo e i cattolici di Belfast del «paravento europeista», utile per ignorare i comandi di Londra”.
“La Global Britain – aggiunge Fabbri – è malamente fallita anche per lo sfilarsi degli americani, mai davvero convinti della special relationship, né dell’anglosfera”.
Gli inglesi, secondo il direttore di Domino, “non capiscono quale posto occupare nel mondo” e “circondati da isolani di pura matrice celtica, hanno mutato identità sottraendola agli altri, dunque a sé stessi”.
Profezia di Fabbri: “Il Regno Unito resterà sulle mappe finché gli inglesi sapranno imporsi sui celti. Quindi scomparirà”.
Gli inglesi, mai dimenticarlo, sono tedeschi, Angli e Sassoni.
La dinastia Hannover, quella che ha sostituito gli scozzesi Stuart, trae le sue origini storiche dal Nord della Germania (la regione della Bassa Sassonia) ed è un ramo cadetto dell’antichissima casata dei Guelfi (Welfen).
In virtù dell’Act of Settlement (1701), approvato dal Parlamento inglese per garantire una successione protestante al trono, Giorgio I (figlio di Ernesto Augusto e di Sofia del Palatinato) divenne Re di Gran Bretagna.
Gli Hannover regnarono sul Regno Unito dal 1714 al 1901 (con sovrani celebri come Giorgio III e la Regina Vittoria). Con la morte della Regina Vittoria nel 1901, il trono britannico passò al figlio Edoardo VII, dando inizio al ramo dei Sassonia-Coburgo-Gotha (poi rinominati Windsor).
Il confronto tra popolazioni celtiche e dominatori tedeschi è antico e come tutte le ferite antiche non finisce mai.
La Global Britain è a pezzi
Oggi la Global Britain è a pezzi e Trump, di madre scozzese, affonda il coltello nella pancia molle di Londra, suscitando l’immediata risposta delle popolazioni celtiche.
I rappresentanti e i First Minister dei partiti indipendentisti al governo in Scozia, Galles e Irlanda del Nord si sono incontrati a Cardiff ieri, lunedì 14 settembre 2026.
Il vertice si è tenuto presso lo St David’s Hotel e ha visto la partecipazione del primo ministro scozzese John Swinney (SNP), del primo ministro gallese Rhun ap Iorwerth (Plaid Cymru), della First Minister nordirlandese Michelle O’Neill (Sinn Féin) e della presidente del Sinn Féin Mary Lou McDonald.
Al centro del summit la firma di una dichiarazione congiunta sul diritto all’autodeterminazione e sulla richiesta a Londra di poter indire referendum d’indipendenza e di riunificazione.
Dai comunicati e dalle dichiarazioni rese dai leader a margine del vertice allo St David’s Hotel, sono emersi i punti chiave che costituiscono l’ossatura della posizione comune.
Diritto all’autodeterminazione: il principio secondo cui il futuro politico di Scozia, Galles e Irlanda del Nord debba spettare esclusivamente alle rispettive popolazioni, senza veti da parte del governo centrale di Londra.
Referendum costituzionali: la richiesta di stabilire percorsi chiari e legali per l’indizione di nuovi referendum sull’indipendenza (per Scozia e Galles) e sul Border Poll per la riunificazione irlandese (in conformità con l’Accordo del Venerdì Santo).
Cooperazione inter-nazionale: l’impegno a creare un asse di coordinamento permanente tra SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin per far valere il peso delle “nazioni celtiche” sia nel dibattito politico britannico che a livello europeo.
Per la prima volta, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono guidati da partiti che sostengono una trasformazione costituzionale o l’uscita dal Regno Unito.
Il punto centrale dell’accordo che i leader intendono sottoscrivere è chiedere a Westminster di “preparare, pianificare e facilitare” il cambiamento costituzionale in Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
C’è, però, una distinzione importante: Swinney, ap Iorwerth e O’Neill partecipano formalmente come leader di SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin, non come se i tre governi devoluti stessero stipulando un trattato intergovernativo.
