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“Per la Meloni serve una ordinanza restrittiva”. Povero Trump

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Il presidente USA, che ha costruito tutto sull’idea di essere temuto, non fa più paura

“Per la Meloni serve una ordinanza restrittiva”. Povero Trump. Soffre d’insonnia e si sfoga sull’unico social che gli è rimasto: il suo.

Perché bisogna ricordarlo: il presidente più potente del mondo è stato cacciato da Twitter, da Facebook, da Instagram, da YouTube. Buttato fuori da ogni bar del quartiere digitale e poi riammesso obtorto collo.

E, allora, si è costruito il suo, Truth Social, che dovrebbe significare “verità” e che a Washington chiamano ormai “UnTruth”, la non-verità. Una piattaforma che perde soldi come un rubinetto rotto e dove parla sostanzialmente da solo.

È lì che si alza dal letto alle undici di sera, insonne e preda delle sue ossessioni, e posta meme su Giorgia Meloni.

Come il fidanzato piantato in asso che non si dà pace e scende a rigare la macchina alla ex. Donaldino non ha le chiavi. Ha il telefono. E non è la prima volta che Giorgia ha turbato le sue notti.

Per farle dispetto, a giugno, dopo il G7 di Évian, era andato a raccontare a un giornalista di La7 che Meloni lo aveva “supplicato” per una foto insieme. Supplicato. E che lui aveva accettato solo perché “gli faceva pena”.

La volpe che non arriva all’uva. Comprensibile che una donna che sprizza vitalità, possa far scattare un amore senile, in un poveretto che ha sposato una statua di sale. Bellissima quanto si vuole, ma con lui più fredda di un lastrone di ghiaccio.

È una affermazione senza senso? Giudicate voi. L’anno prima, a un vertice di pace in Egitto, l’aveva fissata concupito davanti alle telecamere di mezzo mondo, mormorando “che bella giovane donna”.

Dopo la prima bordata Meloni, gli ha risposto una volta sola: “Io e l’Italia non imploriamo mai.” Poi silenzio.

E quel silenzio è la cosa che lo tormenta di più, perché il tipo che riga le macchine vuole la scena. Vuole le urla, il pianto, la polizia.

Vuole che lei scenda in strada e gli dia la soddisfazione di esistere nel suo dramma. Meloni non scende. Governa.

Prepara l’agenda per Ankara. Riceve alleati. E lui resta solo nel garage con la chiave in mano e nessuno che lo guardi.

Lo stesso giorno del meme notturno, Trump aveva telefonato al presidente della FIFA per far revocare un cartellino rosso a un calciatore americano ai Mondiali.

La FIFA ha obbedito. Non ha cancellato il rosso, ha fatto ciò che contava davvero: ha sospeso la squalifica e lo ha rimesso in campo. Non succedeva dal 1962.

Sessantaquattro anni di regole spazzati via perché il presidente degli Stati Uniti non accettava che un arbitro fischiasse un fallo. Il capriccio infantile di un bambino prepotente.

Qualche giorno prima si era fatto riprendere in un video autoprodotto con l’intelligenza artificiale: lui in camice bianco e stetoscopio. Il dottor Trump. Guarisce il mondo.

Meme di notte. Cartellini rossi revocati. Video in costume da dottore. Dichiarazioni su premier che lo “perseguitano”.

Mettiamo in fila questa sequenza e facciamo una domanda semplice: se un nostro vicino di casa facesse le stesse cose, chiameremmo i servizi sociali o lo eleggeremmo presidente?

Mentre Donaldino postava il suo meme, la Russia bombardava Kiev con trecentocinquantuno droni e sessantotto missili. I morti e i feriti aumentavano di ora in ora.

Zelensky implorava intercettori Patriot perché i depositi degli alleati sono pieni e le città ucraine sono vuote di difese.

Il presidente più potente era impegnato a scolpire battute su una donna che non gli ha chiesto nulla e che, soprattutto, non gli ha concesso nulla. Ahi lui.

Ora c’è il vertice di Ankara. Sul tavolo ci sono il futuro della difesa europea, la guerra in Ucraina, la crisi dello Stretto di Hormuz, il destino di un’alleanza che ha settantasette anni.

I leader europei, Meloni compresa, si siederanno con la serietà che il momento esige. Trump arriverà col telefono in tasca e il pollice caldo. Scommettiamo che dirà che Giorgia fa le puzzette quando sono soli?

Non fa più paura. E per uno che ha costruito tutto sull’idea di essere temuto, questo è il danno peggiore che potesse farsi. Da solo. Di notte. Su un social che esiste solo perché nessuno lo voleva.

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