
di Marco Della Luna
L’UOMO E I SUOI CORPI
nel pensiero e nella pratica delle tradizioni esoteriche
La struttura dell’essere umano nel neoplatonismo
Il neoplatonismo concepisce l’uomo come un’entità composta da diversi livelli, emanazioni dell’Uno, la fonte suprema di tutta la realtà:
- Corpo (Soma):
- È il livello più basso, la parte materiale e caduca dell’uomo.
- È considerato una prigione per l’anima, una fonte di distrazione e di impedimento alla sua elevazione.
- Anima (Psyché):
- È un’emanazione dell’Uno, intermedia tra il mondo intellegibile e il mondo sensibile.
- È la sede delle passioni, delle emozioni e delle facoltà razionali.
- Ha un’aspirazione innata a ritornare all’Uno, ma è spesso attratta dal mondo sensibile.
- Spirito (Nous):
- È la parte più elevata dell’anima, la sede dell’intelletto e della contemplazione.
- È in contatto diretto con il mondo intellegibile, il regno delle idee eterne e immutabili.
- È la facoltà che permette all’uomo di elevarsi verso l’Uno.
Il destino ultimo dell’anima
Il neoplatonismo insegna che l’anima, a causa della sua caduta nel mondo sensibile, è intrappolata in un ciclo di reincarnazioni. Il suo destino ultimo è la liberazione da questo ciclo e il ritorno all’Uno. Questo processo di ritorno avviene attraverso:
- Purificazione:
- L’anima deve purificarsi dalle passioni e dagli attaccamenti al mondo sensibile.
- Ciò si ottiene attraverso la pratica della virtù, la disciplina e la contemplazione.
- Illuminazione:
- L’anima deve elevarsi alla contemplazione del mondo intellegibile, il regno delle idee eterne.
- Ciò si ottiene attraverso la filosofia e la meditazione.
- Unione con l’Uno (Henosis):
- Il culmine del percorso è l’unione mistica con l’Uno, uno stato di estasi in cui l’anima trascende la propria individualità e si fonde con la fonte di tutta la realtà.
Il neoplatonismo ha avuto una profonda influenza sulla filosofia occidentale, sia antica che medievale, e ha lasciato tracce significative nel pensiero religioso e mistico.
Nel Buddhismo tibetano, il processo di dissoluzione progressiva dei corpi e dei sensi è un aspetto centrale della comprensione della morte e del ciclo di rinascita. Questo processo è descritto in dettaglio nei testi sul Bardo Thodol (Libro tibetano dei morti) e in altri insegnamenti tantrici.
ATTINGERE DALL’ALTO
Per curarsi, migliorarsi, rettificarsi correggendo la percezione e coscienza di sé e dell’essere in generale, le concezioni esoteriche che abbiamo percorso sono di aiuto fino a un certo punto, oltre il quale diventano esse stesse parte del problema, diventano ostacolo, e per la medesima ragione per cui lo diventa anche la psicologia.
Persino la psicologia, dicevo, è un ostacolo al risveglio psichico, alla maturazione della coscienza, perché essa (introduco qui un insight dell’attualismo gentiliano) oggettiva l’io, lo reifica, lo fa (o meglio, si illude di farlo) oggetto di studio, una cosa del mondo tra le altre, mentre l’io non può mai essere oggetto, essendo soggettualità e attività pure. La psicologia cioè lo aliena, lo snatura, si inserisce nell’auto inganno e dell’io, che da soggetto senza “parti” oggettuali, atto in atto, agente puro, crede di prendere se stesso come oggetto, come un me: il mio, il tuo, il me suo. Così si garantisce di fraintendersi. O di indurci al fraintendimento. Perché ciò che essa prende ad oggetto non è l’io nella sua essenza, cioè nell’attività, bensì il me.
