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IL MONITO DI TRUMP

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Chissà cosa avrà pensato Nicolas Maduro insieme a sua moglie, svegliatisi nel cuore della notte, con ai piedi del lettone anziché l’attendente che porta la colazione, quelli della Delta Force americana con le armi spianate. E quando un capo di Stato viene arrestato insieme alla moglie in camera da letto, non da poliziotti del paese che governa, ma da agenti speciali stranieri, allora significa che qualcosa non è andata per il verso giusto.

Il messaggio di Trump è chiaro. Non esiste potenza piccola o medio piccola che possa non piegarsi ai suoi piani. In casi estremi, il maggior responsabile viene preso, impacchettato e spedito a New York per essere processato. E quelle secolari norme di diritto internazionale che riconoscono ai capi di Stato in carica l’immunità assoluta da qualsiasi giurisdizione penale, in alcuni casi possono valere, in altri rappresentano soltanto uno scherzo.

C’è un precedente illustre. Quello di Manuel Noriega, il generale panamense allevato dalla CIA, diventato presidente ma poi fatto cadere con accuse di narcotraffico. Per detronizzarlo, nel dicembre 1989 gli USA invasero Panama con 27 mila soldati.

Noriega si rifugiò presso la Nunziatura Apostolica, che ha le stesse guarentigie di un’ambasciata. I militari USA fecero di tutto per farlo uscire con le buone, arrivando a piazzare in strada, sotto la stanza da lui occupata, due gigantesche casse Pioneer che sparavano musica rock dall’alba al tramonto. Solo le pressioni delle alte sfere vaticane indussero Noriega a uscire dalla nunziatura e a consegnarsi ai militari americani. Si parlò di infuocate telefonate tra Noriega e Monsignor Marcos Gregorio McGrath, l’arcivescovo di Panama, che alla fine gli intimò di togliersi da «los huevos» prima possibile.

Ma nel frattempo il potere era stato formalmente affidato a Guillermo Endara Galimany, dopo aver prestato giuramento in una base militare americana. E il primo atto ufficiale di Galimany fu proprio revocare l’immunità a Noriega, che così potè essere trasportato in Florida, processato e condannato a 40 anni di reclusione per reati che vanno dal traffico internazionale di droga, all’estorsione e al riciclaggio. Che sono più o meno i reati che saranno contestati a Maduro.

Noriega entrò nel carcere di massima sicurezza di Miami da cittadino panamense comune, essendogli stata revocata l’immunità dal nuovo presidente di Panama, l’unico che avrebbe potuto togliergliela. Nessuno ha invece revocato l’immunità a Maduro, che sta per essere processato. Quel giorno i giudici di Brooklyn si troveranno di fronte e in manette un rappresentante della figura storicamente più protetta dal diritto internazionale, e sul tavolo nessun atto che, almeno in teoria, possa convincerli a processarlo. A meno che da Caracas non arrivi in tempi brevi un atto di revoca dell’immunità, firmato da chi ha assunto il potere e, soprattutto, la responsabilità storica di avallare la condanna a decine di anni di carcere di un autorevole esponente del bolivarismo, per giunta inflitta da un tribunale USA.

Forse a Maduro, una volta in cella, verrà offerta una resa onorevole, giusto per non mettere in imbarazzo quei giudici americani che dovrebbero processarlo. Già si parla di un esilio dorato in qualche amena località della Russia. A proposito, Putin non è che abbia fatto fuoco e fiamme alla notizia della cattura di Maduro. Proteste ufficiali, certo, ma non più incisive della generica accusa di una violazione del diritto internazionale, di cui si sarebbe accorto anche un cavallo, se solo avesse voluto seguire la vicenda.

Trump ha già annunciato l’insediamento delle major petrolifere americane, in un paese con le più grandi riserve al mondo e che vende l’80% del proprio greggio alla Cina. Se si considera che Trump si interessa sempre meno dell’Ucraina, e soprattutto di ciò che fa Putin in Ucraina, abbiamo già capito la mossa di Trump.

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  • Redazione

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