Non siamo ancora davanti alla “dissoluzione del Regno Unito”, ma davanti alla costruzione di un fronte politico coordinato per rendere la questione costituzionale centrale.
Torniamo all’intervento di Trump, che cambia parecchio il contesto
La coincidenza temporale è notevole. Il 12 settembre, come detto, Donald Trump ha detto pubblicamente di voler vedere un’Irlanda unita, sostenendo che la riunificazione sarebbe comunque avvenuta prima o poi e che “tanto vale” farla adesso.
Il 13 settembre Trump ha poi rincarato la posizione, definendo l’unificazione una cosa sostanzialmente naturale e dicendo invece che avrebbe rinviato a un altro momento il tema dell’indipendenza scozzese.
Il presidente degli Stati Uniti ha introdotto una potente variabile esterna proprio mentre i tre movimenti nazionalisti delle isole britanniche stanno cercando di coordinarsi.
Si tratta evidentemente di una pressione strategica americana sul Regno Unito e di crescente divergenza tra Washington e Londra.
La questione irlandese è soltanto un elemento. Sullo sfondo ci sono: guerra in Ucraina; rapporto USA – Russia; sicurezza del Baltico e del Nord Atlantico; infrastrutture sottomarine; Groenlandia e Artico; futuro della NATO; rapporti energetici; ruolo britannico nel nuovo equilibrio europeo; rapporto fra Londra, Washington e Bruxelles.
Il dossier britannico non può essere separato dal riposizionamento dell’Europa settentrionale.
L’Artico è probabilmente uno dei pezzi più importanti del puzzle
L’Artico è diventato un teatro di competizione militare e strategica con la Russia. Inoltre, nelle ultime settimane sono emerse anche questioni relative a cavi sottomarini e possibili attività russe nell’area artica/Svalbard, che coinvolgono direttamente Norvegia, Regno Unito e NATO.
Questo porta direttamente al Baltico e al Nord Atlantico, con un insieme inseparabile di fattori quali: Artico, Mare di Norvegia, Atlantico settentrionale, Scozia, infrastrutture britanniche.
Un insieme che costituisce un unico spazio strategico molto più di quanto suggerisca la tradizionale separazione dei dossier.
La domanda strategica potrebbe essere: che cosa succederebbe all’architettura di sicurezza del Nord Europa se il Regno Unito entrasse in una fase di disgregazione costituzionale proprio mentre Russia, NATO, USA e Paesi nordici stanno ridefinendo gli equilibri nell’Artico e nel Baltico?
La Scozia, in questo quadro, occupa una posizione geografica eccezionale per: Atlantico settentrionale; GIUK Gap (varco strategico navale nell’Oceano Atlantico settentrionale il cui nome è l’acronimo delle masse terrestri che lo delimitano, ossia: Greenland, Iceland e United Kingdom); basi e infrastrutture navali; sorveglianza dei movimenti russi; deterrenza nucleare britannica; collegamento strategico con Norvegia e Islanda; rotte artiche.
Per questo l’eventuale disgregazione del Regno Unito non sarebbe soltanto una questione costituzionale interna. Avrebbe conseguenze per la postura militare occidentale nel Nord Atlantico.
La sequenza degli eventi è difficile da ignorare:

L’intervento di Trump arriva in un momento nel quale l’architettura costituzionale britannica e quella di sicurezza euro-atlantica sono entrambe sotto pressione.
Il vertice di Cardiff è meno importante come “vertice separatista” in sé e molto più importante come sintomo di una possibile crisi simultanea del vecchio ordine britannico e del vecchio ordine euro-atlantico.
Costituzione britannica, Ucraina, Baltico, Artico e Atlantico settentrionale non sono dossier separati: dal punto di vista militare e infrastrutturale formano un unico arco strategico.