Conseguenze pratiche di ciò sono il nostro pensare di essere “noi” vittime di agenti esterni, da insuccessi, di sofferenze – per un verso – e – per l’altro verso, come conseguenza – la difesa ad oltranza dell’io empirico; egotismo, opposizione al divenire; divenire che viene sentito e pensato come esterno all’essere; morte come orizzonte degli eventi e dei progetti, pura negatività. Totale passività rispetto al morire.
Solo la filosofia, a questo punto, può offrire un aiuto, a condizione che sia intesa come era intesa e messa all’opera in origine, cioè come rettificazione del pensiero e della coscienza anziché come museo delle idee o ancilla theologiae o ancilla scientiarum naturalium. A condizione, cioè, di lasciare agire, meditativamente, i suoi insights sulla nostra psiche, e dalla nostra mente, dal nostro corpo mentale, passando agli altri corpi, a quello emozionale, a quello energetico, a quello fisico. Similmente a come Bruno lasciava agire su di sé la contemplazione dei solidi platonici e dei teoremi matematici. Assorbire anche gli effetti della contemplazione degli insights metafisici, e riceverne benefici, così come vediamo avvenire negli antichi saggi indo-vedici di cui raccontano le Upanishad, soprattutto le più risalenti, come la Brihadaranyaka, i quali spiegano come hanno conseguito, per via intuitiva, le realizzazioni che risolvono i grandi, fondamentali problemi dell’esistenza, e annunciano di aver superato il dualismo tra ciò che noi chiamiamo io empirico e io trascendentale, quindi anche i condizionamenti del divenire. A quanto si capisce, se esponiamo “corpo” mentale alla contemplazione delle suddette intuizioni, queste, dal piano che potremmo provvisoriamente definire come quello dell’io trascendentale, agiscono su di esso analogamente a come l’azione del mentale (intenzione, volizione, visualizzazione, energia) agisce su quelli emotivo e fisico. Per converso, è facile immaginare quali degradanti effetti, all’alto al basso, possa esplicare l’esposizione alle idee e agli stimoli impartiti dal nostro prevalente entertainment.
Per una comprensione in termini più logicamente espliciti, dobbiamo evocare, in questo spirito, Gentile e Bradley. Dapprima Gentile, e specificamente la sua Teoria generale dello spirito come atto puro, per comprendere il concetto suddetto, la non oggettivabilità dell’io, la sua trascendenza rispetto al mondo empirico e alle scienze naturalistiche, naturalmente come io trascendentale. Nel Cap. IX, par. 15, leggiamo:
Ma anche qui convien considerare attentamente che cosa propriamente sia temporale, e che cosa spirituale nella realtà, che grossolanamente si dice spirituale e temporale insieme. Come forma dell’esperienza interna, il tempo kantiano riguarda 1’Io empirico: cioè non 1’Io qual è empiricamente (come si attua in quanto soggetto di semplice esperienza), ma quale si conosce empirica-mente (come si attua in quanto oggetto di semplice esperienza). E Kant distingue dall’esperienza 1’ Io trascendentale che la rende possibile con la sua attività. Sicché quello che nell’esperienza è temporale, non è temporale nella conoscenza assoluta, che intende la stessa esperienza come dispiegamento dell’attività dell’ Io trascendentale, che è il vero Io e l’atto propriamente spirituale. Il quale non cade mai nell’orizzonte dell’ empirismo, che non può essere altro che empirismo; ma si svela e s’ impone all’attenzione della coscienza dell’ empirismo ; coscienza, che, rendendosi conto dell’empirismo, è conoscenza, non empirica, ma assoluta. Ciò che è temporale come oggetto astratto dell’ Io reale, non è io, e non ha libertà, nè quindi valore spirituale, perchè è quello che è, quello che è stato fatto: il positivo in quanto posto.
Un fatto storico, nella sua temporalità, è infatti un passato, il cui giudizio (si giudica e valuta soltanto ciò che è atto spirituale, e non la pioggia e il sereno, la gobba e la ben costrutta statura !) può avere un senso soltanto se si prende come valutazione non del fatto compiuto, ma della coscienza, della personalità dello storico, a cui infatti la rappresentazione del fatto storico inerisce.
