
di Pietro Mander
Recensione a: Alessandro Giuli, Antico presente – Viaggio nel sacro vivente. Prefazione di Andrea Carandini, Baldini+Castoldi Editore, Milano 2025. Brossura, 236 pagine
Dante considerava la fondazione di Roma e l’impero da essa costituito come opera della Divina Provvidenza – ovvero, diremmo noi, come manifestazione del Sacro nella Storia – perché predisponeva il mondo alla discesa e diffusione del Verbo divino: oggi quasi tutti, davanti a questa opinione, sorridono con aria di sufficienza: invece tu, lettore, “non ti curar di lor, ma guarda e passa”.
Sì, perché nel libro qui recensito, Antico Presente – Viaggio nel sacro vivente, l’autore, l’attuale Ministro della Cultura, nonché membro della Società di Storia delle Religioni, Alessandro Giuli scrive, nella quarta di copertina:
«Come magneti con la limatura di ferro, i luoghi del passato più remoto attraggono, plasmano nuove forme, costringendo talvolta a un attimo di silenzio perfino l’animo volgare dell’uomo moderno»
Certo, Giuli della concezione dantesca accoglie solo la prima parte, focalizzando il discorso su Roma, che, fin dalla sua fase più arcaica – e questo spiega la presentazione di Andrea Carandini, profondo esploratore di quella Roma – manifesta l’irrompere del Divino, da lì irradiato ben oltre i confini di quello che sarà il suo plurisecolare impero.
Di questo “centro” i raggi sono resi palesi sia negli avvenimenti riferiti nei testi degli autori storici, che nei ritrovamenti archeologici, cui si ascrivono dati sorprendenti. Vi è del “magico” nell’antichità, e la sua spinta non si esaurisce nel tempo. Si pensi – ma gli esempi sono tantissimi – alla scoperta del Lapis Niger del VII secolo a. C., trovato da Giacomo Boni nel Foro Romano, in seguito ad un sogno premonitore (p. 32), oppure alle monete con pergemena di Umberto I Savoia, poste sotto la statua di Cavour nell’omonima piazza romana, rinvenute durante la costruzione del parcheggio sotterraneo (p. 86). Sono tante notizie di questo genere, notizie di norma trascurate perché ritenute insignificanti, che invece il libro presenta al lettore, raccogliendo una serie di articoli che Giuli aveva scritto negli anni, e che egli ha qui riuniti per presentare esempi di come queste notizie siano invece altamente significative e rivelino l’esistenza di un “centro” d’irradiazione del Sacro. I raggi emessi da questo centro operano rivelando accessi al mondo “delle cause”, o “mondo sottile”, “animico”, sia in discesa (divinazione: il sogno di Boni) – per restare ai due esempi citati – sia in ascesa: l’inconscia necessità di un rituale di consacrazione, celebrato perfino negli agnostici tempi moderni.
Un’impostazione “perennialista” (da Philosophia perennis), quindi, se si voglia evitare l’aggettivo “tradizionalista”, che di per sé si presta ad essere equivocato o frainteso, o “misterica” (che nella sua recensione Sandro Consolato preferisce a “mistica”), sostenuta da una vigorosa passione per l’antichità, passione che è un lascito parentale, per il quale l’autore esprime profonda gratitudine.
Dopo un prologo, in cui Giuli offre il “senso” del libro, «… viaggio carsico verso strade e sentieri poco battuti; … per accedere in profondità a itinerari ulteriori tracciati da un’antichissima sapienza romana e italica, europea e mediterranea, la cui polla sorgiva non ha mai cessato di sgorgare» (p. 20), seguono cinque sezioni (quattro più un’appendice). Eccole.
1. Roma, l’anima del mito
2. L’ombelico del mondo al centro d’Italia
3. In Puglia, oltre i campi di Diomede
4. Il canto di Zeus a Ugento
4+1. Appendice. La profezia delle api.
