
di Paolo Zanotto
«Ut omnes unum sint»[1].
Introduzione
Nel cuore del 2025, si assiste a un evento liturgico e simbolico di rara potenza: la celebrazione della Pasqua ebraica (Pésach) e della Pasqua cristiana, sia cattolica che ortodossa, coincidono in modo pressoché perfetto, segnando una sincronia che si presta a molteplici letture: teologiche, escatologiche, simboliche e perfino geopolitiche. In un mondo segnato da frammentazione religiosa, crisi spirituale e disgregazione del sacro, tale coincidenza si staglia come una kairologia del tempo presente, un segno che interpella le coscienze e suggerisce un possibile ritorno all’unità archetipica delle fedi abramitiche.
Nell’anno in corso, infatti, la Pasqua cattolica cadrà il 20 aprile, data in cui anche le Chiese orientali, che seguono il calendario giuliano per la computazione pasquale, celebreranno il Mistero della Risurrezione. Lo stesso giorno si troverà immerso nell’ottava della Pésach, che inizierà al tramonto del 12 aprile culminando proprio il 20. È noto che, per via delle divergenze fra i calendari solare e lunisolare, simile coincidenza avviene molto raramente.
Questa convergenza chiama in causa l’intera storia della salvezza. La Pasqua ebraica, memoriale dell’Esodo, è madre della Pasqua cristiana: essa celebra la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto[2]; mentre la Pasqua cristiana, che avviene secondo i Vangeli proprio «durante la festa di Pésach»[3], rappresenta l’esodo definitivo dell’uomo dal peccato alla vita eterna.
Simboli della redenzione universale
La congiunzione pasquale del 2025 può essere interpretata, in chiave biblico-teologica, come figura dell’unità escatologica delle fedi abramitiche. Il profeta Isaia aveva annunciato che, alla fine dei tempi, «tutti i popoli verranno sul monte del Signore»[4], mentre il Salmista canta: «La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo»[5]. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù prega: «Che siano una cosa sola, come noi siamo»[6]. Siffatta preghiera, rivolta al Padre alla vigilia della Passione, durante l’agape pasquale, è rivelatrice del desiderio divino di un ricongiungimento delle membra disperse del popolo di Dio. La coincidenza del 2025, in questo senso, sembra quasi sussurrare nel tempo ciò che l’eternità ha già stabilito: una restitutio in pristinam unitatem.
Alcuni esegeti, specialmente nell’ambito della tradizione patristica e rabbinica, hanno sempre letto i segni dei tempi come linguaggio profetico. La Mishnah afferma: «Nel mese di Nissan furono redenti i padri, e nel mese di Nissan saranno redenti i figli»[7]. Il calendario della salvezza sembra inscriversi in ritmi ciclici e mistici, in cui la redenzione del popolo ebraico prefigura quella universale. Nel cristianesimo, la Parusìa è vista come il ritorno glorioso del Cristo Risorto. Il fatto che la sua risurrezione venga celebrata contemporaneamente da tutti i cristiani – e che tale celebrazione cada entro il tempo pasquale ebraico – può essere letta come segno profetico di una nuova primavera spirituale. Secondo alcuni teologi (si pensi a Sergej Nikolaevič Bulgàkov o a Louis Bouyer)[8], la piena manifestazione escatologica dell’Evangelo sarà preceduta da un riavvicinamento fra Israele e la Chiesa, fra Oriente e Occidente.
In tempi in cui l’umanità pare aver smarrito la direzione, inoltre, il fatto che i tre grandi rami della tradizione monoteista celebrino la medesima ricorrenza nello stesso tempo può fungere da contrappunto alla frammentazione antropologica del nostro presente. Se il tempo liturgico è kairós, il “momento opportuno” qualitativo e sacro, allora questa convergenza non è una mera coincidenza, ma una coincidentia oppositorum, una riconciliazione dei contrari nel cuore dell’evento pasquale.
Pasqua ed escatologia: il mistero del tempo ultimo
La convergenza pasquale del 2025 può dunque essere letta come segno escatologico, nella misura in cui essa evoca l’attesa di un télos comune: l’avvento della pienezza dei tempi, il compimento della storia nella Gerusalemme celeste. Il libro dell’Apocalisse, con la sua visione della «città santa, la nuova Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio»[9], è il sigillo finale della Rivelazione cristiana: in essa convergono, purificati e trasfigurati, tutti i simboli delle antiche alleanze.
