
Il generale libico, stando a quanto pubblica la Stampa, ripresa da Dagospia, è un pezzo da novanta dell’intelligence di Tripoli e un interlocutore degli 007 di mezzo mondo (Cia, Mi6 e Servizi italiani).
Le caratteristiche e le mosse del generale libico sono ricostruite da Irene Famà Ilario Lombardo su “La Stampa”, giornale della catena degli Elkann, sicuramente non ascrivibile alla stampa di destra.
La sintesi dell’articolo la fa Dagospia: “Il generale libico girava per l’Europa con un passaporto caraibico (ma ne aveva anche un altro turco), aveva un visto per gli Stati Uniti valido per 10 anni, per le spese in giro per l’Europa usava un bouquet di carte di credito estere, inclusa una britannica e a Londra si è recato anche in un noto studio legale.
L’ordine di arresto della Corte penale dell’Aja (che come dice Tajani “non è la bocca della verità) è stato deciso dopo una comunicazione della polizia tedesca con gli accertamenti effettuati su Almasri in Germania.
Perché la Corte non ha immediatamente reagito chiedendo l’arresto ai tedeschi? Perché ha aspettato che varcasse i confini con l’Italia?
Pensare ad un trappolone anti Governo italiano è pensare male? No, è non essere fessi.
Domanda: i servizi segreti tedeschi che fanno? Dormono, mangiano i sassi? Non sanno che un tizio con le caratteristiche di Almasri gira per il loro Paese? Si che lo sanno, ma è meglio che l’ordine di arresto arrivi quando è in Italia, così è la Meloni che si ritrova un altro giocattolo esplosivo tra le mani, come quello della Sala in Iran.
Irene Famà Ilario Lombardo per La Stampa scrive che Almasri ha legami con Cia e MI6, l’agenzia di spionaggio britannica. La giornalista de La Stampa ci dice che il libico è una figura conosciuta dai servizi segreti italiani e ha contatti diretti con gli 007 degli Usa e del Regno Unito. Inoltre gode di un visto di dieci anni con timbro americano (cosa non rilasciata facilmente a tutti).
Almastri e i suoi compagni della Rada si rivelano una sponda necessaria nella lotta al terrorismo.
“Al momento dell’arresto – ci informa la giornalista de La Stampa – i servizi segreti comunicano il possibile ricatto esercitato dal gruppo militare di Almasri, affiliato al governo di unità nazionale di Tripoli. Gli agenti presenti in Libia comunicano il rischio di ritorsioni su cittadini italiani e su giacimenti dell’Eni”.
C’è un precedente, ci dice sempre Irene Famà Ilario Lombardo, e riguarda un altro esponente di primo piano della Libia, in questo caso della Cirenaica. A fine luglio 2024 Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa, viene fermato all’aeroporto Capodichino di Napoli dalla polizia, perché inseguito da un mandato d’arresto spagnolo per contrabbando di armi. Dopo un’ora viene rilasciato. La storia non suscita clamore e viene gestita nel riserbo più assoluto. Qualche giorno dopo le agenzie libiche battono la notizia della chiusura del giacimento di El Sharara, controllato dalla spagnola Repsol. È un gesto di pura rappresaglia? Chiaro che sì.
La giornalista de La Stampa ricostruisce anche l’itinerario del generale libico. Il 6 gennaio parte da Tripoli, fa scalo all’aeroporto di Fiumicino e poi raggiunge Londra, dove si ferma sette giorni. Il 13 gennaio si trasferisce a Bruxelles in treno.
Ovviamente i servizi del Belgio dormono o mangiano i sassi.
Poi prosegue per Bonn e Monaco, in Germania.
Anche qui i servizi tedeschi dormono o mangiano i sassi.
“Spostamenti registrati – scrive Irene Famà Ilario Lombardo-. Dalla Corte penale internazionale, infatti, lo monitorano da tempo. Il nome del generale Almasri viene inserito nei canali di comunicazione e cooperazione internazionale il 10 luglio dello scorso anno. Con una cosiddetta “nota di diffusione blu” diretta solo alla Germania, si chiede di raccogliere informazioni su dati, documenti, telefoni, incontri e contatti di Almasri in territorio tedesco. Si chiama “sorveglianza discreta”: la persona non deve essere messa in allarme e non dev’essere arrestata. Una sorta di testimone da monitorare. Poi l’accelerata. Il 18 gennaio, la Cpi estende la nota di diffusione blu anche a Belgio, Regno Unito, Austria, Svizzera e Francia. E nella serata di sabato 18, la polizia tedesca invia alla Corte dell’Aia una scheda riassuntiva con gli accertamenti effettuati in Germania. […] Tra le informazioni che forniscono, comunicano anche che il generale sembra intenzionato a raggiungere l’Italia”.
