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L’UMANESIMO DEL LAVORO DI BENEDETTO DI IACOVO

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di Maurizio Ballistreri

L’Umanesimo del lavoro. Il libro di Benedetto Di Iacovo

I tre sindacati cosiddetti “storici” sono ormai sempre più divisi, ma non su strategie alternative o sul richiamo alle radici culturali, ma sul diverso rapporto con il governo, con la radicale contrapposizione tra collaborazionismo e antagonismo.

Nel passato Cgil, Cisl e Uil sono state divise, ma ciò era conseguenza in primo luogo di una diversità di culture sindacali. Come ebbe ad affermare Rinaldo Scheda, uno dei dirigenti sindacali della Cgil più legati all’idea della lotta di classe, nel corso di un dibattito della Fondazione Brodolini nell’ormai lontano 1990, le rotture del Patto di Roma del 1944, voluto fortemente dal leader sindacale socialista Bruno Buozzi, prima che fosse trucidato dai nazisti in fuga dalla Capitale, e la nascita di Cisl e Uil tra il 1948 e il 1950, furono conseguenza più che delle interferenze internazionali delle radicali differenze di cultura sindacale.

Ma oggi la divisione appare legata al piccolo cabotaggio politico e, così, il sindacalismo confederale è assente sui grandi temi del lavoro del futuro, a partire dall’intelligenza artificiale.

Ma nel sindacalismo italiano ci sono fermenti e capacità di innovazione, in primo luogo del leader della Confial Benedetto Di Iacovo, segretario generale di una giovane confederazione protagonista del governo della modernità, ma che vuole essere nel contempo “un Sindacato di Comunità” nei luoghi di aggregazione nei posti di lavoro, nelle istituzioni e nel territorio, aperti alle cittadine e ai cittadini e, quindi, con una contrattazione di cittadinanza e una relazione con la dimensione sociale, valorizzando i temi della rappresentanza e della partecipazione democratica. 

Di Iacovo, dirigente sindacale di antico impegno che unisce azione e cultura, esponente di spicco del meridionalismo nel sindacato ed esperto di politiche del lavoro e di contrasto a quello irregolare presso diverse istituzioni pubbliche, di recente ha pubblicato un agile volume dal titolo “Umanesimo del lavoro”, edito da Rubettino, con la prefazione di uno dei grandi leader del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto, e i contributi dell’economista Domenico Marino dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria e di chi scrive, giuslavorista nell’Università di Messina.

Di Iacovo sapientemente osserva che dalla fine del fordismo si originata l’Economia 4.0 ed è in corso la transizione digitale: “Le masse operaie hanno lasciato spazio a una galassia di professioni mobili, precarie, digitalizzate, frammentate. Eppure il rischio è lo stesso: la perdita di dignità, la solitudine del lavoratore davanti a poteri impersonali, oggi non più incarnati dal ‘padrone’ ma dall’algoritmo. Il sindacato che non evolve, che non comprende la portata di questa rivoluzione, è destinato a diventare marginale, un residuo del passato, una voce che parla a se stessa mentre la società si muove altrove. Come in ogni epoca di transizione, chi non cambia, muore. E chi invece sa cambiare, può guidare il nuovo mondo del lavoro”.

Il leader della Confial affronta senza timori e, anzi, con coraggio rispetto ai silenzi e alle reticenze del sindacalismo confederale, il tema della conciliazione delle radici storiche del lavoro con la “Rivoluzione digitale”, con i suoi strumenti, le piattaforme, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale, che stanno operando un gigantesco ed impensabile, solo qualche anno or sono, mutamento delle strutture della società e dell’economia, ponendo una prospettiva inedita per il mondo del lavoro, che non trova riscontro nella storia economica e produttiva.

E a fronte della spersonalizzazione e dei rischi di ulteriore precarizzazione del lavoro, Di Iacovo parla di “umanesimo del lavoro”, indicando una prospettiva ed una strategia al sindacato: “Nel secolo scorso, il sindacato ha conquistato il diritto al lavoro; oggi deve conquistare il diritto al futuro. Deve assicurare che la macchina resti strumento dell’uomo e non suo padrone; che l’efficienza economica non cancelli la giustizia sociale; che la velocità non travolga la solidarietà”.

C’è nell’opera di Benedetto Di Iacovo il richiamo alle radiche antiche delle lotte democratiche segnate dalla cultura (vera!) del riformismo per il lavoro e a personalità come Giorgio Benvenuto, Gino Giugni e Bruno Trentin.

Il valore, che è il filo conduttore del libro, è quello della dignità intrinseca del lavoro umano, proprio perché lavorare significa umanizzare il mondo e questo trova senso solo se è fatto con gli altri e per gli altri. Questa dimensione di socialità deve essere posta al centro di un ripensamento profondo dell’organizzazione del lavoro, di cui la nostra cultura, oggi, ha bisogno, necessariamente: né merce di scambio, né solo strumento per la sussistenza, quale antidoto al drammatico fenomeno italiano del “lavoro povero”.

Si sente nel libro di Di Iacovo il richiamo anche ad un forte senso di spiritualità, con gli echi delle profonde riflessioni di Papa Francesco sul valore della persona e il significato della sua esistenza e di Simon Weil sui processi di liberazione dallo sfruttamento sociale.

Il compendio del bel libro “Umanesimo del lavoro” è nella prefazione di Giorgio Benvenuto: “il volume di Di Iacovo è un contributo di grande rilievo per il pensiero sindacale, giuslavoristico ed economico contemporaneo. Unisce la visione del futuro alla concretezza dell’azione sociale. Restituisce dignità al lavoro come fondamento della Repubblica e orizzonte di libertà”.

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  • Redazione

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