Home Opinioni L’ATTACCO PREVENTIVO DELLA NATO NELLA DIMENSIONE IBRIDA: DI CHE COSA PARLIAMO

L’ATTACCO PREVENTIVO DELLA NATO NELLA DIMENSIONE IBRIDA: DI CHE COSA PARLIAMO

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di Antonio Bettelli*

La notizia sulla recente affermazione dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato Militare della NATO – proposta dall’ANSA con il titolo “La NATO valuta attacchi preventivi alla guerra ibrida russa. La replica di Mosca: Passo irresponsabile, mina gli sforzi di pace” – richiede, onde evitare facili strumentalizzazioni, un chiarimento.

Innanzitutto la NATO. Pur ripetendo parole già dette, giova ricordare che la NATO è un’organizzazione difensiva nel cui ambito il ricorso alla forza militare è subordinato non solo ai termini del trattato nord atlantico, ma anche a una ciclica e ripetitiva valutazione politica. Lo stesso articolo 5, che sancisce il mutuo intervento in caso di attacco a danno di uno degli stati membri, non implica “tout court” l’azione militare. Le singole Nazioni rimangono in capo al processo decisionale che, seppur svolto collettivamente in seno al Consiglio Nord Atlantico (NAC – North Atlantic Council), implica caso per caso la valutazione e la decisione del governo nazionale e, in casi estremi, l’avallo del Parlamento.

La NATO è assimilabile a una sorta di contenitore del quale sono rappresentati in modo permanente gli organi politici e quelli militari a livello strategico e operativo. Questi ultimi assolvono compiti di pianificazione militare e sono atti ad enucleare in caso di bisogno la catena di comando e controllo che, avvalendosi delle risorse rese disponibili dagli Stati, dirige le operazioni militari.

Attualmente, e di riflesso alla crisi Russo-Ucraina, lo status di prontezza delle forze NATO ha raggiunto un livello più elevato. Vale a dire che, rispetto a una condizione di assenza di tensione o di crisi, nella quale le forze militari degli Stati sono solo predisposte e addestrate sulla base delle pianificazioni d’impiego, oggi accade che vi siano già alcune unità “trasferite” sotto l’autorità di un Comandante NATO; nello specifico si tratta del SACEUR (Supreme Allied Commander in Europe), un generale americano a quattro stelle. Mi riferisco a unità schierate sulla cosiddetta “frontline est e nord-orientale europea”, vis-à-vis Bielorussia e Russia, una linea di difesa che va dalla Finlandia a nord alla Romania a sud. L’Italia vi partecipa con vari assetti appartenenti a tutte le Forze Armate nazionali.

Se quelle unità subissero un attacco, la reazione avverrebbe in ordine a due principi: quello primario dell’autodifesa, universalmente vigente, e quello derivante dall’autorità d’impiego già trasferita al Comandante NATO. Rispetto a quest’ultimo impiego, ogni Nazione preserverebbe, tuttavia, la facoltà di retrocedere dall’attribuzione delle proprie risorse all’Alleanza applicando una procedura definita di “Reverse Transfer of Authority”. Vale a dire che, nel caso in cui il Comandante della NATO decidesse di impiegare le forze che gli sono assegnate, l’autorità nazionale potrebbe decidere di sottrargliele, mai rinunciando aprioristicamente e definitivamente alla propria sovranità.

Aggiungo una considerazione basata sulla mia esperienza: gli organi della NATO sono consapevoli della delicatezza dei processi decisionali e degli effetti che questi possono produrre. Essi analizzano costantemente e con rigore gli accadimenti alla luce della cosiddetta “miscalculation”, al fine di evitare valutazioni errate e incidenti.

La deterrenza rimane al centro, insieme al principio di difesa, dell’esistenza dell’Alleanza, e contravvenirne l’assioma significherebbe annullare la ragion d’essere dell’organizzazione.

È proprio nello spazio della deterrenza che occorre a mio avviso inquadrare le parole dell’Ammiraglio Cavo Dragone, ancor più tenendo a mente che le operazioni militari moderne si pianificano e si conducono non solo nello spazio tridimensionale convenzionale, ciò terra, cielo e mare, ma anche in due nuove dimensioni: cyber-spazio e cognitiva. Ne consegue che, mentre un’azione militare condotta nello spazio convenzionale assume da sé inequivocabili espressioni di evidenza – un ordigno che esplode, un’incursione aerea, un attacco terrestre o marittimo – ciò che accade nelle altre dimensioni non è sempre facilmente riconoscibile e attribuibile in termini di responsabilità. L’accadimento può assumere lineamenti subdoli e quasi invisibili, non per questo meno dannosi negli effetti prodotti (basti pensare a un attacco cyber che alteri il sistema di scambi ferroviari di una grande linea di trasporto).

