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CONTRO I POPULISMI UN NUOVO SOCIALISMO DAL BASSO

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di Maurizio Ballistreri

Dopo gli anni del primato del mercato globalizzato e della pseudocultura del “politicamente corretto”, sembra inarrestabile l’affermazione a livello planetario dei populismi.

Da Trump a Milei sino alla drammatica vicenda politica tedesca, su cui pesa il ricordo del crollo della Repubblica di Weimar nei trascorsi anni ‘30, con la crisi della socialdemocrazia, a petto del crescente consenso vero l’Adf, il partito nazionalista tedesco (che sembra suggestionare anche settori dei cristiano-democratici), segnato da contaminazioni neo-naziste, il populismo vive una nuova stagione di consensi.

Fenomeno non nuovo dal punto di vista politologico e sociologico si dirà, visto che anche negli anni Trenta del ‘900 i fascismi e il nazismo in Europa andarono al potere sostenuti, ad un tempo, da settori della grande borghesia industriale e agraria, dai reduci disillusi della Grande guerra e da moltitudini di diseredati, abbacinati dall’illusione del rapporto diretto con l’uomo forte e carismatico al comando.

Ma, oggi, il populismo si presenta in forme nuove e, in verità, diverse, in uno scenario profondamente cambiato.

Nell’800, alle origini della modernità, l’economia di mercato aveva stimolato libertà, non solo economiche, e diritti, oltre che mobilità sociale, e nella seconda metà del secolo scorso l’intervento pubblico in economia di stampo keynesiano e le politiche sociali di tipo redistributivo attraverso il Welfare State del socialismo democratico, avevano temperato le asprezze del capitalismo in Occidente, anche in ordine all’esistenza di un sistema alternativo e conflittuale sul piano economico e politico, rappresentato dal collettivismo comunista. Oggi, la finanza globale e la smaterializzazione del capitale stanno generando una società organicistica e incorporata, con masse di individui isolati nei confini di Stati-nazione con sempre meno poteri ed élites finanziarie a livello planetario. Una società divisa tra subalterni dentro i confini statali e oligarchi dentro il loro potere globale, il risultato è evidenziato da un dato: a più di dieci anni dall’inizio della crisi finanziaria i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è sempre più concentrata in poche mani. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale.

E la concentrazione di ricchezza in poche mani ha anche una conseguenza sul piano politico: la crisi della rappresentanza collettiva, la disintermediazione sociale, lo svuotamento della partecipazione alle scelte pubbliche, in una parola quella “post-democrazia” descritta da Colin Crouch.

Una delle cause di questo scenario che sembra distopico ma, purtroppo, è reale, il cui interfaccia è la “democratura” (democrazia più dittatura) di Putin, viene rappresentata dalla circostanza che i partiti di sinistra nel XX secolo rivendicavano, con o senza fine ultimo, diritti collettivi e reddito per i settori più deboli delle società, attraverso la solidarietà di classe o di ceto e la presenza politica nelle istituzioni liberaldemocratiche. Oggi, i partiti che si richiamano a quella tradizione, praticano politiche di stabilizzazione economica, nell’illusione che assecondando la “fine della storia” di marca liberistica e accettando il paradigma della flessibilità, della precarietà e della (presunta) meritocrazia che diventa, tranne pochi casi, una gabbia di classe, “addà passa’ a nuttata” per dirla con il Grande Eduardo, mentre al posto dei diritti sociali si propone l’impegno per quelli umani, in primo luogo delle moltitudini di immigrati, che spingono oltremodo i settori più poveri della società verso chi alimenta razzismi e paure e per quelli Lgbt+Q.

In Europa Orban in Ungheria e i Paesi di Visegrad alimentano razzismi e vorrebbero alzare muri; le destre italiane tra flat tax e paura dell’immigrazione, guardando a modelli, che hanno in Donald Trump una sorta di paradigma.

La strada per contrastare il nuovo populismo è quella di un nuovo socialismo a sinistra. Si guardi alle tesi dell’economista francese Thomas Piketty, per un socialismo partecipativo e decentrato, democratico ed ambientalista, che riscopre le idee del socialismo liberale di Carlo Rosselli, per una “rivoluzione democratica dal basso”.

I partiti socialisti e laburisti devono riprendere il conflitto sociale e politico in favore delle classi più deboli ed emarginate, che, in caso contrario, saranno periodicamente attratte dai diversi populismi, quale illusione dei “senza diritti”.

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  • Redazione

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