L’importanza di capire e assimilare appieno, a tutti i livelli, in tutti i corpi, da quello mentale in giù, questo concetto, capire e assimilare che io non sono e non posso essere un oggetto, ma sono per essenza l’agire, e che dunque niente posso patire, non sarà mai abbastanza evidenziata, perché rettifica la mia coscienza di me stesso, della mia realtà. E mi libera dalle afflizioni e lamentazioni di tutto ciò che mi accade, che accade a quel me che non sono io.
Per andare oltre, aggiungiamo che l’io è un agente intransitivo, cioè senza un oggetto – l’oggetto infatti deve essere in qualche modo dato indipendentemente dall’io . Quando chiamiamo l’io “soggetto”, precipitiamo nelle categorie e nelle suggestioni della sintassi, dei suoi schemi, perché “soggetto” chiama “oggetto”, che a sua volta implica l’azione del primo sul secondo. E l’io viene ridotto a oggetto osservabile, empirico, tra gli altri oggetti. E così pure la sua azione. È l’inconscio linguistico, che fabbrica l’oggetto, il non io, e l’io se ne dimentica, perde non solo il controllo ma anche la consapevolezza di generare, ma solo come illusione grammaticale, il non io. E se non ritorna indietro da questa caduta nell’illusione grammaticale, se la tiene implicitamente come buona, continuerà a scindere la realtà e a pensarla come contraddizione.
Questo processo di generazione è l’apertura della diade, in senso neoplatonico. Il mondo oggettificato della diade è quello che analizza Bradley in Apparenza e Realtà, portando alla luce le contraddizioni logiche di questo mondo, fino ad arrivare alla conclusione che esso, l’apparenza, è un mero rinvio alla realtà, della quale però neanche è parte, e non si capisce nemmeno come possa coesistere ad essa. Questa è la conclusione di Bradley, che il filosofo britannico trovava disperante. Tutte le contraddizioni dell’apparire, osserva egli giustamente, si riassumono come contraddittorietà di qualsiasi relazione (temporale, spaziale, causale, di predicazione), nel senso che ogni relazione pone in relazione due termini, A che non è B, e B che non è A, costituendosi essa stessa come un C di collegamento, cioè di nuovo come un C che non è a e che non è b, sicché è necessario introdurre un C1 per mettere ci in relazione con a e un C2 per metterlo in relazione con B. E così all’infinito punto questo processo si riproduce anche nel concetto di tempo, il quale è in relazione tra adesso e non adesso, e nel concetto di spazio, il quale è relazione tra qui e non qui, etc. Il groviglio inestricabile e senza uscite delle contraddizioni. La matrice dell’inferno, se vogliamo.
Ora si tratta di capire, ed è questo il sentiero della rettificazione coscienziale e ontologica, cui ho dedicato il mio saggio Terminus, che le insuperabili contraddizioni insuperabilmente messe alla luce da Bradley nella prima parte di Apparenza e Realtà sono non inerenti alla realtà immediata dell’apparire, ma alla sua lettura, elaborazione e concettualizzazione secondo le categorie della sintassi, le categorie linguistiche suddette. Si tratta di realizzare, non soltanto sul piano verbale e logico;
-che io sono questo apparire immediato, questo Erlebnis, comprendente tempo, spazio, causalità, e in generale tutte le relazioni che, logicamente, come spiega Bradley, sono impossibili;
-che l’immediato che non è e non può essere contraddittorio;
-anche perché affinché apparisse contraddittorio sarebbe necessario che immediatamente in esso apparisse anche il termine di questa contraddittorietà dunque anche la soluzione e il superamento di essa;
-che l’intero mondo dei fenomeni contraddittori, o della diade, è generato, inconsapevolmente, da un processo mentale e del logos, del verbum, che pone le antitesi;
-che questo processo è ciò che porta all’apparire dei fenomeni.
(fine)





