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Peccatrix Humanitas

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Peccatrix Humanitas

Senza il vincolo della Grazia, restano parole affidate proprio all’uomo instabile, superbo, corruttibile

La nuova enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas”, è un testo vasto, ordinato, persino nobile nelle intenzioni.

Parla di intelligenza artificiale, tecnica, lavoro, guerra, diritti, verità, dignità dell’uomo. Vuole impedire che la macchina divori il suo creatore. E in questo, almeno, coglie un punto reale.

Il Papa diffida del transumanesimo, teme la “sindrome di Babele”, ricorda che l’uomo non è un algoritmo e che nessuna intelligenza artificiale possiede coscienza morale. Difende la famiglia, critica il dominio tecnocratico, ammonisce contro l’uso bellico dell’IA e contro la riduzione dell’essere umano a ingranaggio produttivo. C’è perfino, qua e là, qualche salutare diffidenza verso le sinistre liturgie del progresso infinito.

Ma il problema è un altro. Ed è più antico di ogni algoritmo.
L’enciclica sembra infatti muoversi dentro una fiducia ancora troppo larga nell'”humanitas”. Magnifica, certo. Ma soltanto in potenza.

Perché in atto – da quando Adamo uscì dall’Eden – l’humanitas è soprattutto peccatrix. Come una realtà ferita, inclinata al male, capace di costruire tanto Gerusalemme quanto Babele, spesso nello stesso giorno.

E qui il discorso sociale del documento mostra il suo limite. Si invocano responsabilità politiche, etiche, economiche; si auspica un uso più giusto della tecnica; si chiede una civiltà del negoziato invece che della potenza.

Tutto condivisibile. Ma senza il vincolo della Grazia, restano parole affidate proprio a quell’uomo che la storia – e la teologia – conoscono come instabile, superbo, corruttibile.

La Chiesa ha certamente il diritto, e talvolta il dovere, di parlare del mondo. Ma il suo specifico non è organizzare il progresso sociale. Non è costruire un ordine terrestre più efficiente o persino più umano. Questo è il compito, sempre provvisorio e sempre ambiguo, della politica.

La Chiesa custodisce altro: la salvezza delle anime. Il suo specifico non è il tempo della storia. È l’eternità. Lo strumento di cui dispone non è l’alta omiletica. È la Grazia.
La Grazia non serve a rendere più funzionale la società digitale. Serve a strappare il singolo uomo dalla dannazione.

Il cristianesimo non promette il perfezionamento storico dell’umanità, ma la redenzione personale dentro una storia irrimediabilmente ferita.

Per questo, quando l’enciclica torna all’Incarnazione, al limite umano, alla debolezza trasfigurata da Cristo, il testo acquista finalmente profondità. Lì riappare il cristianesimo vero: non l’ottimismo antropologico, ma il Dio che scende nel fango dell’uomo decaduto per salvarlo.

Il resto – algoritmi, governance etica, equilibri sociali, diplomazie multilaterali – appartiene al mondo. E il mondo passa.

“Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua Giustizia”. Tutto il resto viene dopo. Forse molto dopo.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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