La Scozia rappresenta una variabile militare strategica

L’Irlanda del Nord dispone di un meccanismo costituzionale particolare derivante dal Good Friday Agreement.
La questione posta da Trump non può essere risolta unilateralmente né da Londra né da Dublino: il principio fondamentale è il consenso democratico degli abitanti dell’Irlanda del Nord, con il meccanismo del referendum previsto dall’accordo.
Trump non può evidentemente “concedere” l’Irlanda unita, ma può fare qualcosa di molto più importante: spostare il confine di ciò che è politicamente dicibile.
La Scozia non è soltanto una questione di territorio; è uno dei cardini della postura militare britannica nel Nord Atlantico.
Il problema centrale è Faslane/Clyde, sede della componente britannica della deterrenza nucleare, mentre l’intera architettura della deterrenza UK è integrata nella NATO.
Il governo britannico considera la propria capacità nucleare un elemento fondamentale della sicurezza nazionale e dell’Alleanza.
In caso di indipendenza scozzese emergerebbe quindi una domanda gigantesca: dove finisce la deterrenza nucleare britannica?
L’attuale posizione del governo scozzese è contraria alla presenza di armi nucleari in una Scozia indipendente.
Questo significa che una crisi costituzionale scozzese avrebbe immediatamente una dimensione NATO.
Qui arriviamo al cuore della mappa.
Il GIUK Gap – Greenland-Iceland-United Kingdom è il grande corridoio marittimo fra Groenlandia, Islanda e Regno Unito che collega l’area artica al Nord Atlantico ed è fondamentale per il controllo dei movimenti navali e soprattutto sottomarini russi verso l’Atlantico.

Corridoio GIUK Gap

Una Scozia indipendente non sarebbe semplicemente un nuovo Stato europeo. Sarebbe uno Stato collocato su uno dei punti geografici più importanti dell’architettura antisommergibile occidentale.
Ed è questo il motivo per cui il dossier scozzese interessa molto più ai militari di quanto possa apparire nella politica interna.
La questione dell’Artico e del Grande Nord
La NATO considera ormai Artico e High North un’area centrale della propria sicurezza. Nel febbraio 2026 ha lanciato Arctic Sentry, mentre la Finlandia e la Svezia hanno rafforzato enormemente la postura nordica dell’Alleanza.
Il Regno Unito sta aumentando la propria presenza: più truppe in Norvegia; attività navali; sorveglianza; operazioni antisommergibile; protezione delle infrastrutture; integrazione con NATO e JEF.
Londra ha programmato di portare le proprie truppe in Norvegia da circa 1.000 a 2.000 nell’arco di tre anni e nel 2026 ha previsto importanti attività JEF nell’High North.
Il documento strategico britannico definisce inoltre la minaccia russa come immediata e sottolinea la crescente importanza della guerra subacquea.
A settembre 2026 Reuters ha riferito che Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia hanno intercettato nel 2026 un’attività russa vicino a Svalbard legata all’addestramento per danneggiare infrastrutture sottomarine.
L’operazione coinvolgeva il GUGI russo, l’organizzazione specializzata nelle attività subacquee profonde.
L’infrastruttura sottomarina è ormai considerata un vero teatro di competizione strategica.
E non riguarda soltanto Internet, ma comprende: cavi dati; cavi energetici; condotte; sensori; infrastrutture offshore; collegamenti militari; sistemi satellitari collegati a stazioni terrestri.
Quindi Svalbard, Norvegia, Islanda, Scozia, Atlantico, Nord America è un’unica catena infrastrutturale.
Parallelamente, sul lato orientale della stessa architettura abbiamo: Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e la Gran Bretagna è direttamente inserita in questo sistema.
Il Regno Unito guida il Joint Expeditionary Force (JEF), che comprende Regno Unito, Danimarca, Estonia, Finlandia, Islanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia.
Nel marzo 2026 i Paesi JEF hanno esplicitamente definito Artico, High North, Nord Atlantico e Baltico come un’unica area geostrategica interconnessa.
