
Mi sembra di risentire quel tintinnio di manette che risuonava fra il 1992 ed il 1994 nel Paese che si apprestava a credere alla falsa rivoluzione manettara capitanata, come ha scritto Piero Sansonetti nel suo volume “La sinistra è di destra” dove ha denunciato testimoniando quello che avveniva durante tangentopoli e mafiopoli, quando La Stampa, la Repubblica, il Corriere della Sera e l’Unità (ai quali presto si accodarono altre testate come Il Messaggero e, infine, anche il Giornale di Indro Montanelli) concordavano le notizie da dare il giorno dopo, le prime pagine e quant’altro servisse a distruggere i vari soggetti del pentapartito. Pare che, oltre al Sansonetti all’epoca vice direttore all’Unità guidata da Veltroni, non risultano ad oggi smentite dai direttori, né dai proprietari dell’epoca di tutte quelle testate. Risulta, invece, che molti di loro hanno fatto grandi carriere. È vero che siamo la civiltà dei consumi ma mi appare un po’ sospetto, ma forse mi sbaglio a pensar male, il fatto che a certe date ci sia il festival del “politicamente corretto” ad osannare, per esempio, quei personaggi spesso dileggiati in vita alla ricorrenza delle loro tragiche uccisioni: Giovanni Falcone, Giacomo Matteotti, Paolo Borsellino, Aldo Moro e addirittura Bettino Craxi tanto per citarne alcuni. Nella ricorrenza del 25° anniversario della morte di Craxi c’è un rullare di tamburi attraverso l’uscita di articoli, convegni e anche libri che lo ricordano. L’ultimo della serie “Craxi. L’ultimo vero politico” di Aldo Cazzullo edito dalla Rizzoli, della galassia Mondadori guidata da Marina Berlusconi, si è cimentata in questa opera. Premesso che non è un testo di Storia, piuttosto è una scelta narrativa con cui l’autore parte dagli ultimi drammatici giorni ad Hammamet costruendo un effetto drammatico per far comprendere quella che, erroneamente, viene definita la “parabola discendente” di Craxi.
Storicamente, per chi scrive di Storia e non fa invece della narrazione, il leader del Psi non ebbe una parabola discendente che è lenta e graduale, bensì fu tranciato di netto in modo rapido e violento in poco tempo. A tal riguardo basterebbe leggere su quello che il console degli Stati Uniti a Milano, Peter Semler, andava organizzando già dal 1990 all’atto della sua nomina al Consolato di Milano. Oppure consultare gli archivi della CIA e leggere quello che scrivevano i report statunitensi già il 3 agosto del 1983 ovvero il giorno prima dell’insediamento del suo governo all’indomani.
Sulla politica estera, ad esempio, il report sul Medio Oriente e sul Nord dell’Africa riferiva della forte autonomia di Craxi in politica estera quando affermava che l’Italia debba espandere le sue relazioni sia sul piano economico che su quello politico con i paesi di tutto il Nord Africa e dell’intero bacino del Mediterraneo. Pur ribadendo l’amicizia verso Israele, Craxi è portatore di un suo fondamentale convincimento: sosteneva pubblicamente la partecipazione palestinese ai negoziati di pace in Medio Oriente, la qual cosa non combaciava molto con la politica statunitense dell’epoca. Sull’America Latina, poi, Craxi riteneva che gli Stati Uniti si erano concentrati troppo sul coinvolgimento sovietico nell’America Latina e non abbastanza su quelli che lui considerava i veri problemi sociali dell’intera regione. Ha affermato che gli USA non riescono ad apprezzare il potenziale di instabilità insito nel ritardo dello sviluppo economico e sociale, non solo dell’America Latina ma anche in altre parti dei paesi in via di sviluppo in tutto il mondo. Sulla Comunità europea, di cui Craxi è sempre stato un forte sostenitore dell’integrazione europea, sosteneva, con forza e vigore, che l’Italia non abbia perseguito interamente i suoi interessi nella CEE e in altri forum regionali e internazionali con sufficiente iniziativa e aggressività. Il quadro complessivo che viene fuori da queste due parti del report evidenziarono che il socialista alla guida dell’Italia era un convinto e forte assertore delle tesi filo occidentali, ma che portava con sé il giusto carico di ragioni e profondi convincimenti sul ruolo da media potenza che l’Italia doveva svolgere e che, fino al suo insediamento, a Palazzo Chigi non aveva fatto e che lui, invece, intendeva fare e fece. Scivolare, poi, su di un certo parallelismo fra Craxi e Berlusconi, come fra il segretario del Psi e la Meloni è, storicamente, una forzatura che potrà far felici i votanti socialisti confluiti nel polo berlusconiano e diversi romantici socialisti che, pare, siano stati colti dalla sindrome di Stoccolma.
A tutto ciò va aggiunto Sigonella e El Dorado Canyon.






