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SCRICCHIOLI ANCOR PIU’ SINISTRI

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di Marco Sarli

Nell’oramai lontano giugno del 2023 lanciavo sulle colonne del Nuovo Giornale Nazionale, sul canale YOUTUBE della Freelance International Press e su altri media  un alert sulla presenza concomitante di tre bolle speculative, segnalando, in particolare, la bolla dell’immobiliare cinese poi esplosa pochi mesi più tardi, le valutazioni francamente esagerate di gran parte delle azioni sia dell’indice Nasdaq che del ben più rappresentativo Standard & Poor’s con particolare riferimento alle Big Seven del cosiddetto tecnologico, nonché il livello monstre raggiunto dall’indebitamento pubblico e privato esistente a quel tempo negli Stati Uniti d’America.

Da allora, parecchie di queste aziende hanno continuato a segnalare livelli di patrimonializzazione che evidenziavano rapporti Price/Earnings superiori a 50 e, nel caso di Tesla, al di sopra dei 200, il che vorrebbe dire che sarebbero necessari da 50 a 200 anni perché i guadagni raggiungessero questi livelli di patrimonializzazione. Per dare un’idea della scarsa realisticità di queste valutazioni basterebbe fare riferimento alle ben più collaudate Corporation presenti nel Dow Jones e in particolare alle grandi banche e alle società industriali nelle quali il livello medio di Price/Earnings raramente supera il valore di 12-13, un livello perfettamente equilibrato e che caratterizza la maggior parte delle aziende con sede nei paesi europei, Gran bretagna pienamente inclusa.

Essendo un semplice economista che si basa sull’analisi fondamentale, non avevo di certo le informazioni delle Investment Banks (ridottesi a quattro dopo  il fallimento di Lehman Brothers) e delle altre banche più o meno globali operanti nel ricchissimo mercato finanziario statunitense, basate o meno negli States, né della società di ricerca guidata da Nouriel Roubini che i suoi report li vende certamente a peso d’oro, né delle vecchie volpi come l’oramai novantacinquenne Warren Buffett che ha bagnato il naso a me come a tanti altri iniziando, sin dal gennaio del 2023, a liquidare buona parte dei suoi rilevanti pacchetti azionari in Apple, Bank of America e così via, giungendo a far diventare la sua Berkeshire Hataway una delle principali detentrici di Treasury Bonds a un mese.

Certo da allora le azioni delle Big Seven hanno continuato a macinare record su record, ma, come rivelava ieri la Washinton Post, riducendo, nella sempre più folle corsa all’intelligenza artificiale quelli che un tempo erano rilevanti capacità di generare cassa e incrementando al contempo il loro indebitamento, per non parlare poi degli incroci altamente perniciosi che queste società stanno facendo tra loro e le maggiori società (peraltro in larga parte non quotate) dell’AI.

Come ho avuto modo di notare poco meno di trenta mesi fa, i ricchissimi, ben assistiti dai consulenti delle banche più o meno globali, hanno reagito come un sol uomo ai sempre più frequenti sell signals provenienti dai grandissimi investitori e sono sempre meno anomali i casi in cui, a solo titolo di esempio, la cofondatrice e prima moglie di Jeff Bezos ha liquidato in un sol colpo metà del suo pacchetto azionario di Amazon incassando 32,7 miliardi di dollari o la cessione dell’intero pacchetto di Invidia da parte del colosso bancario giapponese Softbank per il controvalore di 5,7 miliardi dollari.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma quello che è importante rilevare è che sull’immenso mercato azionario a stelle e strisce sono rimasti oramai quasi soltanto i piccoli investitori, presenti o direttamente o mediante fondi pensione, fondi di investimento o polizze assicurative vita caso vita, ed è rilevante sottolineare che, a differenza degli europei, dei britannici e degli asiatici e oceanici, oltre il sessanta per cento della ricchezza dei cittadini statunitensi è direttamente o indirettamente investita a Wall Street.

Nel frattempo sta esplodendo, sempre negli USA, il gravissimo problema dell’indebitamento delle famiglie, un problema segnalato dal fatto che il cosiddetto delinquency rate si è portato ai livelli del terribile 2008, al punto che le banche hanno dovuto mettere a perdita qualcosa come 48 miliardi di dollari e stanno freneticamente cercando di eliminare o ridurre drasticamente il fenomeno dello zip zip delle micidiali carte di credito a restituzione rateale (revolving), uno degli strumenti più utilizzati dalle voracissime famiglie statunitensi che di questo tipo di carte ne hanno spesso più d’una.

Per non parlare poi della nuova modalità “alla subprime” che sta colpendo grandi società impegnate nel settore dell’acquisto di autoveicoli da parte di acquirenti che non avrebbero passato il vaglio di una seppur minima valutazione basata sulla normale prassi bancaria. Per dare infine una valutazione del problema, basti pensare che l’indebitamento delle famiglie statunitensi supera i 17 mila miliardi di dollari, il tutto in una nazione che di debito pubblico ne cifra 34 mila sempre di miliardi, con un rapporto debito/prodotto interno lordo pari al 122 per cento, ma che, in base alla politica economica promessa dal Presidente Donald J. Trump, sembra fatalmente indirizzato a superare in breve tempo la soglia del 140 per cento.

Quello che davvero è desolante che i prodromi di tutto questo erano perfettamente visibili almeno due anni e mezzo fa e che quei pochi elementi di regolamentazione introdotti dopo la Tempesta Perfetta dalla Commissione guidata dall’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi vengono messi fortemente in discussione da quelle stesse banche più o meno globali che senza l’intervento pubblico sarebbero tragicamente fallite nel 2007-2009, richieste alquanto scellerate ma che trovano orecchie attentissime in quel della Casa Bianca.

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  • Redazione

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