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VOGLIAMO PARLARE DEI GOLPE VERI?

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di Nino Orlandi

Continuano periodicamente a rievocare – giustamente – il tentativo barzelletta di “colpo di Stato” di Junio Valerio Borghese del 1970, noto per essere stato pianificato con l’intervento “decisivo” di una compagnia di forestali, che aveva in dotazione nientepopodimeno che, se ben ricordo, 300 paia manette.
Aspetto che con la stessa periodicità si rievochino anche i colpi di Stato successivi e tutti riusciti:
– quello del 14 luglio 1994 messo in atto contro il decreto Biondi da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco e Gherardo Colombo, con la regia di Francesco Saverio Borrelli, produzione OLS;
– quello del 22 novembre del 1994, quando l’allora premier Silvio Berlusconi, reo di aver sconfitto in campo aperto la scalcagnata “gioiosa macchina da guerra” guidata da uno con i baffi appesi nel nulla, ricevette un invito a comparire per corruzione: notizia coperta da segreto d’ufficio, ma subito rimbalzata sulla prima pagina del Corriere della Sera, con caduta del governo e successiva archiviazione del procedimento infondato;
– quello del 17 marzo 2011, quando al Teatro dell’Opera di Roma Napolitano costrinse l’Italia, nonostante il parere contrario di Berlusconi, capo del governo, (come ammette lo stesso Alan Friedman) ad “allinearci con gli altri in Europa”, cioé ad attaccare la Libia: con quel che ne conseguì e ne consegue;
– quello del 12 novembre 2011, quando cadde l’ultimo Governo Berlusconi, dopo che due giorni prima, il 9 novembre, gli italiani avevano imparato il termine spread. Quel giorno il differenziale tra i rendimenti di Btp e Bund, che negli anni precedenti non aveva mai oltrepassato i 170 punti base (neanche nel pieno della crisi Lehman Brothers), arrivò a toccare i 575 punti, con il rendimento del titolo italiano decennale che superò il 7%. Tre giorni dopo le dimissioni e nelle successive settimane, l’insediamento del governo tecnico di Mario Monti. “A quiet coup d’Etat”, un silenzioso colpo di Stato del Consiglio europeo attraverso il linguaggio tecnocratico: così osò definirlo il filosofo tedesco Juergen Habermas in un intervista al Der Spiegel, il 25 novembre 2011. In due anni, tra il 2010 e il 2012, caddero assieme all’Italia, i governi di Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia. E lo stesso Mario Monti il 4 agosto 2021 in un editoriale sul Corriere della Sera, sembrò dare conferma a questa tesi, sostenendo che “se il governo e la maggioranza dell’epoca fossero stati in grado di realizzare una politica economica coerente e credibile, l’Italia non avrebbe perso la fiducia dei mercati e il governo non si sarebbe piegato, come fece, ad una precipitosa soluzione eterodiretta”. La situazione fu quindi lasciata precipitare e la crisi di fiducia internazionale sull’economia italiana, fu abbandonata alla propria sorte, senza che vi fossero atti e parole di conforto verso i mercati. La risposta data il 24 ottobre 2011 dall’allora portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, alla domanda dei cronisti sul famoso incrocio ironico di sguardi Merkel-Sarkozy nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio europeo di Bruxelles, esprime bene il clima che si respirava: “I due leader erano solo incerti su chi dovesse rispondere prima alla domanda (la fiducia nelle rassicurazioni del premier italiano). Francia e Germania considerano l’Italia un Paese economicamente molto forte, un importante membro UE e uno dei nostri partner più stretti. Un Paese dalle prestazioni economiche molto alte, ma che ha tuttavia, un alto debito”. Un affermazione non corroborata dai dati. Se è vero che il debito pubblico era alto e pari al 120% del pil, (oggi è il 145%), è anche vero che il rapporto deficit-pil nel 2010 era calato rispetto al 2009, l’anno della crisi, e si attestava al 4,6%, contro il 4,3% della Germania, il 7,1% della Francia, e il 9,1% della Spagna. Il 26 ottobre 2011 il governo italiano aveva inoltre inviato una lettera di rassicurazioni al vertice europeo, sulla manovra di bilancio restrittiva approvata durante l’estate, a seguito delle raccomandazioni della lettera Trichet-Draghi del 5 agosto. Una manovra che andava ben oltre lo spirito della lettera e che celava le ulteriori richieste non scritte dell’Europa: aumento dell’Iva, contributo di solidarietà del 3% per redditi sopra 300000 euro, tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni e pareggio di bilancio anticipato dal 2014 al 2013, come richiesto da Bruxelles. Tutte misure che non avrebbero avuto seguito, ma che alcuni mesi dopo sarebbero state riprese in altre forme dal governo Monti. Se l’obiettivo di queste misure fu di ridurre il debito, questo è proprio ciò che non avvenne. Nel 2012, con l’approvazione del decreto Salva Italia da parte del governo Monti, la pressione fiscale in Italia aumentò in un solo anno, secondo l’Istat, di quasi due punti percentuali, dal 42,6 al 44%, con un effetto a cascata sui consumi e sulla crescita del pil, che virò velocemente in negativo, al -2,4 % rispetto al +0,4% dell’anno prima in controtendenza agli altri Paesi europei, che non registrarono invece decrescite per il 2012. E il debito pubblico italiano passò in solo un anno, dal 120,8 % al 127% del pil e continuò a salire, avvitandosi alla decrescita, fino al 2014, quando si attestò al 135%..
Ecco, vorrei che le Vestali della democrazia ricordassero agli Italiani tutti i colpi di Stato riusciti, non solo quello “barzelletta” del 1970.
 

Autore

  • Redazione

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