Perché nelle case popolari italiane gli italiani non hanno la precedenza?
Case popolari. “Proibito rigorosamente l’ingresso agli Italiani”.
Non è il cartello di un ristorante tirolese degli anni Cinquanta. È quello che la Corte Costituzionale ha appeso sulla porta delle case popolari italiane l’8 gennaio 2026. Non in tedesco. In burocratese. Non con la vernice. Con una sentenza.
La domanda è una sola. La stessa che si fa qualunque italiano davanti a una graduatoria in cui si ritrova dietro a chi è arrivato l’anno scorso: perché nelle case popolari italiane gli italiani non hanno la precedenza?
Giorgio aveva 76 anni. Pensionato. Italiano. A Milano aveva presentato domanda per una casa popolare e la domanda di emergenza. Aveva fatto tutto quello che il sistema gli chiedeva. Prima il subaffitto, poi i dormitori, poi la strada. Lo hanno trovato morto il 24 febbraio 2024 in un deposito abbandonato vicino allo scalo Farini. Ci andava a dormire. La casa non è arrivata. È arrivato il freddo.
Mentre Giorgio moriva con meno di seicento euro al mese di pensione, lo Stato spendeva 35 euro al giorno – millecinquanta euro al mese – per ogni migrante accolto nel sistema di protezione. Vitto, alloggio, mediazione linguistica, assistenza legale, ricarica telefonica.
Per chi è appena sbarcato: un letto, un tetto, un pasto caldo e un avvocato. Per chi ha lavorato quarant’anni: una graduatoria. Quasi il doppio di una pensione minima. Sono le cifre del Documento di Economia e Finanza.
A Milano 15.000 famiglie in lista per 560 alloggi. A Roma le attese arrivano a dieci anni. A Bologna il 60% delle case popolari è andato a chi non è italiano. Ad Anagni, su dieci nomi in cima alla graduatoria, nove sono stranieri.
Nei quartieri popolari di mezza Italia restano gli anziani di vecchia assegnazione. Attorno a loro, quasi tutte le nuove facce parlano un’altra lingua. Lo spaesamento di chi scopre di essere diventato ospite a casa propria.
Quelle case le hanno pagate gli italiani. Con le loro tasse. In uno Stato fondato dai loro padri. L’italiano non chiede un privilegio. Chiede di entrare a casa sua prima dell’ospite.
La Corte Costituzionale ha risposto: no. L’unico criterio è il bisogno. Portato alle sue conseguenze logiche, questo principio significa una cosa sola: quando i gommoni toccano terra sulle spiagge italiane, dovremmo far trovare un funzionario delle case popolari con le chiavi in mano, pronto a distribuirle.
Perché nessuno avrà mai più bisogno di chi arriva con niente. E nessun italiano, per quanto povero, potrà mai competere con quel niente.
L’assessore regionale alla Casa dell’Emilia-Romagna, Giovanni Paglia, storico esponente di Sinistra Italiana, ha trasformato la sentenza in circolare ai sindaci: adeguatevi o rischiate ricorsi al TAR. È casa tua, ma non decidi tu chi entra.
Un padre saggio che avesse dieci figli e un nipote che bussa alla porta non darebbe al nipote la stanza di suo figlio. Prima si assicurerebbe che i suoi figli abbiano un tetto. Poi, con quello che avanza, si occuperebbe del nipote. Non è questione di tempo. È questione di appartenenza.
Uno Stato saggio fa lo stesso. È il patto fondativo tra uno Stato e il suo popolo: tu paghi le tasse, rispetti le leggi, mandi i tuoi figli a morire in guerra se serve. In cambio, io ti proteggo. Prima di tutti gli altri. Se questo patto salta, salta tutto.
La sinistra italiana lo ha fatto saltare. In nome del bisogno puro, sganciato da qualunque legame. Ma chi ha più bisogno di qualcuno sceso da un gommone con i vestiti che aveva addosso? Nessuno.
Per definizione. Zero reddito dichiarato. Zero proprietà tracciabili. Zero storia contributiva. Quello zero lo catapulta in cima a qualunque graduatoria. Il pensionato con seicento euro al mese diventa un privilegiato.