L’escatologia biblica non è tanto previsione cronologica (chrónos), quanto “rivelazione di senso” (kairós). In tale orizzonte, il fatto che la Pasqua – memoriale del Cristo risorto, primizia della nuova creazione[10] – sia celebrata da tutti i cristiani nel medesimo giorno e nel medesimo tempo della Pésach ebraica, può venire interpretato come anticipo simbolico dell’unità escatologica del Popolo di Dio. Il profeta Zaccaria aveva predetto: «In quel giorno il Signore sarà re di tutta la terra. In quel giorno il Signore sarà unico e unico sarà il suo nome»[11].
La teologia paolina vede tale “giorno” non come data storica, ma come compimento del mistero pasquale. E nella liturgia orientale, si canta: «Questa è la Pasqua della salvezza, il giorno della luce, il giorno della risurrezione; oggi ogni cosa è nuova, il cielo e la terra, e tutto canta l’eterno. Alleluia». La coincidenza del 2025 è dunque una figura, una typologia visibile della Gerusalemme unificata del tempo ultimo. Come afferma sant’Ireneo di Lione, Gloria Dei vivens homo: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di Dio»[12]. La piena visione si darà solo in fine temporum, ma è prefigurata nella comunione dei santi e nella concordia delle fedi.
Un’unità perduta e sospirata: la testimonianza dei Padri
I Padri orientali – da Basilio Magno a Gregorio Nazianzeno – hanno sempre associato la Pasqua alla apokatástasis, ovvero al ristabilimento dell’ordine primigenio. Origene, in particolare, parlava della Risurrezione come del principio metafisico di tutte le rinascite: «La Pasqua è il passaggio dell’anima da ciò che è materiale a ciò che è spirituale, da ciò che è umano a ciò che è divino»[13].
Anche in Occidente, Ambrogio di Milano e Agostino d’Ippona interpretavano la Pasqua come transitus ad Deum. Agostino asseriva: «La vera Pasqua non è solo celebrazione annuale, ma moto interiore, desiderio di Dio, superamento del tempo»[14]. La coincidenza pasquale del 2025, in tal senso, appare come la resurrezione temporale di un’unità liturgica patristica, che riflette una più profonda unità teologale: quella dell’unico corpo del Cristo, anticipazione sacramentale della comunione finale dei popoli.
Un’ora di Grazia
«Questa è l’ora, questa è la notte, questo è il giorno»: così proclama l’antico Exsultet nella veglia pasquale. La congiunzione delle tre Pasque nel 2025, effettivamente, appare come un momento di sospensione del tempo profano, un’apertura nel velo del tempio della Storia. È un segno che il mistero del sabato santo del mondo – il tempo del silenzio di Dio – può sfociare, come insegna la Tradizione, nel compimento glorioso di tutte le promesse.
Sarà forse questa una delle ultime Pasque del tempo storico? Sarà il preludio a una nuova teofania, a una riconciliazione tra le fedi che professano il Dio di Abramo? Non ci è dato sapere. Ma ci è dato riconoscere i segni, come raccomandava Gesù stesso: «Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il Regno è vicino»[15]. Nel cuore dell’anno 2025, in un mondo attraversato da guerre, epidemie, crisi morali e ambientali, questa Pasqua congiunta costituisce un segno silenzioso ma solenne, come il passaggio dell’Angelo sulle case d’Egitto[16], come il silenzio del sepolcro al mattino del terzo giorno[17]. Affinché «tutti siano una sola cosa»[18].
Prospettive teopolitiche
Nel mondo contemporaneo, le convergenze religiose vengono sovente accompagnate da letture teopolitiche, dove la simbologia liturgica s’intreccia con le strategie di dominio spirituale e geopolitico. La coincidenza delle Pasque del 2025 potrebbe dunque alimentare varie narrazioni: Per i cristiani evangelici statunitensi, sostenitori della teologia del Dispensazionalismo, essa potrebbe prefigurare l’imminente rapture e l’inizio della grande tribolazione; dai circoli tradizionalisti cattolici potrebbe essere letta come ultimo richiamo alla restaurazione della Cristianità unita contro l’Islam e la tecnocrazia globalista; per gli ebrei mistici, in particolare nel movimento Chabad, potrebbe rappresentare un segno della venuta imminente del Mashiach ben David; dai musulmani sciiti duodecimani, la coincidenza potrebbe essere vista come fitnah o segno della prossima manifestazione dell’Imam occultato, l’al-Mahdi.
