Gli aiuti concreti non fanno notizia
C’è una gioventù che non lavora, non studia, non combatte – ma naviga.
Naviga, si capisce, non per mestiere ma per vocazione teatrale: quella di sentirsi protagonista senza correre il rischio di diventarlo davvero.
È la gioventù della Global Sumud Flotilla 3, crociera ideologica travestita da missione umanitaria, dove il coraggio consiste nel mettersi in posa e l’eroismo nel farsi fotografare mentre si va incontro a un epilogo già scritto.
Li chiamano attivisti. Ma il termine è generoso. L’attivista, almeno in teoria, agisce; costoro, invece, inscenano. Sono i figuranti di una tragedia che non hanno capito, ma nella quale recitano con l’enfasi di chi ha imparato il copione a memoria e non sospetta nemmeno che sia falso.
Partono – come sempre – con il corredo d’ordinanza: slogan, hashtag, e quella incrollabile certezza che il mondo sia un palcoscenico costruito per accogliere la loro indignazione.
Poi, quando la realtà si permette l’impertinenza di esistere – sotto forma di una marina militare che applica norme vigenti – gridano alla pirateria, come bambini cui abbiano sottratto il giocattolo.
Peccato che il giocattolo, in questo caso, si chiami diritto internazionale. E il diritto internazionale, per quanto mal sopporti la retorica, ha una memoria più lunga degli slogan.
Il Manuale di San Remo – testo noioso, privo di pathos e quindi inviso ai nostri eroi – stabilisce che un blocco navale dichiarato può essere fatto rispettare anche in acque internazionali. Non è un’opinione: è una norma.
E finché non intervengono organi come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o la Corte Internazionale di Giustizia a dichiararne l’illegittimità, quella norma resta in piedi, con la testardaggine delle cose vere.
Ma la verità, si sa, è una materia indigesta per chi vive di rappresentazione.
Così, mentre la flottiglia veniva fermata al largo di Creta – con un tempismo che ha avuto la sgradevole eleganza di spegnere sul nascere il melodramma – i nostri giovani eroi scoprivano, con sorpresa degna di miglior causa, che il mondo non è un set cinematografico.
Israele, con una mossa tanto semplice quanto efficace, ha fatto ciò che i dilettanti non comprendono: ha tolto tempo alla narrazione. E, senza tempo, la propaganda appassisce come un fiore reciso.
Resta, tuttavia, il lato più istruttivo – e più imbarazzante – della vicenda: il denaro. Perché organizzare una flottiglia non è un passatempo da oratorio; è un’operazione costosa, dispendiosa, destinata – per sua natura – a finire “a fondo perduto”.
E, allora, la domanda, quella vera, quella che nessuno degli entusiasti naviganti osa porsi, è brutale nella sua semplicità: quanti aiuti concreti si sarebbero potuti fornire ai civili di Gaza con le stesse risorse?
La risposta è altrettanto brutale: molti.
Ma gli aiuti concreti non fanno notizia. Non producono immagini. Non alimentano carriere morali. Sono silenziosi, efficaci e – soprattutto – privi di quell’aura eroica che seduce i nullafacenti figli di papà, i quali preferiscono gettare milioni in mare pur di guadagnarsi un titolo sui giornali.
E mentre questi novelli Argonauti giocano alla rivoluzione nautica, altrove accade ciò che davvero dovrebbe inquietare: a Londra, due ebrei vengono uccisi, come negli anni Trenta, e il silenzio cala – compatto, disciplinato – su un’Europa che ha perso la memoria insieme alla dignità.
Ma di questo, naturalmente, nessuna flottiglia si occuperà. Non c’è palcoscenico. Non c’è scenografia. Non c’è, soprattutto, la possibilità di sentirsi eroi senza pagarne il prezzo.
E, allora, continuino pure a navigare, questi professionisti dell’indignazione. Il mare è vasto e accoglie senza protestare anche le illusioni più ingombranti. Purché non si pretenda di chiamarle realtà.