Ma chi è davvero disperato non ha un iPhone da ottocento euro in tasca. Chi sale su quel gommone ha pagato migliaia di euro ai trafficanti, ha un telefono con il GPS per la traversata e i numeri delle ONG in rubrica. Non è il naufrago della disperazione cieca.
È il cliente di un servizio che ha un prezzo, un percorso e una destinazione. Il bisogno è reale. Ma non è assoluto. È calibrato, organizzato, assistito. Solo che nel momento in cui quel piede tocca terra, il sistema lo registra come il più povero in assoluto. E lo mette davanti a tutti. Sempre.
L’unico correttivo era la residenzialità storica: a parità di bisogno, chi ha vissuto qui più a lungo viene prima. Già un compromesso al ribasso, perché il vero principio è: è casa nostra. La Consulta ha cancellato pure quello.
A Ferrara il sindaco Fabbri lo aveva applicato: 75 nuclei italiani nelle prime cento posizioni. A Modena, stessa regione, nessun correttivo: 55 stranieri su cento. La Consulta ha deciso che il padre che protegge i suoi figli è incostituzionale.
Oggi il 7% degli inquilini delle case popolari è straniero. Ma il 44% delle nuove domande proviene da famiglie straniere. E tutto questo in un Paese con il patrimonio di edilizia popolare più scarso d’Europa: il 3,8% dello stock abitativo. In Olanda il 37%. In Francia il 16,8%.
La sinistra a questo punto alza lo scudo di sempre: ce lo chiede l’Europa. Ma siamo proprio sicuri?
A Vienna, la Vienna rossa, socialdemocratica da un secolo, per accedere alle case popolari servono due anni di residenza continuativa e chi ne ha cinque riceve un bonus in graduatoria. Si chiama Wien-Bonus. È esattamente ciò che la Consulta ha dichiarato incostituzionale. A Londra esiste un test di residenza in 173 enti locali su 296.
In sedici Paesi OCSE su trentatré la cittadinanza è requisito di ammissibilità. L’Europa non ce lo chiede affatto. L’Europa fa il contrario.
Ma perché? Perché la sinistra favorisce con questa ostinazione l’immigrazione, e in particolare quella musulmana? Ha tre nomi.
Voti. La sinistra ha perso le periferie. Il referendum sulla cittadinanza – da dieci a cinque anni – è lo strumento per costruire un nuovo bacino elettorale. Ogni passaporto è una potenziale scheda elettorale.
Soldi. I trentacinque euro al giorno finiscono nelle casse delle cooperative e delle ONG. Un sistema da miliardi l’anno organico alla sinistra. Non è carità. È un’industria.
Ideologia.
La sinistra post-comunista ha sostituito l’operaio con il migrante. L’immigrato musulmano è il candidato perfetto: povero, discriminato, culturalmente “altro”. Che le sue convinzioni su donne, omosessuali e laicità dello Stato siano l’esatto opposto di ciò che la sinistra dice di difendere scompare sotto la coltre dell’inclusione. L’importante è che sbarchino. Che un giorno votino.
Del resto la sinistra con i profughi ha un curriculum preciso. Basta che siano italiani. Nel ’47 trecentocinquantamila istriani fuggirono dalle foibe: accolti a sputi e sassate, stipati in centoventi campi profughi. Nel ’70 Gheddafi cacciò ventimila italiani dalla Libia: beni confiscati, nemmeno lo status di profughi. Niente trentacinque euro al giorno. Arrangiatevi.
Tre epoche. Un unico filo. Quando i profughi sono italiani lo Stato volta le spalle. Quando sono stranieri: un tetto, un letto, un avvocato e una ricarica telefonica. Nel ’47 li chiamava fascisti. Oggi li chiama privilegiati.
C’è una parola per descrivere uno Stato che mette i propri cittadini in fondo alla fila nelle proprie case. Uno Stato che spende millecinquanta euro al mese per chi è appena arrivato e lascia morire in un deposito chi ha lavorato una vita.
Quella parola non è equità. Non è inclusione. Non è giustizia sociale.
Quella parola è tradimento.
Quel cartello andrebbe riscritto nella lingua della Consulta: “Proibito rigorosamente l’ingresso agli Italiani. Nelle case degli Italiani. Per sentenza”.





