Home Politica estera TESORO USA, LA MISSIONE IMPOSSIBILE DI SCOTT BESSENT

TESORO USA, LA MISSIONE IMPOSSIBILE DI SCOTT BESSENT

0

 di Marco Sarli

In un articolo precedente apparso su questa stessa testata, avevo definita la nomina di Scott Bessent a Segretario di Stato al Tesoro una delle poche mosse giuste di Donald Trump nella costruzione della sua seconda amministrazione.
A soli trent’anni, Bessent dalla sede di Londra del mega fondo di George Soros guidò l’assalto alla mitica sterlina britannica e alla povera lira italiana, entrambe strette in risicatissimi margini di oscillazione (il 2,5 per cento rispetto al valore fissato nell’ambito del sistema monetario europeo) un margine talmente esiguo da rendere davvero l’eventuale assalto speculativo, tanto più se concertato tra operatori di una certa dimensione, “un rigore a porta vuota”.
D’altra parte, il ventitreenne Mario Draghi aveva delineato questo rischio concreto nella sua brillante tesi di laurea, tesi in inglese che il suo relatore, Professor Federico Caffè, si premurò di mostrare sia al Governatore della Banca d’Italia, Guido Carli che al Direttore Generale dell’istituto di Via Nazionale, Carlo Azeglio Ciampi.
I due rimasero tanto colpiti da “spedire” il neolaureato al Massachusetts Institute of Technology dove resterà, come ricordo ne “Il gran nocchiero”, prima biografia organica del grande economista romano, per ben sette anni assistito e formato da ben tre Premi Nobel per l’economia.
La guerra senza quartiere condotta da Bessent ed emuli si scontrò contro la fragile difesa eretta dalle autorità monetarie italiane e britanniche, una difesa dispendiosissima e condita, in particolare da parte italiana, da una guerra di parole, ma poi un venerdì di settembre del 1992, a mercati chiusi, vi fu l’annuncio della svalutazione delle due lire nella misura per entrambe del 15 per cento. 
Non è dato sapere e quale fu il costo effettivo della disperata e alquanto insensata difesa della esile fascia di oscillazione della lira italiana nell’ambito del Sistema Monetario Europeo in termini di riserve valutarie e temo anche di oro, fatto sta che i due uomini che avrebbero potuto utilizzare un approccio più razionale erano in tutt’altre faccende affaccendati, Mario Draghi a privatizzare il privatizzabile e Romano Prodi per la seconda volta alla guida dell’istituto per la ricostruzione industriale.
Il costo per le tasche degli italiani invece è ben noto e si tradusse in un aumento dell’inflazione importata e nel prelievo del sei per mille calcolato sui conti correnti e sui conti postali, entrambi effetti assimilabili a quelli che si verificano dopo la sconfitta in una guerra, e il bello che non fu la prima ne’ l’unica svalutazione che il nostro Paese si è trovato a subire nel secondo dopoguerra, perdite di potere d’acquisto culminate nella grande “mazzata” per i percettori di reddito fisso derivante dall’ingresso frettoloso della lira nell’euro.
D’altra parte, alle critiche di Draghi, Carli e Ciampi al Piano Werner ho aggiunto il mio piccolo contributo con “Accordi di cambio e speculazione. Spunti per un nuovo approccio teorico ( Minerva Bancaria-Rassegna Bancaria, numero 5 del 1993) che mi valse l’incarico di economista della Sala cambi della Direzione Finanza della Banca Nazionale del Lavoro.
Purtroppo, da quello che è dato di capire il percorso dei BRICS Plus si avvia per la stessa strada percorsa con tanti danni dai Paesi aderenti in prima e seconda battuta all’euro, ipotizzando addirittura questi Paesi sia un sistema di cambi abbastanza rigidi prima della realizzazione della valuta unica sia una sorta di ancoraggio all’oro.
Mi scuso per la lunga digressione ma era, a mio avviso, essenziale per comprendere i dolori dell alquanto giovane Bessent passato dal ruolo a lui congeniale di “pirata” nel mercato dei cambi a quello di traghettatore del dollaro in quella che si annuncia come la più significativa svalutazione del biglietto verde dal secondo dopoguerra.
Già, perché nei piani un po’ indotti da quelle che chiamo “menti raffinatissime” per Trump tutto questo dovrebbe avvenire senza che il dollaro perda la sua centralità come riserva valutaria e ancor più come valuta largamente prevalente negli scambi commerciali.
L’approccio “affaristico” del quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d’America fa sì che sia perfettamente consapevole della impraticabilità della realizzazione dei suoi desideri e, infatti, attacca a testa bassa la sola ipotesi della realizzazione della banca centrale e della valuta unica di quei BRICS che rischiano di essere sempre più Plus, almeno a vedere la lista di attesa che si allunga sempre di più e ove si consideri la crescente influenza che Cina e Federazione Russa esercitano sui cosiddetti Paesi in via di sviluppo.
La vertiginosa crescita del numero di banche che adottano il nuovo sistema di pagamento Made in China fa, peraltro, suonare più di un campanello di allarme nei palazzi del potere di Washington.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui