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Tra Washington e Bruxelles l’Italia non è più una leva strategica

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Washington, Bruxelles Italia

Una nuova transizione

Amo molto di più la geopolitica, la sua ampiezza, la sua capacità di leggere il mondo nella sua interezza, piuttosto che la politica interna italiana.

Ma ci sono momenti in cui ciò che accade dentro un Paese non può essere trattato come semplice cronaca nazionale. Ci sono momenti in cui diventa necessario applicare una visione strategica, perché ciò che sembra interno è in realtà già proiettato all’esterno.

In geopolitica non esistono eventi isolati. Esistono segnali. E il compito dell’analisi non è raccontare cosa accade, ma capire cosa cambia quando accade.

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni  non è semplicemente l’esito di un referendum, né una sequenza di dimissioni che seguono una sconfitta politica.

È qualcosa di più profondo, una variazione nella percezione della forza. E quando cambia la percezione della forza, cambia la posizione di un Paese dentro gli equilibri internazionali.

Il referendum sulla giustizia non è stato letto, né in Italia né all’estero, come un passaggio tecnico. È stato interpretato come un test di leadership, non riguardava soltanto una riforma, ma la capacità del governo di imporre una direzione.

E la sua sconfitta non ha semplicemente bloccato un intervento normativo, per di più  auspicabile da decenni, ma ha incrinato un’immagine, quella del controllo.

In politica interna questo significa apertura di una fase più instabile, in politica internazionale significa qualcosa di ancora più rilevante, la riduzione del valore strategico. Perché nel sistema delle relazioni internazionali il potere non è mai solo sostanza, è sempre anche rappresentazione.

Un leader è forte non solo quando governa, ma quando appare in grado di governare senza ostacoli, questa percezione consente di negoziare, di influenzare, di essere utilizzato come leva dentro scenari più ampi. Nel momento in cui questa percezione si incrina, anche la funzione di quel leader cambia. È qui che il piano interno e quello geopolitico si sovrappongono.

La crisi iraniana, che sta ridisegnando gli equilibri tra Stati Uniti ed Europa, non è un contesto neutro ma un acceleratore.

Da una parte c’è una postura americana sempre più assertiva, meno vincolata al multilateralismo e più orientata all’azione diretta.

Dall’altra c’è un’Europa che, pur con tutte le sue fragilità, si muove su una linea di contenimento, prudenza e gestione del rischio. Francia e Germania hanno scelto chiaramente questa traiettoria. E l’Italia, sotto la guida di Giorgia Meloni, si è collocata su quella stessa linea.

Questa scelta, che in condizioni normali sarebbe stata letta come pragmatismo, in questa fase assume un altro significato. Perché interviene mentre la leadership interna mostra una crepa, quindi viene interpretata non solo come opzione strategica, ma come necessità.

Fino a poco tempo fa Meloni rappresentava, agli occhi di una parte della destra americana, qualcosa di diverso, una possibile anomalia europea. Una leader capace di scartare rispetto all’asse franco-tedesco, di costruire una traiettoria autonoma, di fungere da punto di contatto tra Washington e un’Europa meno allineata. Non necessariamente una rottura, ma una leva. Un punto di pressione dentro il sistema europeo. Oggi quella funzione si ridimensiona.

Non perché sia stata formalmente abbandonata, ma perché le condizioni che la rendevano possibile si sono indebolite. Governare un Paese come l’Italia significa operare dentro vincoli strutturali: economici, istituzionali, finanziari.

In una fase di crisi internazionale, questi vincoli diventano ancora più stringenti. E quando a questi si aggiunge una perdita di forza interna, lo spazio per traiettorie autonome si restringe ulteriormente.

È questo il passaggio chiave, la combinazione tra indebolimento interno e riallineamento europeo produce un cambiamento di ruolo. Questo è il punto questo sul quale si ridefinisce lo sguardo americano.

L’America, e in particolare l’area politica legata a Donald Trump, non ragiona in termini di alleanze stabili, ma di utilità strategica. Un leader è rilevante se è in grado di produrre effetti, di spostare equilibri, di introdurre elementi di rottura.

Quando questa capacità si riduce, anche il valore di quell’alleanza cambia. Non si interrompe, ma si raffredda. Non si dichiara una distanza, ma si riduce l’investimento.

In questo senso, il referendum non è l’origine del cambiamento, ma il momento in cui il cambiamento diventa leggibile.

Da qui in poi la questione non è più cosa è successo, ma cosa può accadere. Perché ogni fase di indebolimento apre un bivio, consolidare la traiettoria esistente, oppure correggerla in modo più radicale.

E questo è il punto in cui siamo adesso, non dentro una crisi conclusa, ma dentro una nuova transizione.

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