Ed eccoci al punto centrale dell’operazione trappolone. Si aspetta che Almasri sia in Italia, così la patata bollente è nelle mani del Governo Meloni. “Alle 22.25 [del 18 gennaio], la Cpi sostituisce la nota blu con quella rossa: viene emesso un mandato d’arresto internazionale. L’Interpol lo valida. A Torino la polizia lo arresta in hotel, di ritorno dallo stadio”.
Attenzione. Il procuratore della Cpi, dopo 13 anni di indagine, aveva chiesto il mandato d’arresto già il 2 ottobre. La decisione di procedere è di due sabati fa. Viene presa a maggioranza. Arrestarlo è necessario «per garantire che il generale compaia davanti alla Corte».
Il tempismo della Corte penale, “che non è la bocca della verità” (copy Antonio Tajani) è davvero interessante, in quanto questo organo giudiziario, che ha emesso mandati di cattura per Putin e per Netanyahu, non è riconosciuta da Russia, Usa, Israele, Cina e altri, ma sembra perfettamente funzionale a logiche politiche di parte.
Fulvio Fiano, sul Corriere della Sera, scrive Almasri “girava l’Europa con un passaporto caraibico, in virtù del quale aveva ottenuto, a novembre, anche un visto decennale di ingresso negli Stati Uniti. La circostanza era nota da luglio alla Germania, e solo a lei, dove il 45enne ha passato tre giorni a metà gennaio, prima di arrivare in Italia. Alle autorità di Berlino la Corte penale aveva infatti inviato una sorta di segnalazione senza indicazioni di intervento, che è poi diventata un obbligo di arresto la notte tra 18 e 19 gennaio, quando Almasri era da poche ore in Italia e un funzionario tedesco aveva informato di questo spostamento la stessa Corte”.
A pensare male si fa peccato, come diceva il Divo Giulio, ma spesso si è vicini alla verità e la verità puzza molto di trappolone tedesco nei confronti dell’Italia.
Fiano aggiunge alcuni particolari. Almasri fa il suo ingresso nell’area Schengen il 13 gennaio, viaggiando in treno sotto il canale della Manica e poi in Francia con destinazione finale Bruxelles. Da qui, in auto, va in Germania. A Bonn e a Monaco di Baviera, dove acquista un Rolex da 9 mila euro e, il 15, noleggia una Mercedes da riconsegnare a Fiumicino cinque giorni dopo. Si muove con tre accompagnatori, che vengono fermati assieme a lui per un controllo dalla polizia tedesca lungo il viaggio”.
Almasri viene rilasciato dai tedeschi perché la richiesta di arresto della Cpi, risalente al 2 ottobre, non è stata ancora esaminata e su di lui, dunque, non ci sono pendenze. Ma la stessa Cpi ha già inserito il 10 luglio il nome del generale nei canali ufficiali della cooperazione tra Stati membri con una «nota blu» diretta alla sola Germania, e non visibile agli altri Paesi, finalizzata alla raccolta di informazioni su dati e documenti di viaggio, telefoni e mezzi di pagamento e contatti di Almasri, con richiesta di informarne l’Ufficio del procuratore e l’invito a non mettere in allarme il libico, che ha in quella fase lo status di testimone. La «sorveglianza discreta» viene recepita nei database tedeschi il 4 novembre. Quella stessa nota viene poi estesa il 18 gennaio anche a Belgio, Regno Unito, Austria, Svizzera e Francia, con analoghe indicazioni. Qualche ora prima, il referente per la sicurezza dell’Ambasciata italiana a l’Aia ha intanto contattato il coordinatore dell’unità crimini internazionali del Viminale per comunicare di aver ricevuto una richiesta di cooperazione dalla Cpi. La ricostruzione del Corriere della Sera ci dice che la stessa sera il funzionario della Corte fornisce al coordinatore italiano i contatti di un agente della polizia criminale tedesca, che ha già trasmesso alla Corte le informazioni sul possibile arrivo in Italia del libico. Lo stesso agente tedesco trasmette poi all’Italia una scheda riassuntiva degli accertamenti effettuati in Germania.
Passa qualche altra ora e alle 22,55 la Cpi chiede al Segretariato generale Interpol di Lione di sostituire la nota «blu» con una «rossa» che obbliga all’arresto.
Alle 3 del mattino del 19 la nota viene validata. All’alba scatta l’arresto. Almasri va in cella al «Lorusso e Cutugno», a disposizione della Corte d’appello di Roma, competente per i casi internazionali. I magistrati rilevano la «irritualità» dell’arresto ai fini dell’estradizione, sottopongono, come da procedura, il caso al ministro della Giustizia Nordio, ma ne ottengono solo silenzio. Almasri è libero e viene rimpatriato.
Inutile dire che solo chi è in mala fede può continuare a pensare che tutto sia avvenuto per pura coincidenza e che non ci sia stata una volontà precisa di far scattare l’ordine di arresto quando si era sicuri che il generale libico era in Italia.
A questo punto a far scoppiare il caso di Almasri sono le Ong, i partiti di opposizione e in particolare Alleanza Verdi e Sinistra.
