Home Politica estera Hormuz non è più soltanto uno Stretto

Hormuz non è più soltanto uno Stretto

0
Hormuz non è più soltanto uno Stretto

La nuova geografia energetica del Golfo

La vera notizia che arriva in queste ore dal Golfo Persico non è un nuovo “patto” tra Iran ed Emirati.

È che, mentre lo Stretto di Hormuz è sotto pressione e le vie alternative verso il Mar Rosso diventano sempre più vulnerabili, gli Stati del Golfo stanno iniziando a parlare direttamente con Teheran.

L’incontro di Nuova Delhi tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il principe ereditario di Abu Dhabi Khaled bin Mohamed bin Zayed ha un significato molto più grande di quello suggerito momentaneamente dai titoli.

Pezeshkian ha parlato di una “buona conversazione” e della possibilità di mettere il passato alle spalle e costruire insieme il futuro.

Ma non siamo, almeno per ora, davanti a un nuovo accordo Iran – Emirati su Hormuz. Siamo davanti a qualcosa di più fluido e, proprio per questo, forse più interessante, la ricerca di un nuovo equilibrio regionale.

Per capire che cosa sta realmente accadendo bisogna cercare di fare un’analisi contemporaneamente a tre punti della mappa.

Il primo è Hormuz.

L’Iran non sembra voler semplicemente tornare alla situazione precedente. Attraverso l’Oman è stata discussa una proposta per organizzare il traffico nello Stretto, ma il previsto incontro tra Iran e Stati del Golfo è stato rinviato per mancanza di consenso.

La questione, quindi, non è più soltanto riaprire Hormuz ma è stabilire secondo quali regole e con quale ruolo iraniano potrà tornare a funzionare.

Il secondo punto è l’Arabia Saudita.

La East-West Pipeline, la grande infrastruttura che permette a Riyadh di trasferire il greggio verso Yanbu, sul Mar Rosso, evitando Hormuz, è stata temporaneamente chiusa dopo un attacco con droni provenienti dal territorio iracheno.

È una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui l’Arabia Saudita può cercare di sottrarsi alla dipendenza dallo Stretto.

Il terzo punto è Bab el-Mandeb.

Gli Houthi, con me abbiamo scritto due giorni fa su Nuovo Giornale Nazionale, hanno raggiunto l’isola di Perim e la località di Dhubab, affacciate sullo stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden.

Il controllo di questi punti rafforza la loro posizione su una delle rotte marittime più importanti del mondo.

A questo punto le tre vicende smettono di essere notizie separate: Hormuz, la East-West Pipeline saudita, Bab el-Mandeb sono tre punti diversi della stessa infrastruttura energetica.

E il fatto strategicamente nuovo è che tutti e tre sono contemporaneamente sotto pressione.

È qui che l’incontro tra Iran ed Emirati assume un significato molto più grande di quello suggerito dalla formula diplomatica utilizzata da Pezeshkian.

Gli Emirati hanno bisogno di Hormuz, ma hanno anche un interesse vitale a ridurre la propria dipendenza dallo Stretto.

Abu Dhabi ha investito da tempo nella capacità di esportazione attraverso Fujairah, sul Golfo di Oman, proprio per disporre di una via alternativa.

Ma quando anche le alternative diventano vulnerabili, la questione non è più soltanto infrastrutturale ma anche politica.

Gli Stati del Golfo non hanno necessariamente iniziato a fidarsi dell’Iran, potrebbero semplicemente essere costretti a parlarci e questa è una differenza enorme.

Quando la sicurezza energetica di un Paese dipende dalla possibilità di attraversare uno spazio che un altro attore regionale è in grado di condizionare, la diplomazia non nasce necessariamente dalla fiducia. Ma dalla necessità.

È esattamente ciò che rende interessante il momento attuale.

Per anni la strategia energetica del Golfo ha seguito una logica relativamente semplice, se Hormuz diventa vulnerabile, si costruiscono alternative.

Oleodotti, porti, rotte attraverso il Mar Rosso, terminali sul Golfo di Oman, infrastrutture capaci di separare il destino delle esportazioni dalla volontà iraniana.

Ma cosa succede quando anche queste alternative cominciano a essere vulnerabili?

Succede che il problema non è più trovare una via d’uscita da Hormuz.
Il problema diventa governare l’intero sistema delle vie d’uscita.

Ed è qui che la geografia energetica del Golfo potrebbe essere entrata in una fase ancora più nuova.

Manca ancora un ordine regionale, quindi sarebbe prematuro parlare di un asse Iran – Emirati. Ma abbiamo una convergenza di interessi che sta costringendo attori profondamente diversi a ricalcolare le proprie posizioni.

L’Iran vuole trasformare la propria centralità geografica in leva politica.

Gli Emirati hanno bisogno di mantenere aperte le proprie possibilità commerciali ed energetiche.

L’Arabia Saudita ha bisogno di mantenere operative le proprie vie di esportazione alternative.

L’Oman cerca da anni di esercitare il ruolo di mediatore e di piattaforma diplomatica.

E gli Stati Uniti devono confrontarsi con una realtà nella quale la protezione militare delle rotte non basta più se contemporaneamente cambiano le infrastrutture, gli equilibri politici e il controllo dei territori che alimentano quelle rotte.

Adesso guarderei con molta attenzione alle prossime mosse tra Iran, Emirati e Oman, potrebbe essere in corso una negoziazione, ancora informale e tutt’altro che conclusa, delle regole della nuova geografia energetica del Golfo, e vedere se la situazione che consideravamo la normalità esista ancora.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui