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GLI EUROCONIGLI

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L’Europa è pacifista come lo sono i conigli davanti al fucile: non per amore della pace, ma per terrore della guerra. E siccome il terrore rifugge perfino le parole, dal ’45 abbiamo stabilito che la guerra non si deve nemmeno immaginare come possibilità. Risultato: oggi non la sappiamo fare, non la sappiamo preparare, non la sappiamo prevenire. E — cosa peggiore — non la sappiamo più neppure pensare.

 Con Putin sbagliamo tutto, con la puntualità di un orologio svizzero tarato al contrario. Bush scambiò la Georgia per una rissa di frontiera. Obama prese la Crimea come una scappatella geopolitica. Biden, nel febbraio del ’22, si affrettò a dire ciò che non si dice mai a un aggressore: “State tranquilli, non interveniamo”. A Mosca devono aver stappato la vodka migliore, ridendo fino alle lacrime dell’ignavia americana e del silenzio degli Europei.

Peraltro questi ultimi stavano zitti un po’ per paura dell’Orso e molto perchè, con la loro consueta faccia di bronzo da mercanti moralisti, continuavano a comprare gas, a fare affari, a ingrassare il villain del Cremlino, salvo poi inorridire per l’uso che faceva degli armamenti che o gli passavamo direttamente — massime la Germania della signora Merkel, “grande statista” delle mie calighe — o che gli permettevamo di fabbricare con i nostri danari.
Una collezione di ingenuità interessate che non nasce da bontà d’animo o Realpolitik sia pure da da suk, ma da una colpa più grave: l’analfabetismo strategico. Le intenzioni della Russia sono le stesse dall’inizio del Seicento: panslavismo, sbocchi, diretti o indiretti, sul Mediterraneo, e come pièce de résistance Polonia e Stati baltici.
Eppure, benché tutto sia chiaro — e chiaro da mezzo millennio — l’Europa, soprattutto la sua parte più fiacca e declamatoria, quella occidentale, che del gigante russo è solo una smilza penisola periferica, ha disimparato non solo il vocabolario, ma l’idea stessa dell’uso della forza. E neppure difensiva, a sentire i cialtroni del “no al riarmo”.
Come se la storia fosse diventata un seminario universitario, dove su tutto si discute e per nulla si combatte.
Peccato che fuori dall’aula ci siano potenze che non prendono appunti: prendono territori.
Ora ci scandalizziamo, mugugnanti, davanti alla prospettiva di una “brutta pace” in Ucraina. Protesteremo, certo. Faremo appelli, conferenze, risoluzioni sotto sotto sperando che il compromesso Putin-Trump, quale che sarà, tenga. Così potremo tornare per un po’ alle nostre baruffe domestiche e ai nostri aperitivi, e non nominare un problema dal nome antichissimo e terribile: la guerra, che è prossima e ventura, malgrado gli scongiuri, le diffidenze, e l’idiozia di chi continua a trattare Putin come un negoziatore qualunque se non come – e qui siamo alla follia – il defensor Christianitatis, quando è il tipico, stagionatissimo prodotto della politica russa, che è una miscela di freddo calcolo e fanatico nazionalismo.
Il siparietto francese è stato esemplare. Un generale ha osato dire una verità vecchia quanto la guerra: difendersi significa anche accettare la possibilità di perdere dei figli. Apriti cielo. Rivolta politica, sdegno morale, precisazioni governative degne di una maestra d’asilo: “Il generale parlava dei soldati, non dei vostri figli”.
Come se i soldati crescessero sugli alberi o arrivassero con Amazon Prime.
E tutto questo nella Francia rifondata da un generale, fiera della sua bomba atomica ed ex gendarme dell’Africa. Oggi, però, anche lì domina la religione nuova: il disarmo come virtù, l’esercito come peccato, la difesa come noiosa voce di bilancio. Il sacrificio è diventato un tabù peggiore della parola “sconfitta”. In Germania, intanto, basta pronunciare la parola “leva” per provocare crisi nervose nei salotti progressisti.
E non parliamo dell’Italia, che per due volte in un secolo è entrata in guerra con le pezze al sedere. Nel ’15 non avevamo nemmeno gli elmetti: e Cadorna ordinò – vero cialtrone italiano, come avrebbe dimostrato a Caporetto in coppia con Badoglio – d’imbottire di cartone i berretti flosci in panno dei nostri poveri fantaccini per dar loro un’aspetto “più marziale”. Nel ’40 avevamo munizioni e carburante per tre mesi. Finì come finì, perché Mussolini — superficiale e dilettante ma seguito da un popolo bovino — credeva che tre mesi sarebbe durata tutta la faccenda.
Oggi non abbiamo divisioni corazzate degne di questo nome: i carri armati sono ferri vecchi, non produciamo droni in numero serio, non disponiamo di un sistema antimissile. Abbiamo un’aviazione buona per le parate e, al solito, una marina decente ma priva di un parco sottomarini all’altezza della nostra posizione geografica.
All’opinione pubblica va benissimo così. Perché non vogliamo le nostre città bombardate e per questo siamo disposti a qualsiasi transazione, anche la più umiliante; eppure siamo prontissimi a metterle a ferro e fuoco per difendere lo zero virgola delle pensioni future. Ecco: il welfare è diventato l’unico valore non negoziabile. La patria, la sicurezza, la libertà: concetti accessori, buoni per le lapidi e le ricorrenze.
E del resto: da una parte i militari studiano le dottrine russe e ci avvertono. Dall’altra le opinioni pubbliche scorrono i social. I primi sanno che la guerra è tornata una possibilità concreta. I secondi credono che sia una messinscena per spaventare l’elettore distratto. L’industria della difesa arranca, la politica cincischia, e l’Europa continua a coltivare il suo capolavoro: l’illusione di poter restare spettatrice mentre la storia torna a fare la storia. Con la violenza. Come da sempre.
Chiamiamola col suo nome, questa malattia: non pacifismo, ma irresponsabilità elevata a sistema. La deterrenza non è una parolaccia. È l’unica grammatica che certi regimi capiscono. Ma la deterrenza costa, e noi abbiamo deciso che tutto ciò che costa — fatica, rinunce, rischi, vite — è eticamente sconveniente.
Vogliamo la pace come si vuole il bel tempo, senza accettare che talvolta serva l’ombrello e, qualche volta, un rifugio. Così non stiamo evitando la guerra: ci stiamo solo preparando a perderla.
E questa non è nemmeno una cattiva politica.
È una resa preventiva.
 
 

 
 

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  • Redazione

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