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UE, L’ASSURDITA’ DELLE CASE GREEN

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L’assurdità della Ue sulle “case green”: l’Italia rischia l’infrazione mentre pesa per l’1% delle emissioni globali

La Commissione Europea minaccia una procedura d’infrazione contro l’Italia per l’attuazione della direttiva “case green” e per il ritardo sul phase-out delle caldaie fossili. È un paradosso istituzionalizzato: la stessa Unione che sforna obiettivi teorici ignora numeri elementari sul contributo reale alle emissioni globali.

Partiamo da un dato che dovrebbe chiudere ogni discussione. L’Italia pesa per appena l’1% delle emissioni mondiali. Non per 10, non per 5: uno. Come la Francia, come la Polonia, come il Regno Unito. Nel frattempo la Cina è al 28%, gli USA al 15%, l’India al 7%, la Russia al 5%. Il resto del mondo pesa un altro 21%. Bruxelles si accanisce quindi sul Paese che incide meno, fingendo che la partita climatica si giochi tra Roma e Parigi invece che tra Pechino e Washington.

Secondo punto: l’economia circolare. L’Italia è prima in Europa, con un indice pari a 103 contro i 90 del Regno Unito, gli 87 di Germania e Francia e gli 81 della Spagna. Ricicliamo il 79% dei rifiuti speciali, triplo della media UE (circa 38%). Produciamo più valore con meno materie prime, consumiamo meno suolo, abbiamo l’edilizia più compatta d’Europa. Siamo l’opposto del Paese dissipatore che certe burocrazie dipingono.

Terzo punto: il parco edilizio. È vero che il 74% delle case è pre-1980, ma l’Italia possiede il minor tasso di emissioni da riscaldamento per abitazione dell’intera UE meridionale, grazie a clima, densità urbana e minor fabbisogno energetico. Le nostre caldaie – 19 milioni – pesano meno delle 30 milioni della Germania, che però emette il 2% delle emissioni globali, il doppio dell’Italia. Eppure Berlino ottiene deroghe, Roma rischia sanzioni.

La direttiva EPBD impone entro il 2030 un salto di classe energetica per milioni di edifici. Adeguare anche solo metà degli immobili italiani costerebbe 32–58 miliardi, mentre l’intero target al 2033 arriva a 180–210 miliardi. Una cifra incompatibile con qualsiasi compatibilità fiscale realistica. E per cosa? Per incidere potenzialmente sullo 0,04% delle emissioni mondiali.

Questo è il cuore dell’assurdità europea: si pretende che l’Italia risolva da sola un problema che altri Paesi, molto più grandi e molto più inquinanti, continuano ad aggravare. La procedura d’infrazione non sarebbe una tutela del clima, ma l’ennesimo esercizio di rigidità ideologica scollegata dai dati.

La transizione non può essere costruita punendo chi già fa meglio degli altri. E soprattutto non può ignorare la matematica. La matematica non vota, ma racconta la verità che molti a Bruxelles fingono di non vedere.

I dati qui sotto sono chiarissimi. Non vengono rispettati i sacrifici degli italiani.

Autore

  • Redazione

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