Nella prima sezione, in sette capitoli, Giuli tocca esclusivamente aspetti relativi alla città di Roma. Nel primo, “Roma, l’anima del mito”, svolgendo considerazioni circa il senso dell’omicidio di Remo prima (sacrificio di consacrazione?) e di Romolo poi (precursore di Caio Giulio Cesare?), Giuli tocca la vicenda del rinvenimento del Lapis Niger, cui accennammo sopra, rinvenimento che conduce al sogno quale veicolo che l’anima di Roma usa per tornare a manifestarsi.
Mi soffermo sul capitolo 2. “La casa dei maghi”, ovvero l’edificio sotterraneo sito a Porta Maggiore a Roma, perché mi occupai della pubblicazione di un libretto – Giancarlo Seri (a cura di), L’Ipogeo di Porta maggiore a Roma, ed. Tipheret, Acireale (CT) 2016 – dove sul tema sono raccolti interventi di Luciano Albanese, Giovanni Casadio, Nuccio D’Anna (due interventi) e Giampiero Moretti. La convergenza di questi studi sull’indubbio carattere iniziatico e sacrale della basilica ipogea, con quanto afferma Giuli è sottolineata anche dalla dimensione “immaginale” – “immaginale” con rifermento al mundus imaginalis, di cui parla Henri Corbin, ovvero non bizzarria o pensieri arbitrari, fantastici, ma sensibilità che è terza tra la conoscenza razionale e quella sensoriale. Casadio (L’Ipogeo di Porta… pp. 50-51) riferisce di Franz Cumont, quando, entrato nella basilica, percepì un’impressione profonda, che suscitava sentimenti mistici, essendo quella basilica una realtà vivente, come disse lo studioso; nello stesso modo l’ha sentita anche Giuli, e la descrive in termini analoghi. Entrambi hanno conosciuto in quel momento la realtà del mondo imaginalis, che si è manifestata aprendo ineffabili squarci sul Sacro. “Ineffabili”, appunto!
L’imaginale è un tema frequentato spesso da Giuli, infatti lo ritroviamo anche di un articolo che pubblicò su Il foglio, il 17 novembre 2015: “Chi dice che gli Etruschi sono scomparsi non è mai stato a Grosseto, a casa di Glauco G.”. Escluso dalla presente “raccolta” (con la quale non si sarebbe accordato), esso rievoca l’esperienza che Giuli visse, quando leggendo un romanzo ambientato nell’Etruria antica (Glauco Ginanneschi, Divinatoria. Il mistero delle lamine scomparse, Effegi, 2008) entrò in un’atmosfera particolare, impossibile da riferire puntualmente, ma che possiamo rivivere integralmente – come suggerisce l’autore stesso – anche nella lettura del resoconto di viaggio, proprio nella stessa Etruria, di David Herbert Lawrence, Luoghi etruschi (tradotto in altra edizione: Paesi etruschi). Navigazione nel mundus imaginalis.
Un accenno al sesto capitolo, “Il cavallo di Marte e l’essenza interiore della guerra”, capitolo che si apre con le parole di Marco Aurelio «prendere senza illusioni, lasciare senza difficoltà», motto che delinea nitidamente la postura interiore propria dell’agire romano more antiquo, centrato sull’impersonalità. Postura che sola consente la discesa del Divino lungo l’asse verticale rappresentato dallo scettro regale. Marte quindi quale «titolare della potenza del seme che si risveglia dal sonno, spacca il suolo indurito dal gelo dell’inverno e sporge il germoglio al raggio del sole» (p. 81). Germoglio verticale come lo scettro regale, che può essere tenuto grazie alla forza di Marte, quale potenza dominatrice. Marte è quindi un guerriero che difende e vigila sui confini, anche e soprattutto quelli interiori di colui la cui vita sia tesa a «superare l’attaccamento alla realtà fenomenica, il titanismo dell’io, la presuntuosa illusione di essere indispensabile pur vivendo in uno stato sonnambolico, … assoggettato alla natura inferiore delle passioni …» (p. 82). La corretta postura interiore apre al mundus imaginalis, conducendo a dimensioni che né la conoscenza sensoriale, né quella razionale – come s’è detto – possono conseguire: si può così intendere il dio Marte quale potenza e custode del rapporto dell’individuo umano con il Cielo degli dèi, rapporto conquistato con una guerra interiore. È questo l’ingresso ad una dimensione “sottile”, usando questo termine, corrente negli studi esoterici, ingresso che l’autore illustra con due esempi tratti dalla storia romana, che ora considero.
