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LA MAGIA COME LINGUAGGIO DELL’ANIMA

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Filemone è per Jung un maestro spirituale, un soffio vitale, un archetipo che incarna la saggezza dell’inconscio e la funzione guida dell’Anima. Filemone appare a Jung come un vecchio mago orientale, con ali di re, portatore di un sapere che non appartiene più all’Io. È un’immagine autonoma, dotata di autorità e di una sua visione del mondo. Jung nell’Appendice del Libro Rosso, dice che Filemone svolgeva per lui la funzione che gli antichi attribuivano ai daímones.
In questo senso Filemone rappresenta la dimensione antica, oracolare e numinosa del Sé.
Il Capitolo XXI del Libro, “Il dono della magia” è uno snodo fondamentale del Liber Novus, perché segna il momento in cui Jung scopre che la vera magia non è un potere sulla realtà, ma una trasformazione dell’atteggiamento dell’Io nei confronti dell’inconscio.
Filemone è colui che gli rivela che la magia è il linguaggio dell’anima, è la capacità di dialogare con le immagini, lasciando che l’inconscio si esprima.
Filemone insegna a Jung che il mago non è una figura da emulare, ma una funzione che indirizza lo sguardo verso l’interiorità, capace di ascoltare e interpretare i simboli.
La magia autentica nasce dal sacrificio dell’Io
Nel discorso di Filemone, Jung apprende che il contatto con l’inconscio richiede un certo tipo di umiltà: Il mago è un servo dell’anima, non un dominatore degli spiriti.
Filemone è per Jung quello che Virgilio è per Dante: un mediatore tra l’Io e i territori dell’inconscio.
È lui a introdurre Jung all’idea che la psiche parla per immagini e che ogni immagine ha un valore reale, non semplicemente fantastico.
Filemone rappresenta l’archetipo del Vecchio Saggio, ma in una forma viva e personale, non didattica.
Il dono che Filemone offre è la capacità di entrare nel mondo interiore senza perdersi, di lasciar parlare l’inconscio senza esserne travolti.
Questo dono si tradurrà nella successiva elaborazione di Jung della funzione trascendente.
Filemone, il vecchio mago alato che appare a Jung nel Libro Rosso, inizia il suo insegnamento con una definizione destabilizzante: la magia è ciò che sfugge alla comprensione. Lo dice con una formula essenziale: “La magia è l’assenza di logica”. In queste poche parole abbatte l’intera pretesa dell’Io di poter comprendere, dominare o classificare l’esperienza del profondo. Tutto ciò che si può capire appartiene alla ragione; la magia, invece, nasce proprio da ciò che non è logico.
Per questo Filemone aggiunge che non esiste una tecnica magica apprendibile:
“Ciò che tu puoi comprendere non è magico”.
La magia non è un’arte da imitare, né un sapere da acquisire: è un modo di rapportarsi all’incomprensibile. Il nome stesso “magia” non è che un tentativo di etichettare ciò che non capiamo.
Da qui deriva una prima conseguenza: accostarsi alla magia richiede il sacrificio della coerenza razionale. Filemone lo dice in modo diretto: “La magia è ciò che contraddice la ragione”. Chi vuole comprenderla deve poter sostenere il paradosso, la contraddizione, l’apparente non-senso. E deve anche rinunciare, come Jung aveva già imparato nel suo cammino, alla consolazione psicologica: la magia non dà conforto, anzi toglie il conforto della logica e dell’opinione comune. Per questo vivere magicamente implica la solitudine dell’Io, che non trova più riparo nei suoi vecchi appoggi.
A questo punto Filemone introduce il nucleo centrale del suo insegnamento:
«La magia rende comprensibile ciò che è incomprensibile, ma in modo incomprensibile».
Questa frase, che Jung considererà decisiva, indica che la magia non è una chiave di decodifica, ma una modalità di relazione: lasciare che il simbolo operi senza distruggerlo con troppo significato; accettare che ciò che non comprendiamo continui a vivere dentro di noi senza essere definito.
Da qui deriva il “lavoro del mago”: tenere insieme gli opposti. Filemone parla del matrimonio degli opposti come della vera opera magica: ciò che la ragione divide, la magia lo ricompone in una tensione vitale. Il mago non domina gli spiriti: «Il mago è servo dell’anima», non padrone. Servire l’anima significa lasciare che le immagini parlino, che gli opposti si incontrino, che il simbolo sia vivo.
In tutto questo, Filemone non è soltanto un maestro… è la personificazione del Vecchio Saggio che, libero dalla pretesa di capire, porta con sé il sapere dell’altro mondo, il sapere del daimon, della sapienza antica, dell’autorità interiore che non viene dall’Io. Jung stesso dirà che: “Filemone era una forza che non era in me, ma che mi proveniva dall’esterno”.
Alla fine del discorso di Filemone, ciò che resta è una sola grande verità:
La magia è il modo in cui l’anima parla quando l’Io smette di voler capire e comincia ad ascoltare.
È un’arte dell’attenzione, una disponibilità al mistero, un lasciarsi guidare da ciò che non si può possedere. Per questo Filemone invita Jung, e anche noi, non a imparare la magia, ma a vivere magicamente, dialogando con ciò che sfugge, in relazione con l’inconscio, e aperti alla trasformazione simbolica.
 
 

 
 

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  • Redazione

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