La coincidenza delle tre Pasque nel 2025 appare dunque come evento metarazionale e metastorico, capace di generare interpretazioni molteplici, spesso contrapposte, ma tutte convergenti in una percezione condivisa: qualcosa sta accadendo, qualcosa che supera la mera casualità del calendario. È forse un richiamo a ciò che san Massimo il Confessore chiamava la symphonia escatologica delle creature, la reintegrazione del molteplice nell’Uno. È anche – come direbbe Simone Weil – un’epifania silenziosa della “necessità soprannaturale”, che irrompe nel mondo secolare come un lampo improvviso sul volto della Storia.
La coincidenza come rottura dei cicli inferiori
Alla luce della dottrina tradizionale esposta da René Guénon, la straordinaria coincidenza delle Pasque ebraica, cattolica e ortodossa nell’anno 2025 può e deve essere letta non come una mera eventualità storica o astronomica, ma come segno sottile di ordine superiore, appartenente al dominio dei “ritmi cosmici” e delle “corrispondenze analogiche” che strutturano, in maniera invisibile, la realtà manifestata. Guénon stesso, nella sua opera fondamentale Le Symbolisme de la Croix, ha affermato che tutti gli eventi del mondo sensibile sono semplicemente riflessi di realtà archetipiche appartenenti al mondo principiale e che il tempo profano è soltanto la degenerazione di un tempo sacro scandito da ritmi universali[19].
Appare dunque perfettamente coerente con il suo pensiero interpretare la coincidenza delle tre Pasque come il segno di una rottura o apertura del ciclo, o meglio ancora, come uno iato temporale in cui il sacro fa irruzione nella temporalità decaduta. Secondo la visione ciclica del tempo esposta da Guénon, e già presente nelle dottrine vediche e platoniche, l’epoca moderna coincide con la fine del Kali-Yuga, l’età oscura in cui ogni cosa è scissa, frammentata, desacralizzata. In tale contesto, la sincronizzazione di tre cicli religiosi differenti – quello mosaico, quello cristiano latino e quello cristiano orientale – può essere interpretata come segno di convergenza verso un “centro” perduto, un’eco lontana dell’unità primordiale. La restaurazione di un punto comune fra tradizioni che si sono separate lungo i secoli è, in tal senso, una “reminiscenza dell’Eden”, un momento in cui il tempo lineare e profano viene percosso da un raggio verticale, axis mundi, che unifica il molteplice[20]. In Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Guénon spiega come tali “segni” non siano da interpretarsi alla maniera sentimentale del millenarismo moderno, bensì come “indizi qualitativi” dell’approssimarsi di un capovolgimento del ciclo cosmico[21].
Una reminiscenza del “centro supremo”
La coincidentia oppositorum tra cristianesimo occidentale, cristianesimo orientale ed ebraismo – che, ricordiamo, sono tutte forme dell’unica Tradizione abramitica – può essere letta alla luce di ciò che Guénon definiva il “centro supremo” (centre suprême), ovverosia il punto immobile attorno al quale ruotano tutte le tradizioni autentiche. Come in una mandala, la molteplicità delle forme religiose non è che la dispersione periferica di un’essenza unica, che permane inalterata nel centro. L’eccezionale coincidenza dell’anno in corso può essere simbolicamente intesa come una temporanea riconnessione delle periferie al Centro: il ritorno, seppur momentaneo e imperfetto, a una sinfonia perduta. Guénon parla spesso della “perdita del Centro” come evento emblematico della modernità: ecco allora che questa convergenza può apparire come uno squarcio nella tessitura dell’illusione profana, come un piccolo segno controcorrente rispetto alla “quantificazione del tempo”.
Guénon attribuisce grande importanza alla lettura dei segni destinati agli intellectuels véritables, non nel senso accademico ma come “esseri svegli” rispetto alla realtà sottile del simbolo. Una coincidenza di tale portata potrebbe quindi non avere alcuna rilevanza per la massa secolarizzata e, tuttavia, costituire un messaggio velato per coloro che hanno conservato, anche in minima parte, una funzione sacerdotale o iniziatica. La sovrapposizione di tre festività pasquali potrebbe essere letta, in simile quadro, come un invito a cogliere una verità superiore che si manifesta nel simbolo e persino come segnale premonitore di un possibile riassetto tradizionale nel mondo attuale, o di una ripresa spirituale che preceda la dissoluzione finale del ciclo.