Questa è probabilmente la chiave interpretativa più importante dell’intera vicenda.
Londra non è un osservatore. Nel luglio 2026 ha concordato con l’Estonia un nuovo piano di cooperazione militare che prevede l’aumento della presenza britannica nel Paese fino a circa 1.200 uomini e il rafforzamento della capacità contro una possibile aggressione russa.
Il Regno Unito partecipa inoltre alla protezione delle infrastrutture sottomarine attraverso JEF/Nordic Warden e NATO/Baltic Sentry.
Quindi il Regno Unito è simultaneamente: Nord Atlantico, Artico, Baltico, Polonia e Ucraina.
Siamo arrivati al nodo dell’Ucraina
La strategia britannica vede la guerra in Ucraina non come un conflitto periferico, ma come parte della sicurezza europea complessiva. Il governo britannico ha confermato un impegno di circa 3 miliardi di sterline l’anno di assistenza militare all’Ucraina e sostiene garanzie di sicurezza per Kiev. La JEF ha inoltre formalizzato un rafforzamento della cooperazione con l’Ucraina.
Per Londra la catena è Ucraina, Russia, Baltico, High North, Atlantico e per questo il Regno Unito considera la Russia una minaccia anche quando l’azione russa avviene lontano dalle coste britanniche.
Trump, ossia gli USA, stanno andando in una direzione diversa.
Da un lato USA, UK, Norvegia e NATO cooperano concretamente contro la minaccia russa nel Nord Atlantico e nell’Artico. Dall’altro, Trump sta esercitando pressioni sul Regno Unito su diversi dossier.
Nel settembre 2026: ha sostenuto l’unità irlandese; ha messo in discussione la posizione britannica sulle Falkland; ha mostrato divergenze con Londra sulla guerra in Ucraina; ha criticato il contributo degli alleati alla sicurezza transatlantica.
Contemporaneamente, i Paesi europei stanno aumentando la propria capacità di difesa proprio perché vogliono essere meno vulnerabili a eventuali riduzioni o cambiamenti dell’impegno americano.
Un documento britannico di luglio 2026 parla esplicitamente di un maggiore ruolo europeo nella NATO.
Quindi lo scontro è anche USA che chiede maggiore allineamento agli interessi americani contro Europa che cerca maggiore capacità autonoma senza rompere la NATO. Il Regno Unito è esattamente nel mezzo.
La Russia ha interesse a sfruttare tutte le vulnerabilità dell’architettura occidentale, non necessariamente attraverso un attacco convenzionale.
La minaccia, secondo gli inglesi e l’Unione Europea, comprende: guerra convenzionale; cyberattacchi; sabotaggio; intelligence; guerra elettronica; droni; disinformazione; shadow fleet; infrastrutture sottomarine.
La stessa strategia britannica parla esplicitamente di attività russe sotto la soglia della guerra aperta e di minacce all’infrastruttura critica.
Il concetto storico di Arctic Nine
Esiste il concetto storico di “Arctic Nine”: gli otto Stati artici sono Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti; in alcuni studi si è ipotizzato un “nono” Stato artico nel caso di un’eventuale indipendenza della Groenlandia.
Non a caso la questione groenlandese è diventata uno dei grandi punti di frizione fra Trump, Danimarca e alleati europei.
E qui ritorna il tema della frammentazione territoriale con Groenlandia e Danimarca, Scozia e Regno Unito, Irlanda del Nord e Regno Unito.
Che cosa succederebbe all’architettura di sicurezza euro-atlantica se il territorio che collega Artico, Nord Atlantico e Baltico entrasse in una crisi costituzionale?
La divergenza strategica tra USA e UK riguardo alla Russia
Gli Stati Uniti stanno cercando, soprattutto nella componente trumpiana della politica estera, di separare il problema russo da quello cinese. Il Regno Unito, invece, ha interesse a mantenere la Russia come minaccia strutturale europea, perché una Russia permanentemente ostile rafforza il ruolo britannico nell’alleanza atlantica e impedisce una ricomposizione USA – Russia che marginalizzerebbe Londra.
Non significa che Londra “voglia” necessariamente una Russia subordinata alla Cina, ma la prosecuzione del conflitto produce esattamente questo risultato e il Regno Unito sembra molto più disposto degli Stati Uniti a sostenerne i costi.
Per Washington la gerarchia strategica è sempre più Cina, Indo-Pacifico, Taiwan, superiorità tecnologica e industriale. La Russia è pericolosa, ma non rappresenta più lo stesso tipo di minaccia sistemica che rappresentava l’URSS.
Una Russia economicamente isolata, militarmente impegnata in Ucraina, dipendente dalla Cina, integrata nei BRICS, collegata a Iran e Corea del Nord è un problema perché trasforma la Cina da potenza regionale in centro di un blocco eurasiatico.
Il ragionamento americano potrebbe essere: non possiamo affrontare contemporaneamente Cina, Russia, Iran e Corea del Nord come un sistema coordinato. Dobbiamo almeno neutralizzare o separare Mosca.
Questo è precisamente il senso delle aperture di Trump verso Putin.
Londra ha una gerarchia diversa: Russia ostile, minaccia europea, dipendenza europea dagli USA, centralità britannica nella sicurezza europea.
Il Regno Unito non dispone più della potenza economica per essere una superpotenza autonoma, ma conserva: intelligence; forze speciali; capacità nucleare; marina; reti NATO; industria militare; influenza diplomatica sull’Europa orientale.
Una pace USA – Russia potrebbe quindi essere strategicamente scomoda per Londra.
Il documento CSIS (Center for Strategic and International Studies) del giugno 2026 è significativo, in quanto descrive la necessità americana di prepararsi a una strategia su due fronti, Cina e Russia, ma assegna priorità all’Indo-Pacifico e considera l’Europa il secondo teatro.
Questo implica che Washington vorrebbe evitare di consumare indefinitamente risorse nel teatro europeo.
Il paradosso: la guerra che doveva indebolire Mosca l’ha avvicinata a Pechino
La sequenza è: Maidan, guerra nel Donbass, Crimea, sanzioni, rottura energetica Russia–Europa, guerra del 2022, isolamento russo, dipendenza economica e tecnologica dalla Cina.
Il risultato strategico è stato la trasformazione della Russia da possibile partner europeo in componente del sistema continentale cinese.
La Cina è diventata: principale mercato energetico russo; principale canale per componentistica e tecnologia; partner finanziario; partner diplomatico; sbocco commerciale alternativo; interlocutore militare e strategico.
La Commissione USA – China Economic and Security Review segnala che nel 2026 oltre il 90% delle importazioni russe di tecnologie sanzionate potenzialmente utilizzabili nella produzione bellica passerebbe dalla Cina, secondo dati riportati da Bloomberg.
Quindi la guerra ha prodotto l’effetto opposto a quello che una strategia americana anti-cinese razionale dovrebbe desiderare: ha ridotto la distanza strategica tra Mosca e Pechino.
Londra però può considerare questo risultato accettabile o persino utile, in quanto una Russia integrata nel blocco cinese produce alcuni vantaggi indiretti per Londra.
Primo vantaggio: mantiene l’Europa in stato di mobilitazione
Una Russia riconciliata con Washington e parzialmente con l’Europa significherebbe: riduzione della minaccia percepita; minore necessità di riarmo; possibile riapertura energetica; ritorno della Germania come potenza economica autonoma; riduzione della centralità britannica.
Una Russia ostile mantiene invece: NATO, riarmo, intelligence, cooperazione militare, centralità britannica.
Secondo Vantaggio: impedisce una ricomposizione continentale
Il vero incubo geopolitico britannico storico non è semplicemente la Russia, ma una possibile integrazione tra Germania, tecnologia europea, energia russa, mercato cinese.