Si tratta del primo capitolo della seconda sezione, “In Maremma, l’eco della battaglia di Talamone” e del primo capitolo della terza sezione, “Canne, il tradimento della fides romana”. Le due battaglie ebbero luogo la prima nel 225 a. C., e vide Romani, Etruschi e Italici alleati e riuniti per sconfiggere un’invasione celtica, e la seconda è la celebre sconfitta subita dall’esercito romano a Canne, ad opera di un geniale stratagemma di Annibale – tattica che sarà poi copiata dagli starteghi nei secoli futuri – nel 216 a. C., solo 9 anni dopo: due scontri contro lo stesso nemico, i Punici, che a Talamone avevano indirettamente sobillato i Celti all’azione. La descrizione degli eventi è condotta con efficacia, ma ciò che appare innovativa è l’impostazione nell’individuare le cause agenti, non nel mondo fisico, corporeo, ma in realtà rivelate da segni appartentemente casuali.
Non è agevole in una recensione presentare il tracciato del percorso con cui l’autore ha individuato i nessi fra i simboli; proverò a riferire, sulla prima delle due battaglie, che Talamone ha una radice /TL/ che ricorre anche in Atlas “Atlante”, che è il nome del titano che sorregge il mondo. Infatti, la stessa radice /TL/ avrebbe il senso di “sorreggere” (fu il poeta Ennio ad affermare la relazione Atlante / Telamone). Atlante sorregge il mondo come Saturno sorregge il Lazio e l’Italia (Saturnia tellus, dove nuovamente incontriamo in tellus il nesso /TL/) e Saturno è il Sator primigenio, l’aratore nella mitologia italica. Queste connessioni conducono ad altre.
Si sono rinvenuti nella zona dello scontro dei bronzetti che riproducono l’eroe Echetlo, che sarebbe apparso durante la battaglia di Maratona, aiutando i Greci a respingere i Persiani: questo Echetlo (rappresentato spesso in urne funerarie etrusche della regione in quel periodo) aveva come arma un aratro (molti Italici alleati di Roma combattevano con attrezzi agricoli, per ristrettezze economiche) e Polibio paragona la battaglia di Talamone a quella di Maratona, avendo entrambe stroncato definitivamente un’invasione in corso, ovvero: “un centro sacro che respinge le forze del male”. L’aratro quindi assurse a simbolo della lotta contro invasioni starniere, valenza rafforzata dal rapporto sacrale con il laziale Saturno Sator. Questa è la base su cui successivamente Giuli perfeziona il suo accostamento ad ulteriori elementi mitologici e rituali, culminanti con la rappresentazione fittile del frontone del tempio di Talamonaccio, che rappresenta l’episodio della guerra dei Sette contro Tebe, quando i due fratelli Eteocle e Polinice si uccidono a vicenda con odio. La cupa tragedia greca, messa in scena da Eschilo, fu rievocata nel frontone, alludendo ai due comandanti dei Celti sconfitti a Talamone, ponendo, per così dire, un sigillo all’azione delle forze sottili che determinarono l’esito della battaglia. La vittoria dei Romani e dei loro alleati fu resa possibile infatti dall’aver centrato la conduzione degli eventi sull’asse sacro formato dal patto ius – fas, asse spezzato nella vicenda dei Sette contro Tebe, donde la perdizione dei protagonisti. Un’aura fosca circonda quindi l’evento storico, tanto intensamente, che ancora in tempi recenti, la località dove si svolse lo scontro era infestate da oscure presenze.