Una grazia transitoria, non un’illusione utopica
Occorre infine sottolineare come la Pasqua, in tutte le sue forme, celebri in ultima analisi il passaggio da uno stato all’altro, il transitus: per l’ebreo è il passaggio dalla schiavitù alla libertà (Pésach); per il cattolico è il passaggio dalla morte alla resurrezione dell’Agnello di Dio (ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ), crocifisso nella cornice della Pasqua ebraica; per l’ortodosso, è la vittoria della luce sulle tenebre.
Tutti i suddetti elementi convergono in un archetipo centrale: la rigenerazione, ovvero la riemersione dal caos verso un nuovo ordine. Guénon lega strettamente i simboli della rigenerazione ai riti di iniziazione primordiale. La coincidenza pasquale, allora, consiste in una celebrazione triplice dello stesso Mistero, espressa in tre linguaggi sacri distinti ma convergenti.
Il metafisico francese metteva in guardia contro le false speranze profane, i sogni utopici di un’unità mondana o sincretica fra le religioni. Egli non auspicava affatto una “federazione delle fedi”, bensì una restaurazione della Gerarchia spirituale, nella quale ogni forma tradizionale recuperasse la propria funzione originaria in rapporto al Principio. La coincidenza pasquale del 2025, pertanto, va intesa non come un “segno del progresso religioso”, ma piuttosto come eco di una Verità eterna che si rifrange per un istante nel tempo decaduto, come lampo verticale nel crepuscolo ciclico del Kali-Yuga. È grazia transitoria, richiamo silenzioso, invito simbolico: per chi sa leggere i segni.
Brevi riflessioni conclusive
L’anno 2025 offre un’occasione di rara pregnanza simbolica: la coincidenza delle tre Pasque non è un semplice allineamento calendrico, ma un appello profondo alla coscienza dell’umanità: «Unum corpus sumus in Christo»[22]; ma anche «Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum!»[23]. Dalla Pésach ebraica all’Anàstasis ortodossa, dalla Dominica Resurrectionis cattolica all’anelito escatologico di tutte le fedi, ogni cosa sembra confluire in un’unica parola: redenzione. La liturgia del tempo, in quest’anno singolare, si fa profezia silenziosa. E forse, come nel Cantico dei Cantici, Dio sussurra alla sua sposa, l’anima del mondo: «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché ecco, l’inverno è passato»[24].
[1] Gv, 17,21.
[2] Exodus, Capp. 12-15.
[3] Cfr. Mt, 26,17; Mc, 14,12; Lc, 22,7.
[4] Is, 2,2-4.
[5] Sal, 85,12.
[6] Gv, 17,11.
[7] Rosh Hashanah, 11a.
[8] Cfr. Sergej Nikolaevič Bulgakov, L’agnello di Dio. Il mistero del Verbo incarnato, Roma, Città Nuova, 1990; nonché Louis Bouyer, Le Mystère Pascal (Paschale Sacramentum). Méditation sur la liturgie des trois derniers jours de la Semaine Sainte, Cinquième édition revue et augmentée, Paris, Les Éditions du Cerf, 1957 [1ª edizione: 1945], trad. it. dalla quarta edizione Il mistero pasquale, a cura di D. Luigi Migliorini, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1955.
[9] Ap, 21,2.
[10] 1Cor, 15,20-23.
[11] Zc, 14,9.
[12] Irenaeus, Adversus haereses, IV, 20,7.
[13] Lev, II, 2.
[14] Enarrationes in Psalmos, 120,4.
[15] Lc, 21,31.
[16] Es, 12.
[17] Mc, 16,1-8.
[18] Gv, 17,21.
[19] Cfr. René Guénon, Le Symbolisme de la Croix, Paris, Les Éditions Véga, 1931.
[20] Ivi, Chapp. XXIII-XXIV.
[21] Cfr. René Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Paris, Éditions Gallimard, 1945.
[22] Rm, 12,5.
[23] Sal, 133,1.
[24] Ct, 2,10-11.