L’Ammiraglio Cavo Dragone ha fatto riferimento, a mio avviso, alla dimensione ibrida che racchiude, inter alia, azioni in buona parte affidate agli strumenti cyber, sostanzialmente sistemi e apparati informatici, linee ottiche, logiche digitali, gestione dei dati, atti di “hakeraggio” ecc..

Torniamo alla deterrenza. Secondo la dottrina NATO, la deterrenza, cioè la capacità di dissuadere l’avversario dall’intento di condurre atti di aggressione, rendendo, agli esisti della sua previsione, non conveniente l’attacco, può essere di due tipi: “by punishment” e “by denial”. Il primo tipo è auto esplicativo: si verifica un’aggressione, la si identifica, la si attribuisce e si “punisce” chi ne sia responsabile. Con riguardo a questo tipo di deterrenza, la forza militare deve possedere il requisito della credibilità, deve cioè essere convincente nel dissuadere. Se non lo fosse, l’avversario potrebbe farsene gioco.

Venendo alla deterrenza “by denial”, cioè per negazione, l’intento è quello di inibire la capacità all’avversario di agire e di offendere. Nelle attività convenzionali, la negazione viene principalmente esercitata con il controllo, con la presenza, con l’interdizione fisica dello spazio, mentre nella dimensione più affine alle attività ibride la negazione assume una rilevanza diversa, spesso riguardante l’inibizione dell’azione ostile su un piano tecnico, anche all’origine, colpendone, nel caso cyber, i centri nevralgici digitali, i sistemi informatici, le reti che sono tramite dell’attacco.

Tra i paesi membri dell’Alleanza ve ne sono alcuni che dispongono di strumenti cyber non solo difensivi “sic et sempliciter” ma anche offensivi, cioè hanno tra le loro disponibilità dispositivi e procedure in grado di interdire alla fonte l’azione ostile dell’avversario nelle sue modalità di preparazione e di gestione.

Si ha che fare con un campo d’azione nel quale gli ordinamenti giuridici e la giurisprudenza nazionali e internazionali non hanno ancora definito con chiarezza i termini entro i quali ci si possa muovere. Vale a dire, a titolo di esempio, che non è ancora del tutto chiaro come si definisca l’ostilità di un accadimento, in quale misura l’azione configuri un attacco militare, a quali condizioni si legittimi una reazione di eguale o diversa natura, quale sia il limite per esercitare l’autodifesa, quali circostanze debbano verificarsi per attribuire univocamente la paternità dell’attacco.

Mi sento di dire, per quanto analizzato, che le parole del Presidente del Comitato Militare della NATO – che non è, vale la pena di ricordarlo, un Comandante NATO in senso stretto, bensì un rappresentante dei Capi di Stato Maggiore della Difesa dei trentadue paesi membri – riguardino la possibilità di condurre azioni preventive volte a interdire, nel quadro della deterrenza “by denial” la condotta di atti ostili nella dimensiona cyber. Atti che se non inibiti possono produrre effetti lesivi o letali di eguale o maggiore portata rispetto a quelli ottenibili con un’azione convenzionale.

Come spesso accade, le parole assumono valori diversi per fini di altra natura, politica o propagandistica, e ben si sa che l’uomo, con la sua intelligenza, è abile nel fare uso della semantica per orientare il significato delle parole ai suoi scopi. In quest’ultimo caso, abbiamo a che fare con una diversa forma di attacco preventivo, un’azione portata nell’altra nuova dimensione: quella cognitiva. È bene saperlo!

 

*Il generale Antonio Bettelli è stato Ufficiale degli Alpini e pilota militare di elicottero. Ha partecipato a diverse missioni: operazione “Antica Babilonia” in Iraq, missione UNIFIL in Libano e operazione “Resolute Support” della NATO in Afghanistan. Ha inoltre lavorato in Libano quale Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana, negli Stati Uniti, quale Rappresentante dell’Esercito presso l’US Army Aviation Center e presso lo US Central Command, e in Olanda nello staff del NATO Joint Force Command di Brunssum. Ha lasciato il servizio attivo l’1 gennaio 2023. Appartiene alle Forze della Riserva dell’Esercito Italiano con il grado di Generale di Corpo d’Armata. 

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