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IRAN, ULTIMA CHIAMATA PRIMA DELLA BOMBA

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C’è chi crede ancora, con un candore che rasenta l’irresponsabilità, alla favola dei preti “moderati”. Una sottospecie immaginaria, come l’ippogrifo o la neutralità delle dittature. In Iran, raccontano, esisterebbe una dialettica interna tra preti feroci e pretpretii più presentabili: gli uni dediti alla distruzione immediata, gli altri alla dissoluzione del Medio Oriente come lo conosciamo, con Israele e gli alleati dell’Occidente. Distinzione raffinata, degna dei nostri salotti morali, dove si discetta di pace universale mentre, altrove, si calcolano traiettorie balistiche.
La realtà è molto meno elegante e infinitamente più sanguinosa: il regime iraniano è irremovibile per natura, teocratico per definizione, aggressivo per vocazione. Non nasce per governare, ma per conquistare. Non per amministrare, ma per imporre con la forza. Dal 1979 a oggi non ha mai fatto mistero della propria missione: esportare la rivoluzione, cioè il terrore, sotto la bandiera della Guida Suprema. La Costituzione lo scolpisce nella pietra: l’Iran non deve convivere, deve espandersi.
Nel frattempo, mentre l’Europa discute di sfumature e “processi di normalizzazione”, Teheran accumula uranio, costruisce missili e addestra milizie. Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen, proxy armati in Iraq: il Medio Oriente è diventato una mappa a puntini della sua influenza. E ogni puntino esplode. Ogni esplosione è un messaggio: noi non trattiamo, colpiamo.
Israele è il bersaglio dichiarato, l’ossessione ideologica, il nemico ontologico. Ma illudersi che il problema si fermi a Gerusalemme è un lusso che solo l’Occidente in decadenza può permettersi. Perché, subito dopo il “Piccolo Satana”, viene il “Grande Satana”: cioè noi. Le capitali europee sono ormai incluse, con baldanzosa ostentazione, nelle mappe balistiche degli ayatollah. Non è propaganda: è dottrina.
E mentre Teheran prepara la guerra, da noi trionfa l’altra farsa, quella dei putinisti nostrani ed europei in servizio “deficiente effettivo”, sempre pronti a scambiare l’autoritarismo per virilità politica e la repressione per ordine. Costoro dovrebbero ora, per proprietà transitiva, gestire una certa imbarazzante prossimità proprio con l’Iran degli ayatollah oltre che con la Cina del partito unico, con la Corea del Nord della dinastia atomica, e con tutto il loro corteggio di milizie, mercenari, hacker e propagandisti – quei “bravi” sempre così solerti e ben pagati.
Li lasciamo dunque in cerca d’iscrizione come supporter esterni – un tempo si sarebbero chiamati utili idioti – a questo nobile club di “delinquenti politici”, dove la tessera si ottiene non per meriti, ma per obbedienza e cecità morale.
Nel frattempo, l’unico Stato che oggi combatte davvero questa offensiva globale, pagandone in prima persona il prezzo politico e militare, è Israele. Israele combatte, e viene insultato. Si difende, e viene processato. Resiste, e viene accusato. Dalla nostra civiltà stanca, che ha scambiato la resa per saggezza e l’autodifesa per colpa.
Il programma nucleare iraniano avanza. Gli ispettori vengono respinti. L’uranio arricchito sparisce. I missili si moltiplicano. E intorno a Teheran si stringe l’abbraccio degli “amici”: la Russia, che conosce l’arte della guerra permanente; la Cina, che compra petrolio sotto banco e predica neutralità con una mano mentre finanzia con l’altra; la Corea del Nord, che fornisce il know-how dell’incubo atomico.
L’Occidente risponde con comunicati, vertici, “tavoli”. Cioè con tutto ciò che funziona soltanto quando dall’altra parte c’è qualcuno disposto davvero a trattare. Ma i preti di Teheran non cercano patti: cercano vittorie. Non vogliono equilibri: vogliono macerie.
La verità, che nessuno osa dire senza essere accusato di bellicismo, è semplice e brutale: il regime iraniano non si sta riformando, si sta riorganizzando militarmente. Non si sta moderando, si sta preparando. E interpreta ogni esitazione come un incentivo.
A questo punto l’ultimatum non è più una provocazione: è l’ultima forma possibile di realismo. O Teheran rinuncia davvero all’arma atomica, ai missili e al terrorismo globale, oppure qualcuno dovrà impedirglielo con altri mezzi. Tutto il resto è letteratura diplomatica, utile solo a rinviare il conto.
Se l’Occidente continuerà a scambiare il rinvio per strategia e la debolezza per prudenza, l’“ultima chiamata” non sarà più soltanto per Israele.
Sarà per tutti noi. E, come spesso accade nella storia, arriverà quando non ci sarà più nessun operatore disponibile a rispondere.

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  • Redazione

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