L’altra battaglia, quella di Canne, è inquadrata anch’essa da Giuli nella medesima dinamica di forze sottili, determinanti per gli accadimenti storici. Solo che qui non emerge la sacralità saturnina, bensì l’empietà di Diomede, che aggredì Afrodite ed Apollo e poi da Troia giunse in Puglia e vi si stanziò. L’autore parte dalla maledizione di Didone, maledizione di cui Annibale costituì la manifestazione più terribile. Le vittorie in Italia del comandante punico sono descritte quali esiti di manovre astute ma estranee alla fides romana. A proposito: Giuli non ne parla, ma anche sul lago Trasimeno, in località – dal nome significativo – Malpasso, Sanguineto, dove si sarebbe svolto l’agguato fatale per i Romani, c’è chi dice di percepire un’atmosfera spiacevole e cupa, se non proprio presenze.
Ma tanto Didone che Annibale sono manifestazioni del “Disgregatore”, il nemico ancestrale, il Melqart “nero”, ovvero l’aspetto infero dell’Ercole italico, il cui percorso Annibale ricalca, travalicando limiti che sono anche barriere magiche, sacrali, non solo orografiche, quali le Alpi e l’Appennino Tosco-emiliano. Ancora Etruschi, Umbri e Latini si stringono attorno a Roma, mentre Celti e Galli – come a Talamone – si schierano contro, insieme a Iberici, Numidi e Liguri: come si vede, la demarcazione è l’Appennino. È non a caso un appartenente alla gens Fabia – poiché è una gens che discende dall’Ercole italico –, Quinto Fabio Massimo, a logorare il vincitore di Canne, sfibrandone le forze. Capua, sospinta da «luciferina ambizione» nei confronti di Roma, (p. 162), sarà l’unica a tradirla: ancora oggi i suoi sobborghi sfigurati recano il segno dell’infezione annibalica.
Non mi soffermo sugli altri capitoli, preferendo chiudere questa recensione con un consiglio: leggete non più di un capitolo al giorno, in modo da lasciare che il vostro senso imaginalis possa lavorare a livello inconscio per consentirvi l’accesso in profondità a itinerari ulteriori, itinerari che ogni capitolo presenta, meno con positivi ragionamenti stringati e più con libere intuitizioni.
In cauda venenum. Lo scrivente non a caso ha iniziato la recensione menzionando Dante. Infatti la civiltà medievale, cui l’autore non sembra certo riconoscere meriti particolari, fu – a parere del recensente – la più grande civiltà europea, se vogliamo entrare in un’ottica un po’ perversa, essendo l’aggettivo “grande” adatto piuttosto a competizioni sportive e non che a valutazioni culturali. Uno per tutti, ricordo la lezione di Federico Zeri, che ha elencato come in tutti i campi della cultura italiana il Medioevo abbia donato un apporto determinante. Oltre a Dante, per la pittura ricorda Giotto, per la scultura Giovanni Pisano, per l’architettura l’architettura Arnolfo di Cambio, per il pensiero Tommaso d’Aquino, per la matematica Leonardo Fibonacci, per citare i nomi più insigni nei vari campi per le fasi più antiche, senza trascurare le conoscenze geografiche ed etnologiche di un Marco Polo. No, non è storicismo affermare che un’epoca abbia prodotto così tanti geni per la sua struttura economico-sociale, è perennialismo, perché costituisce realizzazione nella Storia di un genius loci dell’Italia.
Il libro è inoltre fornito da tre strumenti utilissimi per il genere di materia trattata: un glossario – «per non smarrire la via» che offre informazioni essenziali su nomi ricorrenti nell’opera; una bibliografia minima e, infine, l’indice analitico dei nomi propri, vero canotto di salvataggio per ritrovarsi nel gran numero di citazioni e riferimenti.
Presentato il 15 aprile presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, presenti Andrea Carandini e Paolo Conti, il libro è nella disponibilità dei lettori nelle librerie.