È la vecchia questione dell’equilibrio eurasiatico.Una distensione russo-americana potrebbe riaprire anche la possibilità, nel medio periodo, di una distensione russo-tedesca.
Terzo vantaggio: Londra guardiano d’Europa
Se gli Stati Uniti decidessero di ridurre il coinvolgimento europeo per concentrarsi sulla Cina, Londra potrebbe presentarsi come il principale alleato capace di contenere la Russia in Europa, mantenendo un valore strategico superiore al proprio peso economico. Inoltre trasformerebbe l’Europa in cliente militare
La guerra ha creato una gigantesca domanda europea di: missili; droni; difesa aerea; munizioni; intelligence; sistemi navali; deterrenza nucleare; infrastrutture NATO.
Il Regno Unito è ben posizionato per beneficiare di questo ciclo. La dichiarazione UK–Ucraina del marzo 2026 punta esplicitamente a una collaborazione industriale e militare più profonda, inclusa la produzione di sistemi d’arma.
Londra gioca in casa di Trump e Trump risponde alimentando la disgregazione dell’UK
Negli Stati Uniti convivono almeno tre orientamenti. I trumpiani e i realisti anti-cinesi vogliono chiudere la guerra; vogliono recuperare rapporti con Mosca; considerano la Cina il nemico principale; vogliono liberare risorse militari e diplomatiche per l’Asia.
L’apparato neoconservatore e parte del Congresso considera la Russia ancora una minaccia globale; vuole mantenere pressione su Mosca; vede la Russia e la Cina come sistema coordinato; sostiene sanzioni anche contro i Paesi che aiutano Mosca.
Il disegno di legge americano sulle sanzioni alla Russia, sostenuto da un’ampia maggioranza senatoriale, prevedeva anche forti tariffe contro Paesi come la Cina e l’India che acquistano energia russa.
L’apparato militare-industriale può avere interesse alla prosecuzione della competizione su entrambi i fronti, perché: giustifica bilanci elevati; accelera il riarmo; sostiene la produzione bellica; mantiene la NATO indispensabile.
Il problema è che questi tre orientamenti non coincidono e il Regno Unito funziona da “moltiplicatore” della linea anti-russa.
Washington potrebbe voler chiudere il conflitto per affrontare la Cina.
Londra potrebbe voler prolungare il conflitto proprio perché la Russia rimanga un problema permanente per l’Europa.
Il rischio per Washington è che se la guerra continua troppo a lungo, la Russia non sarà più separabile dalla Cina, perché la sua economia, tecnologia, finanza e sicurezza saranno strutturalmente cinesi.
Il conflitto ucraino è diventato, pertanto, il punto di frizione tra due concezioni dell’ordine occidentale: quella americana, che tende a considerare la Cina il principale avversario e quindi valuta una possibile ricomposizione con Mosca, e quella britannica, che considera la Russia ostile il principale strumento per mantenere l’Europa dipendente dalla sicurezza anglo-americana.
Oppure, in forma ancora più netta, gli Stati Uniti vogliono impedire che Russia e Cina diventino un unico sistema strategico; il Regno Unito, prolungando il confronto russo-occidentale, contribuisce oggettivamente a renderle sempre più inseparabili.
La parola decisiva è “oggettivamente”: non è necessario dimostrare che Londra abbia come obiettivo dichiarato “spingere la Russia verso Pechino”.
È sufficiente osservare che la strategia britannica produce questo risultato e che tale risultato è compatibile con il mantenimento della centralità britannica in Europa.
Ne consegue che la guerra ucraina è probabilmente uno dei principali luoghi nei quali si manifesta la divergenza strategica tra Washington e Londra.
Non ancora una rottura dell’alleanza anglo-americana, ma una divergenza sugli interessi finali: gli USA possono avere interesse a chiudere il teatro russo; il Regno Unito può avere interesse a mantenerlo aperto.