Interessante, sarebbe, a questo punto, finalmente, stabilire quanti finanziamenti arrivano dalla Open Society di George Soros e a chi arrivano, perché non è un caso che mentre partono le bordate dell’opposizione al Governo Meloni arrivino anche le esternazioni di un’altra Corte sensibile ai richiami delle Ong e di Soros, come ho scritto ieri su questo giornale.
https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/politica/21921-la-corte-di-soros-allassalto-del-governo-italiano.html
Una dettagliata elencazione dei rapporti della Fondazione di George Soros è disponibile su https://www.ilprimatonazionale.it/economia/sorosgate-mani-italia-soros-vuole-piegare-arco-storia-giusta-direzione-255976/, fonte alla quale rinvio per chi volesse approfondire.
Il quadretto è assai interessante.
Non c’è solo Soros. A dare man forte all’opposizione al Governo c’è la Cei, guidata dal cardinale Matteo Zuppi, che sembra ormai la parrocchia del Pd, ispiratrice delle sue politiche sull’immigrazione che traggono alimento dalle logiche di Jorge Mario Bergoglio.
La Libia, in tutto questo, essendo la porta dell’immigrazione verso l’Italia, è il punto dolente di chi non vuole che si blocchi un fenomeno che si intreccia, come è ormai ampiamente accertato, con la tratta degli esseri umani e con gli interessi della malavita italiana.
La sinistra, che ha la memoria corta, dovrebbe ricordare che gli accordi con la Libia per regolare il fenomeno migratorio li ha fatti il Governo Gentiloni.
In data 2 febbraio 2017, infatti, il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Paolo Gentiloni e il Capo Governo di Riconciliazione nazionale dello Stato della Libia, riconosciuto dall’Unione europea e dall’Italia, Fayez Mustapa Serraj hanno sottoscritto un Memorandum per fronteggiare l’emergenza rappresentata dagli sbarchi sulle coste italiane di cittadini provenienti dalla Libia.
Il Memorandum siglato a Roma presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri italiana rappresenta la conclusione delle trattative avviate per conto del Governo italiano dal Ministro Minniti e condotte in Libia nel mese di gennaio. L’accordo, che è entrato in vigore al momento della firma, ha durata triennale ed è tacitamente rinnovabile.
Libia e Italia con il Memorandum intendevano combattere il traffico di esseri umani attraverso il rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana.
Già allora alcune associazioni attive nel campo dei diritti umani, avevano posto dubbi sulla validità dell’accordo sostenendo che aveva natura politica e non tecnica.
La tempistica, come sempre, ha una sua valenza specifica.
Le opposizioni rendono noto che c’è un aereo dei servizi italiani che parte da Ciampino e arriva a Torino per imbarcare il generale libico.
Fuga di notizie? Interessante particolare da capire. Chi spiffera?
In ogni caso parte il bailamme che viene subito raccolto da un avvocato già difensore di eminenti mafiosi, tra i quali Brusca.
E qui la questione diventa davvero un “affare di Stato” che va oltre la cialtronaggine dell’opposizione.
La questione riguarda il Paese e ha ragione Giorgia Meloni nel dire: “Mi ritrovo sulla prima pagina del Financial Times con la notizia che sono stata indagata, e se in Italia i cittadini capiscono perfettamente cosa sta accadendo all’estero non è la stessa cosa. Quello che sta accadendo è un danno che si fa alla nazione”.
Giorgia Meloni definisce l’avvio dell’inchiesta un “atto voluto”, in quanto, dice: “Tutti sanno che le Procure hanno la loro discrezionalità come del resto è dimostrato dalle numerosissime denunce che i cittadini hanno fatto contro le istituzioni e sulle quali si è deciso di non procedere con l’iscrizione nel registro degli indagati”.
Il fatto è che l’avvocato che, con una tempistica perfetta, ha denunciato mezzo Governo, è Luigi Li Gotti, legale di molti esponenti di primo piano della mafia, compreso Brusca, il mafioso che ha premuto il telecomando della strage di Capaci e che ha sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo.
Nel 2005 Brusca e il suo avvocato Li Gotti chiesero un rimborso per le spese processuali che venne negato dall’allora sottosegretario Mantovano, lo stesso oggi inquisito assieme a Meloni, Piantedosi e Nordio.
Il Pubblico ministero che indaga Giorgia Meloni, due ministri e un sottosegretario, secondo quanto scrive La Verità, usava un Falcon dei servizi per andare da Roma a Palermo. Falcon negato dal sottosegretario Mantovano.
Quella giudiziaria italiana non è certo una storia edificante. Quella della caciara della sinistra rivela la pochezza di un’opposizione ormai ridotta alle ciance.
Quella che invece impressiona è la regia di una vicenda che non è solo italiana e che ha teso a mettere in discussione il Governo. Ci sono troppe coincidenze, troppe sequenze temporali, troppi fatti che indicano che la vicenda va inserita nel novero delle trame. Trame con manine straniere collegate a manine italiane.
La risposta non può che essere conseguente.





